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giovedì 9 novembre 2017

Ricostruire

Sono a casa da circa dieci giorni.
Mi hanno dimesso dopo sette giorni di degenza, con un drenaggio, ben fasciata, ingabbiata nel mio reggiseno post-operatorio, con un seno in meno e un milione di punti di domanda in più. Cioè, non è che non abbia chiesto al chirurgo che mi ha operato quello che mi passava per la testa di chiedere, ma una volta a casa, col passare dei giorni, mi sono resa conto di quante cose non mi sono state dette. E sono cose che penso che i medici sappiano fino ad un certo punto.
La degenza è stata lunga. Più lunga di quanto mi era stato prospettato. Ma va bene così, in fin dei conti una settimana non è un mese. Ero in una stanza singola, terzo piano, senza televisore (cioè, c'era, ma mancava il telecomando, "socializzato" da un paziente che in quella stanza ha soggiornato prima di me. Si, in ospedale succede anche questo. Ma tant'è, con lo smarfono e la connessione wi-fi gratuita del Little Hospital non mi è mancato il modo di svagarmi). Le finestre davano sul parcheggio retrostante l'edificio, e sulla stradina di accesso dal lato del prontosoccorso. In lontananza, nelle poche ore di cielo sereno di quella settimana, le montagne.
Non mi è pesata la solitudine. Ed è stata tanta, tantissima. Ho ricevuto tante visite, manco a dirlo mio marito era lì due volte al giorno quasi tutti i giorni, un po' meno spesso mio figlio, ho visto diverse amicizie, parte della famiglia, e tante, tantissime persone si sono fatte presenti via whatsapp. In pratica pur essendo sola avevo spesso la sensazione che la stanza fosse affollata. Non mi sono mai, mai sentita abbandinata un momento, fin dal mattino presto. Tenevo il telefono con la sola vibrazione accesa, ma bastava buttarci l'occhio in qualsiasi istante per sapere che qualcuno stava pensando a me. C'è sempre stato qualcuno che, sveglio evidentemente all'alba pure lui/lei, si premurava di mandarmi un "ehilà, non si sono ancora stufati di te? Dai che ti scarcerano presto!". Mi sono sentita circondata da affetto, portata in braccio, coccolata. Persino il mio coro mi ha mandato un pensiero, anzi due: uno che si tocca (un cuore imbottito in stile shabby che ho appeso all'ingresso di casa), e un piccolissimo video di saluto collettivo girato durante una delle prove, che mi ha fatto scendere i lacrimoni. La gratitudine mi ha gonfiato il cuore.

Eppure ho apprezzato molto le ore di silenzio. Quelle ore interminabili in cui semiseduta o semisdraiata nel letto fissavo fuori dalla finestra il cielo, perchè lasciavo costantemente di giorno le veneziane alzate, spesso contando gli uccelli che passavano a dividere a metà il quadro. Quelle ore interminabili di notte, quando gli unici rumori arrivavano dalla guardiola delle infermiere diversi metri più in là, rumori ovattati. Si sa com'è un reparto di degenza durante la notte. Una notte è stata più movimentata delle altre perchè è sopraggiunta una paziente spedita dal prontosoccorso, giusto nella stanza antistante la mia. Per il resto, silenzio. E ne avevo bisogno.
In quel silenzio mi sono lasciata andare ai pensieri peggiori, al pianto soffocato trattenuto da settimane, al senso di smarrimento, alle crisi di ansia, alle domande, ai sensi di colpa. Alla preghiera. Anche a quella.
E poi pian piano alla consapevolezza che un passo è stato fatto, che in fin dei conti la Tac è andata bene altrimenti non mi avrebbero operato, che la convalescenza sarebbe stata una opportunità per mettere mano ore ed ore a un milione di progetti natalizi che solitamente gli anni scorsi dovevo ridurre per mancanza di tempo.
Mi sono guardata indietro, ho visto tutte le energie che ho sprecato in particolare in questi due ultimi anni nel soffrire amaramente per qualcosa che non merita più un'ora della mia attenzione. Mi sono data della sciocca, ma mi sono anche perdonata, perchè ci sono stati d'animo e pulsioni che non sempre si possono controllare, non sempre si scelgono, l'unica cosa è dare loro lo spazio che chiedono, finchè la loro strada non si compie. E subito dopo mi sono sentita più leggera, e ho ricominciato a fare piccoli progetti. Sarà una banalità, ma avere progetti cambia eccome il modo con cui si vive il tempo. Progetti piccoli, appunto, perchè adesso devo vedermela con la malattia, con il percorso lungo che è solo all'inizio, ma progetti. Sciocchezze. Ma che mi strappano un sorriso ogni volta che ci penso.
Il silenzio, in quella settimana, è stato come un percorso lungo un sentiero. 

Ora sono a casa, appunto. Teoricamente a riposo. Praticamente trovo sempre qualcosa da fare anche da seduta, perchè sono così e basta. I cerotti legano, l'espansore preme, le ferite non sono ancora chiuse, da ieri la pelle evidentemente si sta asciugando e ad ogni movimento sento sta cosa dentro che si muove e si adatta. E' una sensazione stranissima. Sono imbragata in questo reggiseno che non è un reggiseno, ma uno strumento di tortura diurno e notturno, che io ho sempre avuto la passione per tutto quello che è la moda dell'otttocento, ma inizio a ricredermi sul fatto che le povere donne ottocentesche fossero così liete di portare cose del genere per tutta la vita. Il drenaggio dà giù ancora molto, non credo che me ne libererò tanto presto, ma in ospedale mi hanno insegnato a cambiarlo da sola e mi hanno lasciato una piccola scorta di bussolotti nel caso perdessero il vuoto prima della medicazione successiva (vado in ambulatorio due volte a settimana), ormai sto facendo talmente amicizia con la mia borsina che penso che anche dopo tolto il tubo me la porterò dietro vuota per giorni, per forza di inerzia. Il passo successivo, dicono, è la neuro :-D
Il braccio mi dà ai nervi. I primi giorni ho fatto la fighetta e ho messo in atto la fisioterapia non nella dose consigliata, ma il triplo. "Cacchio vuoi che sia, due o tre volte per esercizio lo fanno le vecchiette che hanno paura di sentir male, mica io". Appunto. Da tre giorni ho un dolore al nervo dall'ascella al gomito che mi impedisce di alzare il braccio tenendolo dritto. Non va su. Non risponde se non a metà. Non riesco a tenere alzato nemmeno un bicchiere pieno d'acqua o a grattarmi la testa. E sta cosa mi urta e spesso mi avvilisce. Due giorni fa una febbre alta, dolori atroci alle parti operate e una nausea da manuale mi hanno messo in crisi d'ansia, placata dal chirurgo (ferite a posto, signora) e dal mio medico di base (virus intestinale in giro, normale che le parti più deboli risentano di più, prenda questo e quello e in 48 ore starà meglio).

