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lunedì 11 settembre 2017

Attese

Eccomi. Oggi inizia la scuola, stamattina me la prendo comoda e scrivo.
Riprendo da dove ho lasciato un mese fa. Non è mica finita.
E' un post un po' lungo e parecchio pesante, ma tant'è, la pagina è mia, scrivo per me, questo vi beccate se avete voglia di leggere.

Dunque. Tecnicamente.
L'oncologa mi ha visto, mi ha visitata bene, ha visionato i referti a disposizione, in mezz'ora di visita ha vagliato diverse ipotesi, "mastite si... mastite no... aspetti che parlo con la radiologia...". Mi ha messo sotto antibiotico per una settimana, con già fissato l'appuntamento per otto giorni dopo.
Bene, penso, vedrai che in una settimana me la sfilo via. Passata la paura.

Ma otto giorni dopo non è cambiato niente. Anzi. Il contrario.
Mi visita, stavolta, l'oncologo. Il lunedì seguente ho già fissato l'eco di controllo per l'altro seno, per il fibroadenoma trovato sei mesi fa, chiede che venga esaminato anche il seno sinistro, e mi dice di avvisare la radiologa perchè appena terminato l'esame vuole parlare con lei.
No, non è mastite, altrimenti avrebbe reagito alla cura farmacologica. Può essere altro. Può essere il granuloma vecchio che si è gonfiato (ma è poco probabile, visto che la "massa" non ha contorni definiti, così mi ha spiegato), può essere una ghiandola impazzita, può essere che avendo sospeso per un periodo la terapia ormonale gli estrogeni si siano sentiti autorizzati a fare un festino (ho scoperto quel giorno che gli estrogeni non dipendono esclusivamente dalle ovaie - che appunto non ho più - ,beata la mia ignoranza). Oppure, e stavolta me lo sono sentito dire dritto in viso, a differenza della volta scorsa, può esserci ripresa della malattia. E per saperlo c'è un solo mezzo.

Il lunedì successivo, cioè cinque giorni dopo, ho fatto l'eco. La radiologa con una mano fa l'esame, con l'altra parla al telefono con l'oncologo, e gli spiega quello che vede. L'oncologo scende subito. Mi viene rifatto l'esame. Lui, un punto di domanda alto un metro e ottanta con gli occhi sbarrati fissi sul monitor. Lei, un punto di domanda alto un po' meno, seduta davanti al monitor mentre smanetta. Io, un punto esclamativo che sul lettino non riesce a stare fermo, e inizia ad agitarsi nel vero senso della parola. Tremavo come una foglia, senza riuscire a controllarmi. Mi sono scusata, mi hanno chiesto se avessi freddo, e l'ho detto che no, non avevo freddo, ma ero nervosa come un gatto in mano al veterinario, e mi sono scusata di nuovo. E sono stata capita, perchè non me lo hanno fatto pesare. Nessuno dei due. Anzi, la radiologa mi ha sussurrato che sarebbe nervosa anche lei nel vedere i medici che si agitano.
La massa densa cresce settimana dopo settimana, prende circa mezzo seno (dei tre quarti rimasti di lui) o poco più, anche il seno destro dà segni di cambiamento di struttura. 

E quindi biopsia sia. Verrò bucherellata in più punti, con anestesia locale, martedì 26. E poi che sarà sarà.

Ho paura. Lo so, è scontato, banale, il minimo della pena, ma lo devo dire. Ho paura.
Non ho paura dell'esito, ho affrontato il peggio una volta, ho visto che non è impossibile, nessuno mi impedisce di affrontarlo, se serve, di nuovo.
Ho paura dei miei nervi. Ho paura dello stato d'ansia che mi ha reinvestito, ho il terrore di non essere suffcientemente salda su me stessa quanto basta per non farmi prendere dal panico. Per non riversare su mio figlio, già ansioso di suo, il mio stato d'animo.
Sono in mani competenti, fidate, serie, scrupolose, ma quando chiudo gli occhi sono sola con me stessa. Sento addosso la preoccupazione della mia famiglia, soprattutto di mio marito che ha dall'altra parte due genitori che gli stanno dando seri problemi legati essenzialmente all'età, e alla degenerazione di problemi non indifferenti, e che vanno seguiti per dovere e per immenso affetto. Mi dice che mi vuole bene, me lo ripete mille volte al giorno, quasi avesse paura che non arrivi a esserne sicura. Ma è terrorizzato. E questa cosa mi sgomenta più di quello che mi sta accadendo.

