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martedì 29 luglio 2014

Power-cambiamenti: ormoni vagans? (post lungo)

Ho iniziato a raccontare del Power quando lui aveva due anni e mezzo. Allora quello che scrivevo riguardava tutta la sfera di un pisquano ancora in pannolino e con in bocca parole abbozzate, frasi per lo più  da interpretare (ma neanche tanto, dato che ha imparato presto a farsi capire). Poi via via, man mano che cresceva, cambiavano anche le Powerate.

Da dove iniziare questo capitolo... vediamo un po'.
Sono settimane che osservo nel Power dei cambiamenti ulteriori. Non ho voluto parlarne prima perchè pensavo si trattasse di uno dei soliti periodi che hanno tutti i bambini, e che passano in fretta. Ma qui la cosa pare farsi seria, e posso metterlo nero su bianco che tanto ormai indietro non si torna.

Il Power da settimane sta gustandosi un nuovo piacere: quello della privacy. Trascorre ore in camera sua, con la porta chiusa. Che fa? Legge, pensa, talvolta gioca, ma credo che la maggior parte del tempo lo trascorra rimuginando. Lo vedo dallo sguardo che ha quando esce di lì. E guai ad entrare senza bussare (perchè di tanto in tanto vado a vedere se è tutto in regola, posto che fino a un po' di tempo fa allo scattare dei tre minuti di silenzio totale scattava anche l'altissima probabilità che stesse per combinare un guaio): ti fa notare, e anche piuttosto fermamente, che "quella è camera sua".
Stessa cosa per il bagno: se c'è lui, non si entra. Guai. Gnudo non lo si può vedere più neanche per sbaglio. 

Il Power, e questo è un lato parecchio più irritante della faccenda, è particolarmente strafottente e maleducato. Ti risponde sistematicamente facendo spallucce, o ridacchiando sotto ai baffi, o peggio ancora rispondendo per le rime come se si trovasse davanti a un compagno di scuola.
Per raccontare un episodio tra tanti: tre pomeriggi fa eravamo soli in casa, giù nel soggiorno, e sento sbattere una porta di sopra. Gli chiedo gentilmente di salire a chiuderla, lui ci va, chiude la porta e scende. Dopo trenta secondi la porta torna a sbattere.
-Power, per favore, sali a chiudere quella porta.
Non alza nemmeno gli occhi dal fumetto che sta leggendo.
-Ci sono già stato.
-Power, se la porta sbatte ancora significa che o l'hai chiusa male, o hai chiuso la porta sbagliata. Per favore torna su e chiudi bene.
Ancora con gli occhi sul fumetto esclama seccato:
-NON E' PIU' UN PROBLEMA MIO.
SCUSA??? Si è elevata una nube di fumo radioattivo dalla sommità della mia testa, e l'urlo catatonico è partito imperante, che credo mi abbiano sentito fino al paese vicino. A quel punto le scale sono state risalite in un balzo unico. Eh beh! Te la abbasso io la cresta!
E appunto, questo è uno dei millemila episodi quotidiani su questa linea.
Mia suocera ieri mi ha fatto uscire un'altra quantità di fumo dalle orecchie, quando dopo il mio racconto ha esclamato "dovevate educarlo quando era piccolo". Certo, non ci abbiamo mai provato, ad educarlo. Abbiamo sempre usato il metodo "fai quel cappero che ti pare", no? Detto dalla stessa persona che ci intima (davanti a lui e col dito puntato!) di non sgridarlo ogni qualvolta ci troviamo tutti e tre a casa sua e il Power inizia bellamente a mettere le mani dove non deve (cassetti, attrezzi del nonno e quant'altro...)! E se anche davvero ogni tanto mi viene da chiedermi "ma gli ho insegnato davvero a rapportarsi in questo modo? Dopo che io e suo padre viviamo a colpi di "per favore, grazie, prego e faccio io" anche per passarci il sale a tavola?