Durante la medicazione di martedì (oggi è giovedì) non sono stata coperta con garze bianche prima del cerotto trasparente. Mi è stato applicato solo il secondo.
Così, una volta tornata a casa, ho affrontato per la prima volta il mio corpo nuovo.
Ci avevo provato durante la prima medicazione dopo l'intervento, la dottoressa che mi medicava mi ha detto prima di togliere le fasciature che non sarebbe stato opportuno che vedessi così presto, io ho voluto fare l'eroina e con la coda dell'occhio ho visto una cosa che mi ha ribaltato l'anima. Piansi, e mi ripromisi di non guardarmi mai più. Fantasie di una appena scesa dal cavallo della morfina (che viaggiiiiiii!!!).
Insomma, mi sono guardata due giorni fa. Non è lo scempio che pensavo. Le cicatrici si stanno asciugando, c'è un cordone di punti che non si riescono nemmeno a contare.
Non ho più un seno. Ho un sacchetto informe.
Non ho più un seno, e non lo riavrò mai più. Avrò qualcosa che gli assomiglia, tra qualche tempo. Ma non riesco a dispiacermene al punto da rimpiangere quello che ho fatto. Guardo quella cosa che è adesso, e mi chiedo se non fosse stato meglio se non me lo avessero rimosso direttamente sette anni fa, invece di rattoppare. C'è che il futuro, questo futuro, non poteva prevederlo nessuno, e sono convinta che per me è stato fatto quanto di meglio si poteva fare finora. Penso a quello che c'era, alla malattia che lo ha coinvolto due volte e che per due volte mi ha stravolto l'esistenza, ma anche al tempo in cui mi ha permesso di allattare mio figlio e farlo crescere sano come un cinghialotto, e penso che alla fine questo dono grande va a compensare la sofferenza che mi sta causando. Ho avuto questa fortuna. C'è chi non potrà dirlo mai.
Non ho più un seno, ma il chirurgo che mi ha dimesso mi ha assicurato che la tac del prericovero è negativa, perciò non ho più nemmeno la malattia. Passati i fastidi e le tante limitazioni fisiche di queste settimane, rimane solo da ricostruire. Ricostruire la libertà dal cancro con la chemioterapia, ricostruire un petto che mi faccia sentire a mio agio, ricostruire la mia immagine dopo la chemio, ricostruire la vita. E ci vorrà tutta la fatica di cui sarò capace.

Ma se l'ho già fatto una volta, posso farlo di nuovo.







giovedì 26 ottobre 2017

Pezzetti

E poi arriva la botta.
Arriva di notte, quando non riesci a dormire perché nelle ultime 48 ore tra anestesia e morfina hai totalizzato un numero di ore da incosciente superiore a quello da lucida. O sarà il letto dell' ospedale. O i rumori di sottofondo a cui non sei abituata, la mancanza del respiro di chi ami vicino e del pelo caldo dei mici addosso. O la combinazione di tutte queste cose.
Arriva la botta, e piangi.
Ti dicono che è andato tutto bene.
Ma non va bene niente, perché ti senti fatta a pezzetti dentro e fuori.

domenica 22 ottobre 2017

Cambiamenti

Non vogliatemene se non ho risposto ai commenti che mi avete lasciato al post precedente. Io vi ringrazio tantissimo.
Non riesco a rileggerlo.
Giovedì ho fatto il prericovero, e venerdì mattina la scintigrafia ossea.
Ero nel bunker. Mi hanno iniettato il mezzo di contrasto, mi sono accomodata nella sala d'attesa dotata di tv (sintonizzata su un canale, non ricordo quale, che trasmetteva un programma sul referendum di oggi in Veneto - sono veneta, ma in quel momento fregagnente di chiunque) e di scorta d'acqua, in pace col mondo sapendo di dover attendere le mie buone due ore prima di passare sotto lo scanner. Mi ero portata un libriccino di parole crociate, qualcosa da leggere, un lavoretto da portare avanti ad uncinetto, tutto perchè il telefono là sotto non prende, quindi largo ai vecchi sistemi per passare il tempo.
Dopo una decina di minuti entra lei. L'operatrice del Little Hospital che accompagna nel Big Hospital i pazienti ricoverati a fare quello che nel primo non è possibile fare. Accompagnava un uomo a fare una scinti. La morsa allo stomaco: era la stessa donna che ha accompagnato me e una mia compagna di percorso sette anni fa a fare lo stesso esame per il linfonodo sentinella. Vedere lei, e sentire contemporaneamente altri due pazienti iniziare a parlare dei loro mali, mi ha provocato un tremore che non sono più riuscita a frenare per il resto del tempo. Ho cercato di contenermi, di farmi piccola, di sparire sul fondo della sedia per non farmi vedere. Il desiderio fisico di fuggire di lì. La consapevolezza di non poterlo fare senza assumermi la responsabilità di quello che sarebbero state le conseguenze: non sapere. Il forte desiderio di vomitare. La ricerca affannosa di tutte le mie coperte di Linus: ripetere a memoria la mia parte da contralto di un canto di Natale, ricordare la sensazione del muso di Amy che si strofina sul mio, e due e venti e cinquanta passaggi destra-sinistra-destra-dai che con l'EMDR ho sempre trovato il filo di pace necessario per superare il picco di crisi. Mi ha rilassato sentirmi chiamare dal tecnico abbondantemente prima delle due ore previste, sdraiarmi sul lettino, dai che ci siamo, lo scanner fa il suo lavoro. Dai che ce la faccio. Di nuovo.