Sono terribili, le attese. Nelle attese si infila il tutto e il niente. Nella mia attesa ho ricominciato a ricamare, perchè il ricamo richiede attenzione più di altre attività da svolgere quando riposo, se sbaglio disfare è un macello, perciò mentre lavoro la testa deve rimanere lì e solo lì, non può viaggiare altrove. Mentre ricamo si allenta la morsa allo stomaco. Ognuno ha i suoi modi per scappare, di tanto in tanto, dalla realtà. E non è una cosa che trovo sbagliata. Da qui al 26, e dal 26 al giorno in cui saprò qualcosa, ho bisogno di vivere, non posso ficcare la testa sotto al cuscino. Ricamo, sforno pane, controllo compiti, gioco col telefono, chiacchiero via whatsapp, faccio i miei lavori di tutti i giorni in casa e fuori, ma non ho voglia di vedere nessuno. Per la prima volta da anni, apprezzo quelle conversazioni in cui l'altro ti parla delle millemila cose sue ma non usa tre secondi del suo tempo per ascoltare le tue. Perchè oggi delle mie non ho voglia di parlare con nessuno.
E' la sera, prima di addormentarmi, che l'angoscia sale. Spesso sto sveglia fino alle due, le tre del mattino, senza riuscire a lasciarmi andare. Ogni tanto scendo, mi attacco alla fattoria virtuale (ho ricominciato a giocare anche con quella, dopo secoli), foffo i gatti a rotazione (con o senza il loro consenso, tanto con cinque che ne ho si possono dare il turno, e almeno quattro di loro fortunatamente apprezzano), poi risalgo. E fisso il buio. Piano piano scivolo giù nel sonno, ma faccio solo brutti sogni. Sogno uomini incattiviti che vogliono entrarmi in casa a forza. Sogno mio figlio piccolo, lo prendo in braccio per difenderlo da gente che vuole fargli del male. Sogno traslochi impellenti, suppellettili che non entrano nelle scatole, il bagagliaio della mia auto da riempire di mobili e scatoloni di libri, l'angoscia nel non riuscire a calcolare se ci sta tutto dentro o no. Ho sognato mio nonno, morto venticinque anni fa, seduto sul pavimento della cucina dove si viveva al tempo, che rassegnato mi diceva dondolando la testa "lasciala fare (tua nonna), quando ha finito di fare i suoi lavori mi alzo, se mi alzo adesso me ne dice di tutti i colori". Ho il dono di ricordare sempre i sogni che faccio, e io lo chiamo "dono" perchè quando ne parlo la maggior parte delle persone mi dice che, invece, li ricorda difficilmente. Io no. E dei sogni che faccio mi rimane sempre qualcosa addosso ogni giorno, nel bene e nel male. Come se non smettessi mai guardarmi dentro. Come se non staccassi mai la presa dalla corrente.


Le attese sono la parte peggiore delle cose. Non ho vissuto serenamente nemmeno l'attesa del giorno del mio matrimonio, quasi diciotto anni fa ormai, benchè fosse un evento lieto, preoccupata che qualcosa andasse storto, sempre in termini di ansia. Figuriamoci il tipo di attesa che vivo ora. E me la devo mettere via, mi sto sforzando di accettare che non può essere diverso da così. E' inutile che mi si dica "vedrai che andrà bene", mi viene da rispondere che la sfera magica non l'ha nessuno, e che se  l'oncologo mi ha detto testuali parole "Non me la sento di tranquillizzarti" , lui che in sette anni e mezzo non l'ho sentito sbilanciarsi mai, non è certo la parola contraria di qualcun altro che mi allevia la tensione. Voglio che sia LUI a dirmi che va tutto bene. Io aspetto quello. Tutto il resto è fuffa.





venerdì 11 agosto 2017

Paure

Mi è crollata una certezza: io con la malattia non devo proprio averci fatto pace. O non ho proprio fatto pace con la paura.
Faccio una premessa: sono in piena fase di panico, perciò quello che scrivo oggi ha poco di razionale, ed è dettato dal mio unico e solo bisogno di sfogare tensione.

Faccio outing, e mi si dica pure che sono una grandissima incosciente, perchè fondamentalmente mi rassegno a pensare di esserlo davvero. Dopo tutto quello che ho passato sette anni fa, io prima di toccarmi il seno per autoesaminarlo (e so bene come si fa, ormai ho una palestra ben formata) devo avere un momento di coraggio folle, e qui lo dico e qui lo nego, non mi capita poi tanto spesso. Mi sento molto "struzzo", lo ammetto, e non do certo un bell' insegnamento. Ma io non vivo certo per fare la maestra agli altri, io ho i miei limiti e i miei terrori, e uno dei peggiori terrori della mia vita da sette anni a questa parte è il tunnel della paura della recidiva. Non LA recidiva, ma la paura di averne paura. Faccio i miei controlli semestrali come da protocollo, non faccio e non chiedo mezzo esame in più di quelli prescritti dall' oncologo di volta in volta (o ti fidi o non ti fidi, e se non ti fidi che cappero ci vai a fare? Sono pur guarita...), stop. Non ne parlo mai, non ne voglio parlare mai di mia iniziativa se non mi si chiede di farlo (e in quel caso lo faccio senza problemi, comunque, ma solo in quel caso), perchè nella vita "normale" che ho sempre rivoluto lo spazio per una malattia oncologica che oggettivamente non c'è non ce lo voglio far stare. E ok, non pensiamoci più.
Ma mi sto dicendo la verità o mi sto perculando da sola?
Illudiamoci che la mia fifa si mascheri da "tanto ho già dato", che la mia famiglia possa contare sui miei nervi saldi, già peraltro compromessi quotidianamente dagli effetti della menopausa (su cui stendo un velo pietoso). Concentriamoci sul fatto che la mamma ha avuto la sua recidiva dopo sei anni solo per botta di sphyga. Non diamo preoccupazioni più a nessuno, poi. Non sopporto quando i miei cari si preoccupano. Mi sento mortalmente in colpa. No, non è razionale. Ma io in quella cosa tutta code al CUP ed esami e buchi ed accertamenti e visite e attese e ipotesi e passate di scanner e carte che si accumulano e impegnative e referti da ritirare e date da incastrare e spiegazioni da dare e da chiedere e chilometri da fare e biopsie e stomaci chiusi dall'ansia e punti di domanda e ribaltamenti a calzino per ogni pelo incarnito non la voglio più. NON LA VOGLIO PIU'! Non la reggo! Ho dato per me, sto dando per mia madre, basta! Ho altro da fare! E guai al prossimo che mi ricorda che "eh, e per fortuna che ti controllano", si grazie che culo essere guardata a vista dagli oncologi (mica Baubau e Miciomicio) per il resto della vita dai 37 anni in poi, no?