Ma il Power fa anche discorsi nuovi, tocca argomenti di cui fino a poco tempo fa non poteva importargli di meno. Chiede lumi sull'amore, chiede che gli si racconti la storia di quando io e suo padre ci siamo incontrati e innamorati, e ancora chiede quali fossero i miei pensieri quando avevo la sua età. Prima o dopo a tutte le mamme capita, nelle occasioni più disparate, di esclamare "quando avevo la tua età io facevo così e cosà", ma raramente ai ciufoli interessa granchè. Adesso invece si. Adesso le domande le fa lui. E fa domande sui sentimenti, sui progetti che facevo, su come guardavo avanti, al futuro. Discorsi seri, pesanti, intensi. Li fa mentre pranziamo soli, o nei pomeriggi in cui io sono appesa al ferro da stiro e lui mi fa compagnia, o tiene in mano un libro ma si vede lontano un chilometro che non sta leggendo. Come se fino a ieri avesse avuto altro da fare, cose tipo "spaccare il mondo e rabaltarlo come un calzino", e adesso avesse terminato i lavori per pensare agli arredi.

Il Power ha perso interesse per qualsiasi tipo di cartone animato: D'Alton, Oggy, Yu-Gi-Oh, non si guardano più in questa casa. Si guarda Amici (bleah!), il Boss delle Torte, si segue il TG (finalmente) e si fanno domande, si risponde ai quiz de "Reazione a Catena" e via dicendo.

E il Power... puzza. Si si, ha smesso di profumare di Dermogella e ha iniziato a puzzare di "eau de Sorc Mort" e "Parfum des Ormons" ad ogni minimo movimento che produca quattro gocce di sudore. I punti più olezzosi? Testa e piedi. Una cosa terribile, da non riuscire più a stargli vicino. 

Giorni fa ho incrociato la dottora che lo seguiva per i disagi che aveva nel periodo peggiore delle cure oncologiche. Le ho rubato cinque minuti per raccontarle questa cosa, e chiederle se avessi io le visioni o se davvero ci fosse un ravanamento dal nome ben preciso, che abbiamo conosciuto tutti. Ha sorriso bonariamente, e in due parole mi ha chiarito i dubbi.
Tutto questo ha un nome. Si chiama PREADOLESCENZA.

Quando volevo un figlio, dodici anni fa, non volevo una bambola con cui trastullarmi. Non mi sono mai piaciuti granchè i neonati, sarò sincera. Cioè, mi piacciono e molto, ma non li ho mai guardati con l'animo di chi pensa che dovrebbero rimanere così, che sono tanto carini e ti tirano fuori tutta la giuggioleria possibile quando li guardi, e soprattutto non danno problemi (no, macchè... non danno problemi quelli degli altri, ma è un altro discorso). Ho vissuto l'evento-maternità come un inizio, e benchè ad ogni passaggio di crescita e ad ogni conquista io mi commuova ancora per il miracolo continuo a cui sono fortunata nel poter assistere e poter custodire, ho sempre avuto ben chiaro in me che un figlio è un essere in divenire e non un cosino di cui godere il più possibile. Mi guardo spesso dentro, ed è sempre ferma dentro di me la convinzione che indietro non tornerei: è vero che più crescono e più i problemi aumentano di spessore, ma è anche vero che parimenti aumentano soddisfazione ed orgoglio, e perchè perderseli rimpiangendo pannolini, girello e posate di plastica?

C'è che... questa cosa mi spiazza, ecco. Mi spiazza notevolmente. Primo, perchè pur sapendo che prima o poi questa fase sarebbe arrivata ero convinta che l'avrebbe fatto più avanti di almeno un paio d'anni. Secondo, perchè a volte ho l'impressione di vivere con un mezzo estraneo. E' come se mi stesse costruendo davanti un muro, ancora piuttosto basso per fortuna, ma inamovibile. Mi sento impreparata. Ma dato che mi sentivo impreparata anche il giorno in cui l'ho portato a casa dal reparto maternità e poi me la sono comunque cavata come se la cavano tutte, ho fiducia che anche adesso andrà così.
Il Power, forse fortunatamente, è ancora tatone: ingenuo, senza malizia, affettuosissimo, coccolone, gli piacciono ancora i giochi semplici, vuole ancora baci e carezze prima di salire a dormire (ma non devo permettermi assolutamente di accompagnarlo a letto! E vuole dormire con la porta chiusa!), e per me è il contentino che mi ricorda che è ancora il mio bambino. Ma è quasi un ragazzino, anzi forse lo è già, ed è difficile stabilire il confine tra l'una e l'altra cosa. E forse non è nemmeno necessario.