Questo mi sta facendo la Bestia Bis. Non riesco più a sentir parlare di male. Perfino del mio. Men che meno di quello degli altri, e dire che ascoltare mi è sempre venuto congeniale, raccogliere sfoghi e richieste ha sempre fatto scattare dentro di me una molla piena di vita e di disponibilità sincera. Sarà la sindrome della crocerossina, che ne so. Oggi non è più così. Mi si rivoltano le viscere. E' un malessere proprio fisico. Oggi ha chiamato mia suocera per dirmi due cose, sentivo il suocero in fondo alla stanza che le suggeriva con insistenza di dirmi che aveva male qui e là per via di due infiltrazioni ai polsi fatti sabato, io per la prima volta in vita mia le ho detto con ben poca educazione di dirgli di finirla di frignare (le ho proprio detto "ma che la smetta, si guardi un po' di televisione e gli passa", lei mi ha risposto "che vuoi farci, porta pazienza, vuole che ti tenga informata e vuole che tu sappia che non può venire al telefono", e io di rimando istintivamente "eeeeeeh va ben, lo sappiamo tutti che ha i suoi dolori" ) che dovevamo parlare del ragù che lei aveva preparato per i miei uomini e non sapeva come porzionare. Posata la cornetta mi sono vergognata da-mo-ri-re: in vent'anni non mi era mai successo prima, di mancare loro di rispetto in questo modo. Confidenza ne ho sempre avuta, ma non oltre certi limiti. Mi sono morsa la lingua. C'è che quando ho iniziato a sentire "dille che il dottore mi ha detto di non muovere le mani" in sottofondo ho sentito un bisogno incontrollabile di vomitare.
Ho avuto un conato di vomito quando due giorni fa la mamma mi ha accennato ad un problema di pressione alta di una delle zie.
Ho chiuso bruscamente una conversazione via watsapp con la cuggggina con cui ci si sente praticamente tutti i giorni, quando ha iniziato a lamentarsi di un improvviso raffreddore che l'ha costretta a ricorrere all'aerosol. Stavo nella saletta d'attesa per la TAC. E no, per quanto io la critichi spesso dentro di me per questo suo modo di ingigantire in maniera teatrale ogni più piccolo fastidio che le capita, le ho sempre dato corda prima d'ora perchè ad essere gentili non ci si perde mai. 

Il mio intervento è stato anticipato a martedì 24, dopodomani. C'era posto, e mi hanno inserito in lista. Forse è meglio così, togliamoci di dosso sta Bestia e forse se ne va anche la morsa allo stomaco. Nell'ultima settimana ho perso un chilo. Oggi è domenica, il Gatto Alfa è ai seggi e chissà a che ora di domattina tornerà, io e il Power abbiamo passato la giornata un po' da soli giocando a giochi da tavolo e un po' dalla nonna. La pace domestica che spesso ho giudicato "noiosa" oggi vorrei che non finisse mai.
Ieri la mamma ha parlato alla nonna. Ora lo sa anche il resto della famiglia. Due cugine si sono fatte subito presenti con messaggi di affetto. Domani chiamo la nonna, voglio sentire la sua voce, lei che ne ha passate un milione (quattro tumori compresi) e sta ancora qui a canzonare la vita col suo sarcasmo che, nonostante spesso sia stato difficile da tollerare per chi le sta vicino, adesso mi tira stranamente su. Sapere che la mia malattia non è più un segreto, è come sapere che posso chiedere "aiutatemi a stare in piedi". 

Non doveva andare così. Sette anni fa a quest'ora avevo già tirato fuori le palle. Ero io che rassicuravo. Ero io che ci scherzavo sopra. Ero io che cercavo contatti con persone già passate attraverso questa strada per avere rassicurazioni, informazioni, scambio, crescita, forza. Quando ho avuto la diagnosi, due settimane fa, sono uscita dall'ambulatorio bella carica pensando "sono stata una donna cazzuta quella volta, me lo hanno detto tutti, vuol dire che POSSO, che le unghie le ho, è ora di tirar fuori quello che ho imparato".
Stavolta c'è il rifiuto del mio e di quello degli altri. Non so perchè, ma è così, è come se si fosse verificato in me un cambiamento improvviso, violento e radicale, e l'unica opzione che mi sembra accettabile ora è prenderne atto e dargli lo spazio che chiede senza sentirmene in colpa.
Stavolta l'ansia la fa da padrona, la certezza che o la affronto in piedi o finisco sdraiata è uno schiaffo a mano aperta che mi sveglia ogni mattina, e quella sottile malcelata richiesta " tu che sei forte aiutami a tollerare la tua sofferenza perchè sto male per te" che mi arriva da più fronti mi rimbomba nell'anima come qualcosa di inaccettabile.


martedì 17 ottobre 2017

Lo sfogo - la Bestia Bis

La visita oncologica c'è stata. Alla Bestia è stato dato un nome. Il percorso è stato programmato, anche se i dettagli vanno aggiustati via via.
La Bestia, stavolta, è brutta. Si, ok, trovatemi voi le Bestie belle, tra quel tipo di Bestie. C'è che quella che ho avuto sette anni fa, in confronto, era un agnellino. Mai avrei pensato di poterlo dire.
Questo è un triplo netagivo. Subdolo. Stronzo. La Bestia Bis. Uscito dal nulla così, aggratisse. Che nelle ultime settimane mi sono spaccata il sistema nervoso dai sensi di colpa, perchè ho saltato tante, TANTE pastiglie di terapia ormonale in sette anni, ma cacchio, ho fatto CINQUE anni di Decapeptyl, quando i protocolli standard ne vogliono due, tre al massimo. Ho anche tolto le ovaie assieme all'utero, che l'utero se n'è andato per la displasia all'endometrio, ma le ovaie erano sane, e ho accettato di farle togliere solo per prudenza, per prevenzione di una recidiva. E invece no, arriva questo, che dal finestrino che si è aperto in me mi fa cenno con la manona e mi dice con voce canzonante "del mio collega ti eri ben che liberata, eri proprio guarita di lui, ma io con lui non ho proprio niente a che fare, quindi togliti i sensi di colpa, perchè la tua è solo una grandissima botta di spheega". Che consolazione.