Un mese fa circa, mettendo la solita crema corpo dopo la doccia (ho preso questa abitudine per finire un tubo enorme di crema agli agrumi presa senza tanta convinzione l'anno scorso con la scusa del decluttering selvaggio, e ho scoperto che la combinazione di quel profumo con quello della mia pelle mi piace da impazzire) arrivo al seno e sento il solito gonfiore sotto la cicatrice un po' più grosso del solito. Passo la mano sotto ed è un po' gonfio anche lì. Sul momento ho pensato che magari posso aver dormito messa male, o aver fatto un movimento stupido, poi in questo periodo vai dentro e fuori da certi supermercati dove entri lasciandoti alle spalle il Sahara per trovarti in Groenlandia e prendi certe tirate a nervi e muscoli... e boh, ho lasciato stare.
Dopo una settimana, una domenica sera, in quella che è una delle poche serate di pace sotto al gazebo di questa estate assurdamente torrida e ignobilmente pregna di zanzare, mentre uncinetto placida un modulo identico a decine di altri (sto declutterando... filo numero 12 bianco a pacchi che mi è stato regalato tempo fa) sento calore sul seno operato. Passo la mano. Scotta. Scosto il collo della maglietta, ma è roseo come sempre. Il calore è interno. Vado su, mi stendo, faccio l'autoesame, e scopro che è tutto un grumo duro fin sotto l'ascella. Ed è un po' dolente.
No, ti prego, non ricominciamo la trafila, fai che due pastiglie e via, non voglio, non voglio! 
 
Il mattino dopo vado dal medico, mi visita, mi prescrive due antinfiammatori di cui uno specifico per i linfonodi (per quei pochi che mi sono rimasti), e mi dice di tornare dopo quattro giorni se non fosse cambiato nulla. Dopo quattro giorni uno dei due antinfiammatori mi ha fatto una brutta reazione, mi ha letteralmente steso, così ovviamente l'ho sospeso, e mi sono presentata il lunedì successivo a visita con il seno uguale ad otto giorni prima, si è sfiammata solo la parte ascellare.
Il medico mi rivisita e mi manda a fare una ecografia urgente.
Il giorno dopo faccio l'ecografia, la dottoressa (santa subito) che mi esamina cerca di tranquillizzarmi (dopotutto me lo hanno insegnato gli oncologi anni fa: se fa male al 99 per cento delle probabilità non è cancro, perchè il tumore al seno non è vascolarizzato), ma mi prenota una risonanza magnetica per la settimana successiva. L'eco vede molto poco.
Lunedì scorso ho fatto questa risonanza. Tra l'altro nel Little Hospital, cosa nuova visto che il reparto ha da poco più di un mese il macchinario e quindi il servizio, finalmente. Comodo perchè è vicino, comodo perchè c'è poco da fare, i visi sono sempre gli stessi, sono sempre stata trattata con cortesia, e sono aspetti che aiutano ad affrontare l'esame con un filo di ansia in meno. Comodo perchè il macchinario nuovo di pacca permette di posizionarsi in maniera molto più agevole rispetto a quello con cui ho fatto lo stesso esame nel Big Hospital quasi due anni fa, se pur a pancia in giù.

Ho trascorso cinque giorni in iperattività domestica nonostante la fatica data dalle temperature, per non pensare. Sapevo che l'esame non avrebbe messo fine a niente, che ormai il rovesciamento del calzino è stato avviato, sapevo che non me la sarei asciugata con un'altra fila dal mio medico per farmi dire "sono ghiandole infiammate, passerà" e aver chiuso la pratica così. Ed era quello che più volevo evitare.
Oggi ho ritirato l'esito della risonanza. Nel mio seno sinistro c'è un bel macello, ha l'aspetto di una grossa infiammazione ghiandolare su più ghiandole, non sembra esserci ripresa di malattia, MA mi mandano a visita oncologica alla veloce per precauzione, con tanto di impegnativa con priorità già inserita nella busta assieme al referto e al CD. Sarò vista martedì 22 agosto.
Stia tranquilla ma balliamo ancora.
E non ci sarà nulla di preoccupante. Perchè lo so. Ma questo seno così non deve stare perchè non è normale, e una soluzione va comunque cercata. Altri farmaci, una biopsia, che cappero ne so, vedranno loro. Gli eccessi di scrupolo sono la regola dove vengo curata, una eccezione forse in questo Paese dove il più delle volte si parla solo di lassismo in tal senso, tanto di cappello e tanto di grazie vista comunque la fatica che fanno. Va bene così.