Constatando tutto questo, ci siamo pensati di raddrizzare un po' il tiro anche noi, anche per arginare un minimo la strafottenza imperante e la supponenza di un imberbe per il quale pare che tutto, in famiglia, sia dovuto: lo abbiamo messo a lavorare. Chiami pure il Telefono Azzurro, non mi interessa. Gli abbiamo affibbiato delle responsabilità in più rispetto a quelle che già aveva prima, sulle quali non si scende a compromessi neanche se interviene il Papa in persona. Il Power, dalla fine della scuola, ha la piena gestione della sua stanza: la mamma è casalinga, ma in camera sua entra solo per mettere nei cassetti la biancheria stirata, cambiare le lenzuola quando necessario e per smontare e rimontare le tende quando è il momento di lavarle. Pulizie, riordino, rigoverno del letto, spetta tutto a lui. Anche i vetri. Perde qualcosa o inciampa nei giochi sul parquet? Problema suo, si adoperi per sistemare. E' suo il taglio dell'erba settimanale (sotto sorveglianza, si capisce), i lavori extra con il padre (sistemare la legna nella legnaia, hanno fatto insieme la manutenzione degli infissi dell'ingresso - rimozione della vernice vecchia e applicazione della nuova, e quel che arriva man mano), è suo il giro dal fruttivendolo ogni due giorni - lista, shopper e money alla mano -, e via dicendo. Deve ritirare la biancheria stesa quando è asciutta (anche sulle corde dato che ci arriva comodamente) e aiutarmi a ripiegarla, e dato che ha un'altezza sufficiente a raggiungere comodamente i fornelli senza rischio di farsi male sta anche imparando a cucinare. Quando ha fatto merenda a metà mattina e metà pomeriggio, sa bene che eventuali stoviglie che ha usato deve lavarsele da sè. Sono cose che, alla sua età, io facevo già da un po': non vedo perchè non dovrebbe farle lui. Almeno finchè non si torna a scuola. E una parte anche dopo. Tutto nella speranza di non tirar su un ragazzo mammo-dipendente prima e un uomo moglie/compagna-dipendente dopo. Che se la mamma è a casa non significa che sei autorizzato a diventare un adulto debosciato.

Non lo so se sono sulla strada giusta, se sto usando lo spirito giusto, se metto in atto i mezzi giusti. Sbaglio? E chi lo sa. Mi rendo sempre più conto che è un investimento a lunghissimo termine, e certe risposte le avrò chissà quando, se le avrò. Nel mentre faccio un po' come tutte, credo: il meglio che posso. E mettermela via che arriva il momento in cui non puoi più controllare tutto.



martedì 22 luglio 2014

Giù... giù... giù...

La butto lì. Non che ne abbia voglia. Ma ho bisogno di una dose di blogterapia, tra qualche minuto vedo se funziona ancora o no.
Mi sono dovuta rimettere in cammino per reimparare a domare l'ansia.
Sono mesi che vivo malissimo.
Mi sembra di essere dentro ad una spirale di negatività verso i miei stessi confronti, che capisco molto bene da dove viene, ma non riesco a staccarmi di dosso da sola.
Sto lasciando fuori dalla mia vita il resto del mondo reale, i motivi li conosco e lo sto facendo volontariamente, il guaio è che speravo mi facesse star meglio mentre sta accadendo l'esatto contrario. Si può essere così incoerenti da cercare la solitudine, e struggersi perchè ci si sente soli?

Annaspo. Letteralmente. Concretamente. 

giovedì 17 luglio 2014

Prettamente baby: il metro ricamato.

