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giovedì 19 gennaio 2017

Pezzetti di diario

Le feste sono belle che andate. E stavolta dico "finalmente". Solitamente sono contenta quando si avvicina il periodo natalizio, e mi dispiace quando volge al termine (sempre con la festina di compleanno del Power, naturalmente). Quest'anno sono state, invece, piuttosto intense, e non nel senso migliore. Le ho lasciate andare volentieri.
L'ambaradan è iniziato con i mercatini. No, non sono andata a visitarne, seppure mi sarebbe piaciuto molto, ma vi ho partecipato con un banco. L'anno scorso ne ho fatto uno con la mamma del Gi, in un paesino poco lontano da qui, con esiti piuttosto deludenti in termini economici. Quest'anno abbiamo bissato e raddoppiato: nel paesino dell'anno scorso, e due settimane dopo nel paese dove viviamo. Non solo: si sono unite a noi altre tre signore (mi fa specie chiamare "ragazze" le mie coetanee...), una delle quali è una delle più care amiche che ho qui. Inizialmente la prospettiva di raddoppiare le uscite e ingrandire il gruppo non mi ha entusiasmato molto, di mio sono molto diffidente verso i cambiamenti, soprattutto quando mi viene imposta la presenza di altre persone in faccende come questa. Ma mi sono dovuta ricredere: alla fine sono state due esperienze divertenti, la compagnia si è rivelata piacevole, e il ritorno economico soddisfacente (sono rientrata, a spanne, delle spese sostenute, e qualcosa in più è arrivato). E soddisfatta sono stata anche dei miei lavori, perchè ho cambiato un po' faccia alla produzione rispetto ad un anno fa, mi sono dedicata negli ultimi mesi al chiacchierino ad ago e ho scoperto che mi dà molto più spazio creativo di quanto pensavo, e cosa più importante, mi rilassa moltissimo.
Nella foto si vede solo un pezzetto piccolissimo, ma il banco occupava ad L due lati del gazebo più la parte antistante a terra, ed era super carico di oggetti e colori. Ognuna di noi ha portato tipologie di oggetti fatti a mano diverse, e la vista dell'insieme era, a mio modo di vedere, originale!


Archiviata la pratica, è andato su il Mamigalbero 2016, tutto bianco, oro e color juta.
Ho la fissa che l'albero di Natale deve essere ogni anno diverso, e ogni anno deve avere una connotazione particolare. Solo l'anno scorso è stato un albero-discarica, nel senso che lo ricoprii di qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, ma fu per non protrarre eccessivamente la discussione col Power che lo voleva a suo gusto cioè "a scatolone degli addobbi rovesciato sopra". Salvo poi dare il suo contributo per i primi dieci canonici minuti, e sparire. Quest'anno invece si è dato da fare fino alla fine, ha capito la mia idea (suonino i tamburi), l'ha accettata, si è impegnato fino alla fine, e il risultato lo ha inorgoglito più di quanto abbia inorgoglito me. Si, mi è piaciuto proprio. Più di quanto mi sia piaciuto il Presepe, anche quest'anno piccolo e relegato in un angolo, fatto solo per far piacere al Power, perchè io di mio ho un pessimo rapporto col Presepe per motivi che non sto a spiegare. Fosse per me nemmeno lo allestirei. Tanto non va nemmeno guardato, tranne il pomeriggio in cui viene messo su.
Questo è il coperchio di una scatola particolare: l'ho fatto io. Il ricamo è su lino, ma è di secondaria importanza rispetto al contenuto.
Che è questo.
Sono statuine del Presepe. La loro particolarità è che sono molto, molto vecchie: appartenevano ai miei nonni paterni, mi sono state mandate da mio padre diversi anni fa nella loro confezione originale, che altro non era che una scatola di cartone riparata innumerevoli volte, e che mi è giunta letteralmente a pezzi infilata a sua volta in un robusto scatolone di recupero. Sono statuine in coccio dipinte a mano, qualcuna è scheggiata, sarebbero da ripulire bene. Credo che abbiano anche un certo valore, ma non mi sono mai preoccupata di accertarmene. Quando mi arrivarono preparai loro una scatola nuova, questa, e le riposi.
Non le ho mai usate: ufficialmente è perchè con cinque gatti in casa, e al tempo anche un bambino piuttosto piccolo in giro, qualsiasi decorazione natalizia io esponga da quindici anni a questa parte è rigorosamente in materiale infrangibile. Ma il motivo vero è che non riesco ad affrontare la loro presenza ai miei occhi, se pur non desideri separarmene per nessun motivo al mondo. Ci sono cose con cui evidentemente devo ancora fare pace. Intanto se ne stanno lì. Al loro posto in soggiorno continuano a fare la loro messinscena natalizia quelle in plastica, collezionate negli ultimi sedici anni pezzetto per pezzetto.

Comunque.
Il 20 dicembre la mamma è stata operata. Sono stata con lei dalla mattina presto a sera tardi, e il giorno dopo. L'ho assistita, l'ho maneggiata come maneggiavo mio figlio quando era piccolo e faceva il peso morto, le ho fatto le punture di routine per i giorni successivi necessari, come ho fatto altre volte e come farò ancora quando e se servirà. La macchina sta lavorando, c'è un ulteriore piccolo intoppo da risolvere la prossima settimana, ma va avanti. E non mi ci voglio dilungare su questa cosa: il tempo delle cose da digerire è passato, la digestione è avvenuta, e io ho scoperto di essere diventata, in questi ultimi anni, una specie di macchina da guerra: passato il momento difficile di metterla in moto, la faccio viaggiare e basta. Anche se non è per niente semplice, e le cose da vomitare sarebbero tante e grosse. Ma ci tornerò su più avanti.