Ma sono sincera. Non la sto prendendo bene. Me ne sono resa conto sul lettino dell'ambulatorio della radiologia, mentre la dottora passava lo scannerino sul seno durante l'ecografia. Sono entrata sorridente ed energica, ma quando la dottora ha detto che non vedeva nulla apparentemente che la facesse pensare ad una recidiva, senza capacitarmene io stessa mi sono ritrovata il viso bagnato. Come, non lo so. E non era sudore. Mentre tornavo a casa, già sapendo di dover attendere la telefonata per la risonanza (mi è stato detto prima di essere congedata), ho pianto. Non per la paura, ma per la mia debolezza. Per la vergogna di non essere l'immagine della perfezione che probabilmente ho sempre preteso da me, e di cui mi sono resa conto solo in questo periodo.
Quando ho assistito alla seconda diagnosi di mia madre, lo scorso gennaio, mentre il chirurgo interrogava lei, l'oncologo mi ha fissato per un momento, e deve essersi accorto che trattenevo il groppo in gola. Mi ha sorriso, ha spostato lo sguardo sul monitor che aveva accanto, e ha detto al chirurgo che stava dall'altra parte della stanza "A Sara si stanno risvegliando vecchi fantasmi, ed è comprensibile". Mi sono scusata.
 

E' vero. E non riesco a farci proprio niente. Ci sono cassetti che più cerchi di tenere chiusi e più il contenuto preme per impedirtelo. L'ho negato con tutte le mie forze quel fantasma, perchè pensare al cancro dopo sette anni l'ho sempre ritenuto una cosa stupida, da persone fragili, e io ho delle responsabilità in famiglia, non posso essere fragile. L'anno scorso le conseguenze delle cure ormonali si sono portate via utero ed ovaie lasciandomi in cambio una menopausa chirurgica che non sto tollerando proprio nel migliore dei modi, ma me ne sono fatta una ragione in qualche mese, e se brontolo o se ho degli scompensi di varie nature (praticamente ogni giorno) non la maledico più, so che devo farci i conti e pace, ma trascinarmi il pensiero del "mio" tumore al seno è una cosa che rifiuto da anni. Non voglio sentirmi come una bomba ad orologeria, perchè molto probabilmente non lo sono proprio, di tumore al seno oggi si può guarire. Non voglio fare la piattola che piange per una cosa ormai lontana, ho una avversione istintiva verso le donne che non sanno parlare d'altro che del loro cancro al seno dopo trent'anni come se tutta la loro vita si fosse fermata lì e dovessero morirne domani, quando ce ne sono ancora troppe che sono nel bel mezzo della bufera delle cure pesanti (e non parlo della terapia ormonale) che avrebbero tutti i santi motivi per cercare spalle su cui appoggiarsi perchè non riescono a guardare più in là del passo successivo a quello che stanno facendo oggi. La scorsa settimana ho dovuto chiamare in oncologia per fissare un appuntamento per mia madre, e indovinate un po'? Ho dovuto cercare il numero di telefono del reparto nella rubrica perchè l'avevo bello che dimenticato. DIMENTICATO. Cioè, pur facendo controlli ancora semestrali, non ho mai, MAI negli ultimi anni  sentito o avuto oggettivamente il bisogno (anche psicologico) di telefonare per qualsiasi cosa, perchè la mia salute l'ho sempre gestita col mio medico di base alla estrema bisogna e con gli specialisti del caso per le altre cose, che per una persona con una vita "normale" è la cosa più "normale". In questi sette anni ho fatto una infinità di cose, ho desiderato crescere, ho fatto progetti, ho costruito, intessuto rapporti, realizzato piccoli desideri, mi sono ripresa la vita. Sto crescendo mio figlio, ed è il pensiero più importante delle mie giornate. Non la malattia, mio figlio.
E adesso sono qui di nuovo in preda all'ansia, senza capire perchè, dato che oggettivamente la cosa più probabile è che tutto si risolva senza conseguenze. E soprattutto a condannarmi per questa debolezza. Eppure mi chiudo in me stessa, nascondo quello che vivo, mi rifiuto di dire a chicchessia  che sto vivendo giorni pesanti. Ho vergogna. Tutti hanno i loro problemi alla fine, e ci sono cose oltretutto che non voglio sentirmi dire, perciò mostro solo la faccia che voglio mostrare e mi proteggo.
No, non va bene. Non va bene che dopo sette anni debba riscoprire certi pensieri. Non va bene perchè mi sembra di non essere mai cresciuta. E in questo momento mi è intollerabile.


venerdì 4 agosto 2017

Lavori

Eccomi.
Non sono evaporata, benchè siano mesi che non aggiorno il blog e la temperatura di questi giorni possa far pensare ad una scomparsa per liquefazione.
Sono qui con i miei pensieri, le mie ansie, i miei mal di stomaco e i miei sbalzi di umore. E tutto il resto. O quasi.