Mi aspetta, stavolta, la mastectomia radicale. E' già stata fissata per il 31ottobre. Mi ricostruiranno il seno. Nel mezzo, TAC e scintigrafia ossea, perchè se non c'è il terrore delle metastasi non ci accontentiamo mica.
E poi... Chi col triplo negativo si è già scontrata, sa che arriva il resto. Non ci si scampa. Non c'è altra arma, e che sant' Onco ce la mandi buona.
La chemio.
Cazzo, la chemio. Che quando ho realizzato la cosa, nella mia solitudine, mi sono lasciata andare ad una crisi isterica da vergognarmi di me. Ma se c'è una decisione che sto maturando in questi giorni è proprio quella di portare rispetto prima per il mio sentire, poi eventualmente per quello degli altri, e allora si, lo dico, ho urlato, ho lasciato uscire tutto il mio rifiuto per quella porcheria, che hanno poco da dirti "pensa che ti salva la buccia", ma intanto te la devi pippare, ti devi di nuovo lasciar rivoltare i visceri e non solo quelli da lei, e trovatemela anche solo una,  UNA donna che lo fa volentieri come fa volentieri una manicure. Averne lo schifo più schifo è un mio diritto.

Passano i giorni. Mi sto attivando. Perchè il momento dello sconforto e della caduta nel vuoto passa, la paura di non farcela rimane, la terra trema ancora sotto ai piedi, ma c'è tanto da fare, e a guardare al passo che sto facendo man mano ho imparato sette anni fa, ed è ora e tempo di rientrare in quella mentalità. Questo ora la vita mi chiede.
Ho fatto acquisti. Pigiami, biancheria nuova, e due foulard. Non voglio cappelli stavolta. Quelli della menata precedente (vedi un po' la vita come va, a volte...) non li ho conservati: lo scorso giugno, in occasione della imbiancata (imbluata...) della camera matrimoniale ho preso la palla al balzo e ho svuotato gli armadi, eliminando un milione di cose che stavano prendendo polvere da anni e che sapevo non avrei più adoperato. Tra queste cose, i miei cappelli che usavo per coprire la pelata. Tutti eliminati, tranne uno o due che mi piacevano particolarmente e che ho usato anche in seguito. Il resto... via. Ma penso che non li avrei rivoluti nemmeno sapendo a cosa sarei andata incontro ora, perchè non mi piacciono più. Ho un'altra età, un altro fisico, altri gusti, così ho deciso di cambiare. Intanto ne ho presi due. Un cappellino per stare in casa e basta. E orecchini vistosi per riempire quel vuoto odioso tra testa e collo che ti fa sembrare non solo malata, ma anche rassegnata. E no, rassegnata io proprio no, non a 44 anni, non con una famiglia da amare, non con un figlio da crescere. Dio, questi pensieri sto a fare... Si, cappero, io ci tengo. Datemi della donna senza spessore, pensate pure che i problemi durante la malattia sono altri, non mi importa. Ho bisogno di appigli per tenere su l'anima, ho fatto fatica a tornare ad avere un aspetto che mi piace dopo la malattia, è il mio appiglio e mi ci aggrappo con tutte le mie forze. Questo non mi preserva da tutto il resto, e sa il cielo quanto profondo sia l'abisso che riguarda quel "tutto il resto", ma mi aiuta a viverlo meglio. A guardarmi allo specchio e non vedere la malattia prima della donna, ma il contrario. E vedo tutorial su youtube creati da Donne come me che mi spiegano come annodare il tessuto, e anche come truccarsi. Appigli. Appigli per aggrapparsi alla vita. Appigli per cambiare il verso con cui guardarsi. Ho una malattia. Non sono LA malattia.

Un po' alla volta la gente intorno a me lo sta venendo a sapere. A qualcuno lo dico io, a qualcun altro l'ha detto mio marito. Qualcuno l'ha saputo da mia madre. E come sette anni fa, c'è chi si offre subito di aiutare in qualche modo, e chi sparisce.
Chiariamo. Non mi permetto di giudicare le reazioni di chiunque davanti a una cosa così abnorme. Ognuno ha il suo modo di porsi davanti a queste cose. Ma lo dico fuori dai denti: il silenzio che adotta la gente quando fuori la scusa "ho paura di disturbare" mi dà ai nervi. Ottima scusa per lavarsene le mani. Prendete in giro qualcun altro: se tacete, tacete perchè o non ve ne frega niente, o perchè avete paura, ma non di disturbare.  Sarà che io parto dal presupposto che un malato non si lascia solo. Sarà che so cosa vuol dire avere non una semplice paura, ma il terrore puro. Sarà che per me il vuoto è non solo una cosa che ti fa sprofondare, ma è umanamente inaccettabile. Ma non rende ciechi. Una telefonata non disturba. Un messaggio su whatsapp non disturba. Un gesto gentile non disturba. Dite "sto sulle mie perchè non sono in grado di aiutarti, di portare il tuo peso, perchè ne ho di abnormi da risolvere di mie, non ho tempo, mi si è scaricato il telefono, non sapevo della tua condizione, non so che fare, la malattia mi spaventa", ma se dite "ho paura di disturbare" è come se diceste "non contare su di me". Ed è una cosa che mi segno, e mollo. Non con astio, ma adesso ho bisogno di forza, non posso concentrarmi su altro.

Una persona di mia conoscenza, una cara amica, in lacrime mi ha chiesto quanto fossi arrabbiata. Si è meravigliata quando ho risposto che provo tanti sentimenti, fuorchè la rabbia.
Mi arrabbio quando qualcuno mi pesta i piedi, quando mi si dice una bugia, quando mi si fa un torto, quando mi si manca di rispetto, quando mi si usa violenza verbale, quando vengo presa per quello che so di non essere. Ma adesso con chi me la prendo? Con chi mi devo arrabbiare, con la vita? La stessa vita che mi ha dato anche tante cose buone? Cos'è, la prendo a insulti per cosa? L'ha fatto apposta? Che abbiamo tutti le nostre croci, e allora dovremmo essere tutti incazzati a morte con la vita? E cosa faccio, pesto i pugni? E poi? Risolvo cosa? No, la rabbia è l'ultima cosa oggi. C'è tanto di altro, ma la rabbia no. Quello che mi manca è un pianto. Non sono ancora riuscita a farlo. Ci ho provato. Al primo singulto mi si è bloccato il collo, è partita una stecca alla cervicale, e mi sono fermata. E con questo ho un groppo abominevole in corpo.