C'è stato Natale:  la cena e lo scambio dei regali la Vigilia dato che il giorno dopo il Gatto Alfa sarebbe partito prestissimo per andare al lavoro,  il pranzo di Natale in famiglia da mia cognata, la Messa solenne con il coro, gli auguri, le telefonate, le uozzappate dalla mattina alla sera, il paccone/regalo annuale dai parenti lontani che si è incrociato come ogni anno da 16 anni a questa parte con il nostro, la parete laterale del frigorifero ricoperta di biglietti di auguri come ogni anno, i pensierini dalle amiche lontane a strappare tutti i sorrisi possibili, le teglie di biscotti speziati e arancia/cioccolato regalate a chi so apprezzarle (e anche pappate noi), e tutto l'ambaradan come da tradizione.

Ho avuto l'influenza: quattro giorni di febbre alta, raffreddore, dolori ovunque. KO totale. Quella che ti mette a letto e non ti lascia alternative, perchè come metti giù un piede da sola vai giù sul parquet come un pero.

Abbiamo festeggiato capodanno come al solito, in famiglia. Cena cinese da asporto, gli Aristogatti in televisione, il Power e il Gatto Alfa fuori a fare i botti (niente di che, non sono due piromani...) nonostante le mie proteste, io in casa a rassicurare i felini e con la coda dell'occhio fissa fuori dalla finestra, a guardare i fuochi d'artificio che probabilmente partivano dal campo sportivo, circa un chilometro a nord in linea d'aria.

Si è pranzato qui, il primo dell'anno. In famiglia, con la mamma. Ho cucinato io. Non ricordo nemmeno cosa, ad essere sincera, ma so che la cena l'abbiamo risolta con tè caldo e poco altro, perchè eravamo ancora imbottiti :-D
Poi è iniziata la mia settimana, teoricamente, di riposo. In quei giorni ho mollato tutto. Ho fatto solo l'indispensabile: il Gatto Alfa era in ferie, e ci siamo divisi il da farsi per moltiplicare il tempo per stare insieme. Siamo stati fuori a cena due volte, ed è stato come respirare aria buona: una sera in ristorante per il compleanno della suocera, la sera successiva in casa di amici. A parlare di tutto e di niente, fuorchè di problemi.
Il giovedì di quella settimana ho caricato il Power in macchina e ho affrontato l'autostrada da sola  per la seconda volta (la prima è stata un anno fa, una 30ina di km in tutto, già un traguardo per me): sono andata a far visita a una cugina che sta dalle parti di Treviso, e a riabbracciare una zia. Erano mesi che non ci si vedeva, anche se via whatsapp ci si sente ogni giorno. E' stato piacevole. E piacevole, devo dirlo, è stato anche il viaggio: col Power che per farsela passare mi faceva da navigatore all'andata, e al ritorno ogni volta che andavo in sorpasso recitava la parte del cecchino :-D Poche volte io e lui usciamo da soli senza obblighi nè fretta, e man mano che cresce la sua compagnia è sempre più bella. Sono le uscite in cui non si litiga mai, quelle in cui il Power approfitta per aprire l'anima a sua madre. E a me piace essere "mamma" così. Mamma di un figlio grande. Quando non devi minacciare punizioni, mostrare il cucchiaio di legno, firmare note sul libretto o ripetere per la milionesima volta che i calzini non si tuffano da soli nel cestone della biancheria da lavare, ma devi diventare "contenitore" per lui. Il lato difficile e contemporaneamente straordinario della medaglia. E finchè dura, me lo godo.
Il giorno di Epifania, come di consueto, si è festeggiato il compleanno del Power!
Tredici anni. E l'è dura, oh se l'è dura... Si è festeggiato dai nonni, con tutti i nonni, con una merenda. Il Power non vuole più che si parli di "festa di compleanno": si imbarazza. Così l'abbiamo chiamata "merenda". Ci siamo tenuti sottotono, non abbiamo usato le candeline (abominio!!!), e il primo che si è azzardato a intonare le prime due note del "tanti auguri a te" si è visto recapitare un urlo di raccapriccio dal festeggiato, che lo ha fatto trattenere le restanti. E io, madre degenerata e insensibile, davanti a queste sue reazioni mi sono compiaciuta da morire: inutile sperare che rimangano pulcini per tutta la vita, è contro natura, e alla sua età trovo più normale il rifiuto di quello che è stato fino al giorno prima che non il contrario. Non vuole essere trattato da bambino, sebbene abbia lasciato l'infanzia da ben poco (e per certi versi ci sia ancora dentro con tutte e due le scarpe) e a tredici anni eravamo tutti così. Sbaglierò, ma io lo trovo un tantino sano.


Poi è ricominciata la scuola. Anzi, c'è stata una finta. Cucù! Lunedì 9 alle otto meno un quarto porto il Power a scuola, alle dieci mentre mi do da fare col ferro da stiro mi chiama la scuola perchè vada a riprendermelo. Riscaldamento rotto, due giorni di chiusura. E siccome in quei giorni si toccavano i -8 gradi alle sette e mezzo del mattino, dopo 20 giorni di scuola chiusa ci si può immaginare la temperatura che c'era nelle aule (ho varcato il portone della scuola poco dopo, ed è stato come attraversare una tenda di plastica...).

Il resto, quello che è venuto dopo, è normale quotidiano. Con una infinita voglia di tornare a scrivere, e la mancanza di forze per farlo. Con una stanchezza interiore che mi fa perdere non solo il sonno, ma anche le forze, e la voglia di arrabbiarmi o usare energie per qualsiasi cosa o persona non sia strettamente indispensabile.
Ma sono altri pezzetti di diario.