Riassumo brevemente l'ultimo periodo.
Il Power è stato promosso (non c'era da dubitarne, anche se è arrivato al giorno dell'esposizione dei quadri alle porte della scuola con un carico di ansia non indifferente). Uno dei suoi due migliori amici, il Sam, è stato bocciato: l'altro, il famoso Gi di cui qui ho scritto decine di volte, è stato bocciato l'anno scorso. Ergo: siccome la cosa della bocciatura del Sam non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, perchè grazie al cielo in questi anni (a differenza dei nostri) le probabili bocciature vengono fatte ventilare alle famiglie e ai ragazzini alcuni mesi prima di giugno, nelle settimane precedenti la fine della scuola il Power era stato preso da un pensiero che è assurdo se fatto da un adulto, ma nella mente contorta di un adolescente sto imparando che... ci sta. Si era messo in testa che chiunque si fosse  affezionato a lui sarebbe destinato alla bocciatura. Inoltre, come conseguenza diretta, prima o poi toccherà a lui, e se mamma e papà continuano a dirgli "non abbiamo ricevuto lettere nè convocazioni da parte dei prof", mentono per non farlo smettere di lavorare sodo prima del tempo. Non ha nessun senso, se si pensa che basta fare due conti sommando i voti delle verifiche sul libretto e facendo le varie medie per vedere scritto nero su bianco che l'unico buco del semestre è in storia, e non si boccia nessuno per un solo "buco". Ma andateci voi ad esplorare la testolina di un tredic-e-mezzenne che vive nel suo mondo, con l'autostima sotto ai sandali, e per il quale i visionari sono gli adulti alieni che lo circondano.
In ogni modo adesso si sta facendo più serio il pensiero della scuola superiore, e si, faccio outing: il Power punta al liceo scientifico. Ne ha visti due con la scuola (vedi post precedente) e gli sono piaciuti moltissimo, se ne è discusso in casa, ha dato un'occhiata alle materie di studio e gli sono brillati gli occhi, i prof hanno tirato fuori il discorso durante gli ultimi colloqui (lo scorso maggio) e sono concordi nell'affermare che il Power ha una testa da liceo scientifico, anche se gli manca il senso di responsabilità necessario per intraprendere un percorso di studio che prevede tanto impegno su base teorica. In parole povere è ancora molto, molto crudo. Ma si tratta di un ragazzino che non ha ancora quattordici anni, che ha ancora mesi davanti per crescere in tal senso, che può anche darsi che cambi idea come pure no, e che se dovesse sbattere il naso si tamponerà il necessario, perchè non gli faremo mancare nè le garze nè la busta del ghiaccio. Ora tutto è possibile. Però, e qui lo dico sottovoce da mamma che nella vita ha fatto tutt'altro perciò in materia perfettamente ignorante, io quella testolina macchinatrice senza sosta e curiosa come un gatto di poche settimane, con una memoria da computer del fisco e la cui lettura preferita (romanzi fantasy a parte, quelle sono il top del top nella sua biblioteca personale) sono le riviste "Focus" da tempo immemore (si è pappato tutti i numeri arretrati che collezionava mio marito da giovane, conservati dai miei suoceri, e quelli di qualche anno fa che possiede mia madre li ha consumati a forza di sfogliarli a ripetizione)... si, ce lo vedo e mi inorgoglisco. Ma lo tengo per me.

Le prime settimane delle (sue) vacanze l'Omo ha preso licenza, e ci siamo dedicati a due lavori molto... fisici. Il primo, il più pesante: abbiamo ridipinto le camere da letto.
Arancio e giallo per la camera del Power


 (bleah... per me sarebbe una cosa intollerabile aprire gli occhi al mattino e vedermi schiaffata addosso una parete color zucca, ma de gustibus...), azzurro molto intenso quasi blu la nostra

(come era prima). Un lavoro più pesante del preventivato, soprattutto la cameretta, che una volta finito di svuotarla, guardando a tutto quello che siamo riusciti a tirar fuori da quella stanza, non mi capacito di come sia riuscito a starci tanto materiale dentro. Ho colto l'occasione per costringere i miei uomini ad eliminare un po' del loro ciarpame assieme al mio, avendo scoperto quella manna dal cielo che è il metodo Konmarie che mi sta aiutando non solo a fare spazio ed ordine, ma a rivedere anche alcuni parametri della mia vita. Ma è un discorso a parte. Comunque, il Power ha finalmente buttato (BUTTATO) un discreto quantitativo di giocattoli rotti, e si è liberato di giochi di quando era molto piccolo ancora in perfetto stato destinandoli al centro d'ascolto di zona che li ha presi volenteri, mentre uno scatolone di libri cartonati e con le finestrelle ha preso la strada della biblioteca comunale. Mi ha meravigliato la serenità con cui il Power ha affrontato questo distacco, è la prima volta che si libera di qualcosa di suo in questo modo. L'operazione gli ha richiesto un intero pomeriggio, e ho lasciato fare totalmente a lui. L'ho sorpreso solo un momento guardare un vecchio gioco in plastica con gli occhi lucidi, una vecchia locomotiva rossa con i particolari dorati grande come due mani spalancate, l'ho sentito sospirare a fondo, non ho voluto che notasse che lo stavo guardando e mi sono nascosta dietro alla porta socchiusa. E' durata un paio di minuti. Poi ha riposto il vecchio gioco nello scatolo da mandar via, e ha proseguito ricominciando a canticchiare come prima.
Cresce. E devo sforzarmi di lasciarlo fare a modo suo.
Seguitamente al lavoro di pittura (e con quello che è seguito dopo di sistemazione, decluttering, riordino, pulizia, eccetera eccetera) l' Omo ha aperto e pulito la canna fumaria della stufa a legna, con annessi e connessi. Immediatamente dopo è arrivata la prima metà del carico di legna per il prossimo inverno (la seconda è arrivata la scorsa settimana), perciò lui e il Power si sono dedicati allo svuotamento della legnaia e alla sistemazione dell'ambaradan nuovo.