Proteggere. Mi viene chiesto di proteggere mio figlio dal dolore, e questo è un capitolo a parte su cui oggi non me la sento di soffermarmi. Mi viene chiesto di proteggere mio marito, perchè ha grossissimi problemi sul lavoro, e soffre da morire, che questa mia situazione lo ha sderenato ulteriormente. Metà della mia famiglia non lo deve sapere, perchè quella metà andrà a riferirlo dritto dritto alla nonna (è già successo per altre cose, no, non esagero nè sottovaluto), e non vogliamo che sappia. A 92 anni si ha tutto il diritto di vivere in pace. Soprattutto se non si può verificare di persona come stanno le cose, perchè la distanza è troppa.
Mi è stato chiesto di proteggere mia madre, perchè è già provata dalla sua recente recidiva. E vive sola, ed è fragile. E di non sfogarmi con i miei suoceri, perchè hanno i loro problemi.
Qualcuno giorni fa mi ha telefonato per sapere come stavo. Quando ho iniziato a raccontare quello a cui sto andando incontro, ha cercato di tagliare corto la telefonata.
Proteggi chi ti ama, fingiti positiva, ottimista, ridi, buttala in vacca, punta il faro sulle tette nuove che ti fai fare e facci le battute sopra, tralascia il dettaglio che ti senti devastare i nervi perchè ti mutileranno fuori e dentro. Di nuovo. E senza sapere se servirà a portare a casa la buccia intera, peraltro. Che oggi va di moda il malato propositivo, positivo, quello che mette la maschera da tigre e racconta di andare a fare la chemio come quando va a prendere l' Ostia in chiesa. Quello che si, sta male, ma non lo fa pesare a nessuno, perchè bisogna poter dire "che bravo". E ci si può riuscire, fidatevi. Ma cazzo, quanto costa. Perchè poi hai una facciata da tenere in piedi, e guai se per un momento ti lasci andare, perchè l'anima pia che ti ricorda che "tanto tu sei forte" arriva puntuale a farti sentire più debole, così, di un debole qualunque. E io, adesso, non ci riesco. Proteggo mio figlio. Proteggo me stessa. Per il resto del mondo, da oggi non ce n'è.

Proprio da oggi. Oggi ho fatto la visita chirurgica con il chirurgo plastico.
A causa della pregressa quadrantectomia, a causa della pregressa radioterapia, a causa della chemio che farò, a causa del blablabla, considerando questo e quello, è stato deciso che farò il percorso di ricostruzione con l'espansore. E sarà lungo. E tornerò in sala operatoria da qui a circa un anno. E su e giù per il Big Hospital ogni due o tre settimane. E un'altra minestra da digerire.

La ricostruzione è il minimo, mi hanno detto.
I capelli sono il minimo, mi ha detto la mia amica Se.
Dei capelli fregatene, ha ripetuto l'altra mia amica, la Ci.
Tanto è passeggero, mi ha detto la Cla.
Tra un anno ci ridiamo sopra, è arrivato dalla Fla.
Se bisogna passare l'inferno si passa l'inferno, ti dice chi "quell' inferno" l'ha solo sentito nominare e non ne ha mai assaggiata una goccia.
Tutto è il minimo. Tutto è passeggero. Tutto è facile, finchè la somma di tutti i minimi  non te la fai tu. Come quando sei nel pieno di una crisi di ansia e ti dicono "e allora calmati".
C'è che oggi ho deciso che da ora in avanti, finchè non sarà passato il violaceo del livido che ancora mi scotta sulla pelle del collo, mi proteggerò e dirò la verità.

Mi chiederanno come sto.
Risponderò che oggi sto di merda.




venerdì 6 ottobre 2017

Di nuovo nella bolla

Certi protocolli li conosco. E a volte essere ignoranti giova, ve lo giuro.

C'era la stessa dottoressa di sette anni fa a fare il prelievo.
C'era la stessa infermiera a tenermi la mano.
C'era lo stesso anatomopatologo.
E fin qui possono essere benissimo casi.

Ma come sette anni fa dopo il primo prelievo non sono stata più guardata negli occhi.
Come sette anni fa ne sono stati fatti altri due, sotto anestesia locale, con un ago molto più grosso contenente un piccolo bisturi. Non previsti.
Come sette anni fa la dottoressa che ha effettuato i prelievi ha dovuto forzare parecchio per farli, perchè la massa è non solo circondata da tessuto infiammato, ma piuttosto dura.
Come sette anni fa mi è stato detto che mi avrebbero fissato loro l'appuntamento dal senologo, dopo avermi consegnato il referto.

Ma come sette anni fa il referto non mi è stato consegnato in mano. Come sette anni fa, mi è stato fissato telefonicamente l'appuntamento per la diagnosi. Come sette anni fa, dopo quattro giorni. Come sette anni fa, di lunedì.

Ma ho già saputo. Ieri. Non serviva la telefonata. Non serviva nemmeno l'altra mia telefonata di conferma, ma ho voluto farla lo stesso. E ho saputo.
Perchè certi protocolli, quei protocolli, li conosco. Tre volte ci sono passata, tra me e mia madre. Questa è la quarta.  Chi non sa di cosa parlo ha poco da dirmi "eh... ma... magari no..." per tranquillizzarmi, non sono una bambina. Nemmeno una vecchia rimbambita. E dove si trova il reparto di oncologia non me lo devono indicare.
Ora mi manca solo da sapere il "come". Perchè il "quando" l'ho già saputo anche quello: alla svelta.

E' tornata la Bestia.

E forse, appena riesco ad uscire da questa ennesima bolla con la testa, recupererò un minimo di lucidità necessaria per essere obiettiva, realista, e meno impanicata.
Forse anche a fermare la testa e a ricominciare a mangiare. E a scrivere.

Ma ora sono sento solo la stanchezza e il vuoto.





lunedì 11 settembre 2017

Attese

Eccomi. Oggi inizia la scuola, stamattina me la prendo comoda e scrivo.
Riprendo da dove ho lasciato un mese fa. Non è mica finita.
E' un post un po' lungo e parecchio pesante, ma tant'è, la pagina è mia, scrivo per me, questo vi beccate se avete voglia di leggere.

Dunque. Tecnicamente.
L'oncologa mi ha visto, mi ha visitata bene, ha visionato i referti a disposizione, in mezz'ora di visita ha vagliato diverse ipotesi, "mastite si... mastite no... aspetti che parlo con la radiologia...". Mi ha messo sotto antibiotico per una settimana, con già fissato l'appuntamento per otto giorni dopo.
Bene, penso, vedrai che in una settimana me la sfilo via. Passata la paura.