Post puramente, sviolinatamente, vergognosamente mammesco.
Ho iniziato a ricamare il metro poco dopo aver saputo di essere incinta: al bando la scaramanzia che regnava sovrana da parte di chi mi circondava, mi venne quest'idea pensando che mi/ci avrebbe accompagnato per un bel po'. Fino a quando non potevo saperlo, avevo trent'anni ma non me ne intendevo di "ritmi di crescita".  Ho misurato attentamente la tela, scelto  i disegni (devo averli ancora da qualche parte) e i colori, e sono partita. Appena saputo che il calciatore che avevo intra panza sarebbe stato un maschio, e non avendo mai avuto dubbi sul nome che gli avremmo dato, ho ricamato anche il nome appunto, in cima. L'ho rifinito con sbieco di raso e campanellino (che in questi anni i gatti che si sono avvicendati in casa hanno usato ben bene a modo loro, ma è un dettaglio) e l'ho appeso all'altezza perfetta rispetto al pavimento, in modo che "150" segnasse realmente un metro e mezzo da terra. Ho messo in una busta un foglio quadrettato con i numeri disegnati a matita, un ago, una matassina di cotone blu violaceo e ho riposto la busta tra le pagine del quaderno che uso come colorario (così da avere costantemente a disposizione il materiale, sempre lo stesso - stesso font e stesso colore - per gli aggiornarlo negli anni a seguire senza ogni volta doverli andare a cercare nel marasma del materiale crocettoso). E ho iniziato ad attendere.
Poi il Power è nato, e tornata a casa dall'ospedale ho regalato un minuto e mezzo al lavoro: ho segnato la prima misurazione. Cinquantatrè centimetri.
Le visite periodiche dal pediatra ci hanno fornito le misurazioni successive per tre o quattro anni.
Finchè il pediatra ci disse che, a meno che non ci fossero problemi particolari, il Power poteva essere esentato definitivamente dai tagliandi: cresceva sano, i percentili (altissimi, c'è bisogno di dirlo? Oscillavano tra il 95 e il 98esimo, torello lui) erano stabili dalla nascita, si va dal pediatra solo se serve. E ho iniziato a tenerlo misurato io. Come fanno quasi tutte le mamme, penso.
Ieri ho fatto l'ultima misurazione, e un po' a malincuore (ma anche con tanto orgoglio) mi sono resa conto che il percorso-metro è terminato. Ieri il Power misurava un metro e mezzo esatto. L'ho segnato, come ogni volta che metto l'ultimo pezzetto di filo su un lavoro mi sono tremate le dita (è una cosa forse strana, ma è sempre stato così), e ho guardato soddisfatta il risultato.
Il metro ci ha accompagnati per dieci anni e mezzo. Era (è) appeso sul muro antistante l'ingresso della stanza del Power, e ci dice che in dieci anni e mezzo il Power ha quasi triplicato la sua altezza. E in mezzo ci sta tutto-tutto, ad ogni data corrisponde uno stadio di crescita, e in ogni data è racchiuso un marasma di ricordi.

Il Power stesso, ieri, mentre mi guardava "scrivere con l'ago", ha esclamato "mamma, adesso basta pupazzetti, no? Adesso solo belle ragazze". Ho riso dentro di me per la battuta, perchè il Power è ancora così tato che le belle ragazze che lo circondano per ora sono solo le animatrici del centro estivo. Però qualcosa di vero c'è nella sua affermazione. Sono pensieri su cui sto riflettendo da settimane, perchè il Power sta cambiando sul serio. Ma ci scriverò un altro post. E' una cosa, per lui, grossa. E un po' anche per me.



sabato 12 luglio 2014

RItorno alla normalità

E dopo due mesi e mezzo di infortunio il giustiziere smascherato tornò completamente operativo, nel pieno dei suoi militareschi ranghi. In fondo al vialetto si riprende la normale quotidianità. Come dice il Power prima che il Gatto Alfa parta, "vai papà e acchiappali tutti"!
Ma la prossima volta - se proprio dovesse esserci una prossima volta per disgrazia - ricordati di cadere di sinistra. Per par condicio e per raddrizzare la simmetria, mica altro.