Finito tutto, l'Omo ha ripreso a lavorare, il Power ha iniziato a fare i compiti e a frequentare il centro estivo della parrocchia (che termina proprio oggi), e io proseguo nel konmarizzare casa e vita un po' alla volta mentre mi occupo di loro. E di una mastite che mi sta facendo fare un po' di corse che non avevo messo in preventivo. Ma questo è un altro post.

venerdì 28 aprile 2017

Scegliere

Ci sono persone che fin da bambini avevano le idee chiare su cosa sarebbero volute diventare da grandi, e hanno raggiunto i loro obiettivi. Altre non ce l'hanno fatta e hanno intrapreso strade diverse, o hanno cambiato idea mille volte come fanno di solito i bambini. Ma insomma, alla domanda "da grande cosa vuoi diventare?" una risposta più o meno fantasiosa la davano.
Ecco, il Power no. Mai fatto. Anzi si, c'è stato un periodo da piccolo (parlo dell'età da asilo) in cui diceva "voglio diventare come il mio papà", e si provava spesso il suo cappello e qualche pezzo di uniforme. E' durato poco: per la precisione ha smesso di dirlo quando si è accorto che il suo papà spesso va a lavorare di notte, e (cosa abominevole) vede sangue, gli capita di tirar su cadaveri dal Tiliment o da qualche campo, si infila in case puzzolenti. "Nonono mamma, troppa fatica e troppa puzza". Grazie al cà.
Qualche giorno è durato il "farei volentieri la guida turistica", che detto così in maniera molto leggera, si, pensando a quanto gli piacciono storia e lingue, i viaggi, i libri e parlareparlareparlare, tutto sommato non ce lo vedo così male. Ma è passata presto, per la precisione nel momento in cui la prof di lettere gli ha detto chiaro e tondo che per un mestiere del genere o si dà una regolata nei rapporti umani (e qui caliamo un velo pietoso) o no, non c'è trippa per gatti. E mister "mi spezzo ma non mi piego" ha ripiegato su sè stesso il concetto e l'ha messo in tasca. Almeno per il momento.

Per il resto, sull'argomento, in tredici anni e pochi mesi di vita, buio totale. "Sorvolamento" altissimo. Scansamento triplo carpiato del discorso. "Chi me lo fa fare di pensare al mio futuro, ho altro da fare adesso". Futuro, concetto questo molto astratto, per come me la raccontano i grandi.  Futuro è il voto che mi aspetto nella verifica di storia dell'arte di martedì scorso, che deve essere almeno un otto per compensare alle insufficienze nei disegni, o mi tolgono lo smarfono per una settimana. Futuro è cosa si mangia a cena. Futuro è non vedo l'ora che finisca la scuola, che viva le vacanze estive. Fine. Lasciami giocare una partita a Clash".
E ci sta eh. "Vivi qui e ora", filosofia tanto sbandierata come panacea di tutti i mali, il segreto per vivere felici. I gatti lo fanno sempre e sono felici (i miei, almeno, danno questa impressione), forse il Power ha preso da loro. E va anche bene, mica bisogna vivere l'infanzia anche con l'ansia del domani, altrimenti cosa si è bambini a fare? Basta a noi adulti, l'ansia e la preoccupazione di come invecchiare.

Perchè lo tiro fuori adesso?
Semplicemente perchè è ora. Non è una mia fantasia, no. O meglio, ho avuto il dubbio che lo fosse per un po', perchè noi mamme un po' avanti ci guardiamo sempre, no? E ci preoccupiamo, e ci fantastichiamo, eccetera eccetera. Poi qualcuno arriva da dietro e ti ricorda che "cacchio, è solo un bambino, lascialo in pace, ci si penserà al momento". 

Ma il momento arriva. Il momento di farsi un'idea di che scuola scegliere dopo la terza media. Che siamo ancora in seconda, anche se tra poco più di un mese sarà bella che finita (ma anche meno, togli le feste, i ponti, gli scrutini, i fine settimana... ). Abbiamo iniziato a parlarne nel periodo delle scorse festività natalizie, io e il Gatto Alfa. Qualche amico con i figli in terza media si preparava, finito il giro delle "scuole aperte", a fare la preiscrizione per la scuola superiore, ed è venuto naturale parlarne in casa tra me e lui (rigorosamente tra me e lui, dato che tutti, dai professori ai genitori senior, ci hanno fatto una testa pesa che "aaaaaaa non mettetegli l'ansia addosso che fate peggio". No no, per carità, i tic nervosi gli vengono già per altri motivi, non carichiamo la dose. Però magari smettetela di chiedergli "cosa vuoi fare da grandeeeeee?", allora. Decidetevi).
Ci siamo comprati un libriccino ad hoc (che mica andar di notte, eh).