Ma otto giorni dopo non è cambiato niente. Anzi. Il contrario.
Mi visita, stavolta, l'oncologo. Il lunedì seguente ho già fissato l'eco di controllo per l'altro seno, per il fibroadenoma trovato sei mesi fa, chiede che venga esaminato anche il seno sinistro, e mi dice di avvisare la radiologa perchè appena terminato l'esame vuole parlare con lei.
No, non è mastite, altrimenti avrebbe reagito alla cura farmacologica. Può essere altro. Può essere il granuloma vecchio che si è gonfiato (ma è poco probabile, visto che la "massa" non ha contorni definiti, così mi ha spiegato), può essere una ghiandola impazzita, può essere che avendo sospeso per un periodo la terapia ormonale gli estrogeni si siano sentiti autorizzati a fare un festino (ho scoperto quel giorno che gli estrogeni non dipendono esclusivamente dalle ovaie - che appunto non ho più - ,beata la mia ignoranza). Oppure, e stavolta me lo sono sentito dire dritto in viso, a differenza della volta scorsa, può esserci ripresa della malattia. E per saperlo c'è un solo mezzo.

Il lunedì successivo, cioè cinque giorni dopo, ho fatto l'eco. La radiologa con una mano fa l'esame, con l'altra parla al telefono con l'oncologo, e gli spiega quello che vede. L'oncologo scende subito. Mi viene rifatto l'esame. Lui, un punto di domanda alto un metro e ottanta con gli occhi sbarrati fissi sul monitor. Lei, un punto di domanda alto un po' meno, seduta davanti al monitor mentre smanetta. Io, un punto esclamativo che sul lettino non riesce a stare fermo, e inizia ad agitarsi nel vero senso della parola. Tremavo come una foglia, senza riuscire a controllarmi. Mi sono scusata, mi hanno chiesto se avessi freddo, e l'ho detto che no, non avevo freddo, ma ero nervosa come un gatto in mano al veterinario, e mi sono scusata di nuovo. E sono stata capita, perchè non me lo hanno fatto pesare. Nessuno dei due. Anzi, la radiologa mi ha sussurrato che sarebbe nervosa anche lei nel vedere i medici che si agitano.
La massa densa cresce settimana dopo settimana, prende circa mezzo seno (dei tre quarti rimasti di lui) o poco più, anche il seno destro dà segni di cambiamento di struttura. 

E quindi biopsia sia. Verrò bucherellata in più punti, con anestesia locale, martedì 26. E poi che sarà sarà.

Ho paura. Lo so, è scontato, banale, il minimo della pena, ma lo devo dire. Ho paura.
Non ho paura dell'esito, ho affrontato il peggio una volta, ho visto che non è impossibile, nessuno mi impedisce di affrontarlo, se serve, di nuovo.
Ho paura dei miei nervi. Ho paura dello stato d'ansia che mi ha reinvestito, ho il terrore di non essere suffcientemente salda su me stessa quanto basta per non farmi prendere dal panico. Per non riversare su mio figlio, già ansioso di suo, il mio stato d'animo.
Sono in mani competenti, fidate, serie, scrupolose, ma quando chiudo gli occhi sono sola con me stessa. Sento addosso la preoccupazione della mia famiglia, soprattutto di mio marito che ha dall'altra parte due genitori che gli stanno dando seri problemi legati essenzialmente all'età, e alla degenerazione di problemi non indifferenti, e che vanno seguiti per dovere e per immenso affetto. Mi dice che mi vuole bene, me lo ripete mille volte al giorno, quasi avesse paura che non arrivi a esserne sicura. Ma è terrorizzato. E questa cosa mi sgomenta più di quello che mi sta accadendo.

Sono terribili, le attese. Nelle attese si infila il tutto e il niente. Nella mia attesa ho ricominciato a ricamare, perchè il ricamo richiede attenzione più di altre attività da svolgere quando riposo, se sbaglio disfare è un macello, perciò mentre lavoro la testa deve rimanere lì e solo lì, non può viaggiare altrove. Mentre ricamo si allenta la morsa allo stomaco. Ognuno ha i suoi modi per scappare, di tanto in tanto, dalla realtà. E non è una cosa che trovo sbagliata. Da qui al 26, e dal 26 al giorno in cui saprò qualcosa, ho bisogno di vivere, non posso ficcare la testa sotto al cuscino. Ricamo, sforno pane, controllo compiti, gioco col telefono, chiacchiero via whatsapp, faccio i miei lavori di tutti i giorni in casa e fuori, ma non ho voglia di vedere nessuno. Per la prima volta da anni, apprezzo quelle conversazioni in cui l'altro ti parla delle millemila cose sue ma non usa tre secondi del suo tempo per ascoltare le tue. Perchè oggi delle mie non ho voglia di parlare con nessuno.
E' la sera, prima di addormentarmi, che l'angoscia sale. Spesso sto sveglia fino alle due, le tre del mattino, senza riuscire a lasciarmi andare. Ogni tanto scendo, mi attacco alla fattoria virtuale (ho ricominciato a giocare anche con quella, dopo secoli), foffo i gatti a rotazione (con o senza il loro consenso, tanto con cinque che ne ho si possono dare il turno, e almeno quattro di loro fortunatamente apprezzano), poi risalgo. E fisso il buio. Piano piano scivolo giù nel sonno, ma faccio solo brutti sogni. Sogno uomini incattiviti che vogliono entrarmi in casa a forza. Sogno mio figlio piccolo, lo prendo in braccio per difenderlo da gente che vuole fargli del male. Sogno traslochi impellenti, suppellettili che non entrano nelle scatole, il bagagliaio della mia auto da riempire di mobili e scatoloni di libri, l'angoscia nel non riuscire a calcolare se ci sta tutto dentro o no. Ho sognato mio nonno, morto venticinque anni fa, seduto sul pavimento della cucina dove si viveva al tempo, che rassegnato mi diceva dondolando la testa "lasciala fare (tua nonna), quando ha finito di fare i suoi lavori mi alzo, se mi alzo adesso me ne dice di tutti i colori". Ho il dono di ricordare sempre i sogni che faccio, e io lo chiamo "dono" perchè quando ne parlo la maggior parte delle persone mi dice che, invece, li ricorda difficilmente. Io no. E dei sogni che faccio mi rimane sempre qualcosa addosso ogni giorno, nel bene e nel male. Come se non smettessi mai guardarmi dentro. Come se non staccassi mai la presa dalla corrente.