Lo abbiamo letto e riletto. Un'idea ce la siamo fatta, e ce la siamo tenuta stretta per un po', lasciando "a portata di zampa" il libretto incriminato (che per inciso, è dedicato dichiaratamente ai genitori ma anche ai ragazzini, quindi leggi, Power, non te lo diciamo ma te lo lasciamo intendere, leggi).
La zampa in questione, una sera, ha azzampato. Eravamo soli io e lui.
Per dirla alla Lucia dei Promessi Sposi... "Madre, che d' è?".
D'è che voglio pungerti, figliuolo, su qualcosa che ti riguarda direttamente.
Abbiamo letto insieme, abbiamo parlato per due ore, ho cercato di fare la madre moderna che ascolta, la madre molto zen, la madre che non interviene se non è necessario, la madre che riformula, la madre che cerca di rispondere senza metterci del suo se non è richiesto.
Buio. Buio totale. "Ma secondo te cosa posso diventare?". Eh, tesoro, tante cose. Quello che vuoi, penso. Nella tua incertezza cosmica, nella tua totale assenza di progetti e nei tuoi trilioni di rotelline che girano in quel cervellino macrocosmico, solo tu puoi tirarne fuori qualcosa. Posso dirti la mia idea (che diciamocelo, basta con sta balla che per una mamma va bene tutto purchè sia felice e basta, non è vero gnnnnente, certo che va bene tutto e la felicità e via dicendo, ma le fantasie ce le facciamo eccome, se non altro perchè conosciamo i nostri polli e un minimo delle loro doti le vorremmo vedere esplodere in qualcosa di concreto), ma sarà la mia, e non è detto che debba essere per forza anche la tua. Questo deve essere chiaro.
"Una volta ho letto su un giornale che... ed ecco, mi è venuto in mente che potrei...".
"E' un obiettivo importante, Power. Potresti farcela, penso. La scuola che ti aiuterebbe ad arrivarci è la XXX. Ma devi metterti di impegno e studiare molto, perchè l'attività pratica di quella scuola è pari a quasi zero. Bisogna studiare. Cose che so che ti piacciono molto e che finora ti hanno fatto prendere voti molto buoni, ma c'è da studiare, e tanto. Ma a pensarci bene, secondo me ti piacerebbe. Quando si studia qualcosa che piace, si fa volentieri, no?"
Il discorso è stato abbandonato lì, con la speranza (nostra) che comunque la cosa inziasse a frullare nel cervellino del tredicenne. Che ne so, che si facesse almeno qualche domanda.
Manco per sogno. Ho sospettato sul serio di aver viaggiato io con la mia, di fantasia, un po' troppo in avanti. E va bene, mi sono detta, aspettiamo che lo stimolo arrivi dalla scuola: loro lo sapranno quando è il momento giusto, no? 

Guarda il caso, pochi giorni dopo il discorso di cui sopra l'insegnante di lettere, per una verifica di italiano, ha tirato la prima lenza. Tema a scelta: "Scrivi una lettera ad un immaginario amico di penna straniero annunciandogli la tua imminente visita nel suo Paese", oppure "Scrivi una lettera ai tuoi genitori parlandogli delle tue idee sul tuo futuro". Neanche dirlo, il Power ha scelto il primo tema. E va bene. (No, non va bene, apriamo una lunga e inutile parentesi, perchè quando mi ha detto cosa ha scritto e quanto ha scritto - mister Lingualunga Pennamozza - gli ho risposto da madre molto schietta senza troppa delicatezza che era un tema da 5, mi ha accusato di avergli rovinato la giornata - tsè, ti passa, figghiu, prima o poi ti deve entrare in testa che la manichetta corta non copre una ceppa, e che la prof non fa beneficenza -, e indovinate? La vera giornata rovinata l'ha avuta due settimane dopo quando la prof in questione gli ha vergato un bel 5 sul libretto dopo avergli consegnato la verifica corretta. Corretta? Manco per chissà cosa, ortografia ineccepibile, ma stesura da stitico cronico. "Ma', che hai la sfera magica? Che PRO che sei!!!". No more words about).

Dicevo.
La prossima settimana, sorpresa sorpresa, una prof accompagnerà la sua classe in visita ad un plesso scolastico (più scuole superiori in un unico istituto, che spaziano dai licei a diversi istituti tecnici e professionali) in uno dei due grossi Comuni limitrofi. La settimana successiva si recheranno nell'altro Comune ad una visita analoga.
Oggi la stessa insegnante di lettere ha assegnato come compiti per casa la stesura proprio del tema che il Power non ha scelto alla verifica di cui sopra, formulata in altro modo, ma quella è la sostanza che deve tirar fuori.