Le attese sono la parte peggiore delle cose. Non ho vissuto serenamente nemmeno l'attesa del giorno del mio matrimonio, quasi diciotto anni fa ormai, benchè fosse un evento lieto, preoccupata che qualcosa andasse storto, sempre in termini di ansia. Figuriamoci il tipo di attesa che vivo ora. E me la devo mettere via, mi sto sforzando di accettare che non può essere diverso da così. E' inutile che mi si dica "vedrai che andrà bene", mi viene da rispondere che la sfera magica non l'ha nessuno, e che se  l'oncologo mi ha detto testuali parole "Non me la sento di tranquillizzarti" , lui che in sette anni e mezzo non l'ho sentito sbilanciarsi mai, non è certo la parola contraria di qualcun altro che mi allevia la tensione. Voglio che sia LUI a dirmi che va tutto bene. Io aspetto quello. Tutto il resto è fuffa.





venerdì 11 agosto 2017

Paure

Mi è crollata una certezza: io con la malattia non devo proprio averci fatto pace. O non ho proprio fatto pace con la paura.
Faccio una premessa: sono in piena fase di panico, perciò quello che scrivo oggi ha poco di razionale, ed è dettato dal mio unico e solo bisogno di sfogare tensione.

Faccio outing, e mi si dica pure che sono una grandissima incosciente, perchè fondamentalmente mi rassegno a pensare di esserlo davvero. Dopo tutto quello che ho passato sette anni fa, io prima di toccarmi il seno per autoesaminarlo (e so bene come si fa, ormai ho una palestra ben formata) devo avere un momento di coraggio folle, e qui lo dico e qui lo nego, non mi capita poi tanto spesso. Mi sento molto "struzzo", lo ammetto, e non do certo un bell' insegnamento. Ma io non vivo certo per fare la maestra agli altri, io ho i miei limiti e i miei terrori, e uno dei peggiori terrori della mia vita da sette anni a questa parte è il tunnel della paura della recidiva. Non LA recidiva, ma la paura di averne paura. Faccio i miei controlli semestrali come da protocollo, non faccio e non chiedo mezzo esame in più di quelli prescritti dall' oncologo di volta in volta (o ti fidi o non ti fidi, e se non ti fidi che cappero ci vai a fare? Sono pur guarita...), stop. Non ne parlo mai, non ne voglio parlare mai di mia iniziativa se non mi si chiede di farlo (e in quel caso lo faccio senza problemi, comunque, ma solo in quel caso), perchè nella vita "normale" che ho sempre rivoluto lo spazio per una malattia oncologica che oggettivamente non c'è non ce lo voglio far stare. E ok, non pensiamoci più.
Ma mi sto dicendo la verità o mi sto perculando da sola?
Illudiamoci che la mia fifa si mascheri da "tanto ho già dato", che la mia famiglia possa contare sui miei nervi saldi, già peraltro compromessi quotidianamente dagli effetti della menopausa (su cui stendo un velo pietoso). Concentriamoci sul fatto che la mamma ha avuto la sua recidiva dopo sei anni solo per botta di sphyga. Non diamo preoccupazioni più a nessuno, poi. Non sopporto quando i miei cari si preoccupano. Mi sento mortalmente in colpa. No, non è razionale. Ma io in quella cosa tutta code al CUP ed esami e buchi ed accertamenti e visite e attese e ipotesi e passate di scanner e carte che si accumulano e impegnative e referti da ritirare e date da incastrare e spiegazioni da dare e da chiedere e chilometri da fare e biopsie e stomaci chiusi dall'ansia e punti di domanda e ribaltamenti a calzino per ogni pelo incarnito non la voglio più. NON LA VOGLIO PIU'! Non la reggo! Ho dato per me, sto dando per mia madre, basta! Ho altro da fare! E guai al prossimo che mi ricorda che "eh, e per fortuna che ti controllano", si grazie che culo essere guardata a vista dagli oncologi (mica Baubau e Miciomicio) per il resto della vita dai 37 anni in poi, no?

Un mese fa circa, mettendo la solita crema corpo dopo la doccia (ho preso questa abitudine per finire un tubo enorme di crema agli agrumi presa senza tanta convinzione l'anno scorso con la scusa del decluttering selvaggio, e ho scoperto che la combinazione di quel profumo con quello della mia pelle mi piace da impazzire) arrivo al seno e sento il solito gonfiore sotto la cicatrice un po' più grosso del solito. Passo la mano sotto ed è un po' gonfio anche lì. Sul momento ho pensato che magari posso aver dormito messa male, o aver fatto un movimento stupido, poi in questo periodo vai dentro e fuori da certi supermercati dove entri lasciandoti alle spalle il Sahara per trovarti in Groenlandia e prendi certe tirate a nervi e muscoli... e boh, ho lasciato stare.
Dopo una settimana, una domenica sera, in quella che è una delle poche serate di pace sotto al gazebo di questa estate assurdamente torrida e ignobilmente pregna di zanzare, mentre uncinetto placida un modulo identico a decine di altri (sto declutterando... filo numero 12 bianco a pacchi che mi è stato regalato tempo fa) sento calore sul seno operato. Passo la mano. Scotta. Scosto il collo della maglietta, ma è roseo come sempre. Il calore è interno. Vado su, mi stendo, faccio l'autoesame, e scopro che è tutto un grumo duro fin sotto l'ascella. Ed è un po' dolente.
No, ti prego, non ricominciamo la trafila, fai che due pastiglie e via, non voglio, non voglio! 
 
Il mattino dopo vado dal medico, mi visita, mi prescrive due antinfiammatori di cui uno specifico per i linfonodi (per quei pochi che mi sono rimasti), e mi dice di tornare dopo quattro giorni se non fosse cambiato nulla. Dopo quattro giorni uno dei due antinfiammatori mi ha fatto una brutta reazione, mi ha letteralmente steso, così ovviamente l'ho sospeso, e mi sono presentata il lunedì successivo a visita con il seno uguale ad otto giorni prima, si è sfiammata solo la parte ascellare.
Il medico mi rivisita e mi manda a fare una ecografia urgente.
Il giorno dopo faccio l'ecografia, la dottoressa (santa subito) che mi esamina cerca di tranquillizzarmi (dopotutto me lo hanno insegnato gli oncologi anni fa: se fa male al 99 per cento delle probabilità non è cancro, perchè il tumore al seno non è vascolarizzato), ma mi prenota una risonanza magnetica per la settimana successiva. L'eco vede molto poco.
Lunedì scorso ho fatto questa risonanza. Tra l'altro nel Little Hospital, cosa nuova visto che il reparto ha da poco più di un mese il macchinario e quindi il servizio, finalmente. Comodo perchè è vicino, comodo perchè c'è poco da fare, i visi sono sempre gli stessi, sono sempre stata trattata con cortesia, e sono aspetti che aiutano ad affrontare l'esame con un filo di ansia in meno. Comodo perchè il macchinario nuovo di pacca permette di posizionarsi in maniera molto più agevole rispetto a quello con cui ho fatto lo stesso esame nel Big Hospital quasi due anni fa, se pur a pancia in giù.

Ho trascorso cinque giorni in iperattività domestica nonostante la fatica data dalle temperature, per non pensare. Sapevo che l'esame non avrebbe messo fine a niente, che ormai il rovesciamento del calzino è stato avviato, sapevo che non me la sarei asciugata con un'altra fila dal mio medico per farmi dire "sono ghiandole infiammate, passerà" e aver chiuso la pratica così. Ed era quello che più volevo evitare.
Oggi ho ritirato l'esito della risonanza. Nel mio seno sinistro c'è un bel macello, ha l'aspetto di una grossa infiammazione ghiandolare su più ghiandole, non sembra esserci ripresa di malattia, MA mi mandano a visita oncologica alla veloce per precauzione, con tanto di impegnativa con priorità già inserita nella busta assieme al referto e al CD. Sarò vista martedì 22 agosto.
Stia tranquilla ma balliamo ancora.
E non ci sarà nulla di preoccupante. Perchè lo so. Ma questo seno così non deve stare perchè non è normale, e una soluzione va comunque cercata. Altri farmaci, una biopsia, che cappero ne so, vedranno loro. Gli eccessi di scrupolo sono la regola dove vengo curata, una eccezione forse in questo Paese dove il più delle volte si parla solo di lassismo in tal senso, tanto di cappello e tanto di grazie vista comunque la fatica che fanno. Va bene così.

Ma sono sincera. Non la sto prendendo bene. Me ne sono resa conto sul lettino dell'ambulatorio della radiologia, mentre la dottora passava lo scannerino sul seno durante l'ecografia. Sono entrata sorridente ed energica, ma quando la dottora ha detto che non vedeva nulla apparentemente che la facesse pensare ad una recidiva, senza capacitarmene io stessa mi sono ritrovata il viso bagnato. Come, non lo so. E non era sudore. Mentre tornavo a casa, già sapendo di dover attendere la telefonata per la risonanza (mi è stato detto prima di essere congedata), ho pianto. Non per la paura, ma per la mia debolezza. Per la vergogna di non essere l'immagine della perfezione che probabilmente ho sempre preteso da me, e di cui mi sono resa conto solo in questo periodo.
Quando ho assistito alla seconda diagnosi di mia madre, lo scorso gennaio, mentre il chirurgo interrogava lei, l'oncologo mi ha fissato per un momento, e deve essersi accorto che trattenevo il groppo in gola. Mi ha sorriso, ha spostato lo sguardo sul monitor che aveva accanto, e ha detto al chirurgo che stava dall'altra parte della stanza "A Sara si stanno risvegliando vecchi fantasmi, ed è comprensibile". Mi sono scusata.
 

E' vero. E non riesco a farci proprio niente. Ci sono cassetti che più cerchi di tenere chiusi e più il contenuto preme per impedirtelo. L'ho negato con tutte le mie forze quel fantasma, perchè pensare al cancro dopo sette anni l'ho sempre ritenuto una cosa stupida, da persone fragili, e io ho delle responsabilità in famiglia, non posso essere fragile. L'anno scorso le conseguenze delle cure ormonali si sono portate via utero ed ovaie lasciandomi in cambio una menopausa chirurgica che non sto tollerando proprio nel migliore dei modi, ma me ne sono fatta una ragione in qualche mese, e se brontolo o se ho degli scompensi di varie nature (praticamente ogni giorno) non la maledico più, so che devo farci i conti e pace, ma trascinarmi il pensiero del "mio" tumore al seno è una cosa che rifiuto da anni. Non voglio sentirmi come una bomba ad orologeria, perchè molto probabilmente non lo sono proprio, di tumore al seno oggi si può guarire. Non voglio fare la piattola che piange per una cosa ormai lontana, ho una avversione istintiva verso le donne che non sanno parlare d'altro che del loro cancro al seno dopo trent'anni come se tutta la loro vita si fosse fermata lì e dovessero morirne domani, quando ce ne sono ancora troppe che sono nel bel mezzo della bufera delle cure pesanti (e non parlo della terapia ormonale) che avrebbero tutti i santi motivi per cercare spalle su cui appoggiarsi perchè non riescono a guardare più in là del passo successivo a quello che stanno facendo oggi. La scorsa settimana ho dovuto chiamare in oncologia per fissare un appuntamento per mia madre, e indovinate un po'? Ho dovuto cercare il numero di telefono del reparto nella rubrica perchè l'avevo bello che dimenticato. DIMENTICATO. Cioè, pur facendo controlli ancora semestrali, non ho mai, MAI negli ultimi anni  sentito o avuto oggettivamente il bisogno (anche psicologico) di telefonare per qualsiasi cosa, perchè la mia salute l'ho sempre gestita col mio medico di base alla estrema bisogna e con gli specialisti del caso per le altre cose, che per una persona con una vita "normale" è la cosa più "normale". In questi sette anni ho fatto una infinità di cose, ho desiderato crescere, ho fatto progetti, ho costruito, intessuto rapporti, realizzato piccoli desideri, mi sono ripresa la vita. Sto crescendo mio figlio, ed è il pensiero più importante delle mie giornate. Non la malattia, mio figlio.
E adesso sono qui di nuovo in preda all'ansia, senza capire perchè, dato che oggettivamente la cosa più probabile è che tutto si risolva senza conseguenze. E soprattutto a condannarmi per questa debolezza. Eppure mi chiudo in me stessa, nascondo quello che vivo, mi rifiuto di dire a chicchessia  che sto vivendo giorni pesanti. Ho vergogna. Tutti hanno i loro problemi alla fine, e ci sono cose oltretutto che non voglio sentirmi dire, perciò mostro solo la faccia che voglio mostrare e mi proteggo.
No, non va bene. Non va bene che dopo sette anni debba riscoprire certi pensieri. Non va bene perchè mi sembra di non essere mai cresciuta. E in questo momento mi è intollerabile.