Ci deve pensare. Non c'è storia, come si dice dalle mie parti, "o de riffa o de raffa, quea ze". Anche se non vuole. Magari farsi un'idea per poi cambiarla, ma farsela. Guardare sè stesso in prospettiva. Oggi, prima di iniziare a svolgere il compito, ha protestato. Per lui è un pensiero ostico. Ha le sue ragioni per evitare di addentrarsi in questa cosa, forse anche solo il rifiuto di lasciare la culla dei pensieri da bambino che sono comodi comodi. Questo lo sa lui. Ma non si può più prendere tutto il  tempo che si vuole. Bisogna crescere un filino, pensare un po' più in grande.
Giorni fa sono stata a colloquio con il professore di matematica e scienze, e tra le altre cose gli è scivolata la domanda "ha un'idea per le scuole superiori? Anche mezza?". "Prof, lui vorrebbe visitare tutte, ma proprio tutte le scuole superiori nel raggio di cinquanta chilometri e poi vagliare, sto tentando di fargli entrare in testa il concetto che su un angolo giro è il caso di ritagliarsi una fetta perlomeno di che so, trenta gradi, magari andando per esclusione". Io gli ho nominato l'unica mezza idea che gli è venuta durante il colloquio serale seguito alla scoperta del libretto-guida e subito messa da parte, e la risposta è stata "assolutamente no signora, perchè la testa per quella scuola ce l'ha tutta, ha la forma mentis adatta, ma se non cresce un minimo non ce la farà mai. Anzi, se non si responsabilizza un po' qualsiasi scuola non va bene ( ....... ok.....), è profondamente immaturo sa...". Confortante, grazie per la rivelazione.
"E allora tenetemelo indietro un anno, scusi, perchè detta così non mi aiuta di certo. Se serve tempo, diamoglielo". 
"Ah no, con questi voti il Power bocciato? Signora, non scherzi. Dovremmo bocciare tre quarti di classe".
Ok, mettiamo questa conversazione nel cassetto dei dialoghi inutili e ricominciamo da un altro lato quando sarà il caso.

Mi rendo conto che è facile, in questo tipo di situazioni, lasciarsi sfuggire commenti sui ragazzi di oggi e su quanto siano privi di determinazione, di idee, di progetti, di voglia di fare. Su quanto siano diversi da come eravamo noi al loro posto. E vi dirò la verità, questo tipo di discorsi e di luoghi comuni mi stanno irritando molto.
Non li si aiuta, facendo sempre paragoni. Non li si aiuta se ci si ferma a fare paragoni anzichè usare lo stesso tempo per capirli. Non so, sarà perchè adesso che mi trovo a questo punto della mammitudine devo schierarmi dalla parte del sostegno, e non del giudice. Da questa parte la voglia di giudicare ti passa. Da questa parte sento la necessità di comprendere come pormi, di come farmi da parte senza farmi da parte del tutto, la necessità di sapere come accompagnare senza impormi. Non è una cosa semplice nemmeno da spiegare. Cerco di guardare il passo che faccio man mano che si presenta.
Certo, viene naturale ricordare come abbiamo scelto noi "quella volta". Io? Io non ho avuto molta scelta. I criteri di scelta per la scuola superiore, in quegli anni e nel contesto sociale in cui sono cresciuta, e con la situazione famigliare che avevo al tempo (la peggiore della mia vita) sono stati decisamente altri. Alla fine non ho mai svolto la professione per cui ho studiato, e non ho nemmeno studiato per la professione che avrei voluto intraprendere. E' andata così. Io le idee chiare le avevo eccome, ma mi sono state tarpate le ali dalle circostanze, e mi sono reinventata con alti e bassi quello che è venuto dopo, un po' con la volontà, moltissimo col caso. Erano altri anni e c'erano altre esigenze. Avevo un'altra educazione.
Ma mio figlio non è me e non è della mia vita che si parla. Ha una situazione famigliare stabile e serena, basi molto più solide delle mie alla sua età, un carattere completamente diverso dal mio, attitudini diverse, due genitori con mentalità completamente diverse da quelle dei suoi quattro nonni rispetto allo studio, presupposti che se ci penso adesso, magari averli avuti io per poter fare della mia vita quello che volevo! E devo recitarlo come un mantra: mio-figlio-non-è-me. Ed è un sacrosanto diritto il non esserlo, l'avere il vuoto in testa, il cincischiare ancora, magari scegliere una scuola che poi si rivela sbagliata e ripetere un anno o cambiarla perchè ha capito di aver preso una cantonata atomica, che non è scritto poi da nessuna parte che sia sbagliato e non sarà mica la fine del mondo, perchè - e cerco di ripetermelo più spesso che posso - una persona che stimo molto mi ripete spesso "ricordati che le somme si tirano alla fine". 
Dovrò avere molta pazienza, forse più con me che non con mio figlio, perchè alla fine le aspettative sono le mie, non le sue, sono io che vorrei vederlo instradato e determinato (a tredici anni... forse siamo un po' tutti a pretendere un po' tanto da dei tredicenni...). Lui non le ha ancora.
Anzi, si, una ne ha. E molto, molto chiara.

"Mà, non so cosa fare da grande, ma voglio a tutti i costi fare un lavoro che mi faccia pensare con la mia testa, non con quella degli altri". 

Dai Mamigà, sforzati. Fatti da parte il giusto e lascia che la vita, la sua vita, faccia il suo corso. Non è più un bambino, mettitela via. Molla. Lascialo in pace. Magari si fa i suoi bei giri delle scuole con i prof e i compagni di classe e si entusiasma per qualcosa che manco ti immagini, torna a casa con la faccia stravolta, gli occhi illuminati a faro e WOW MAMMA! POTREI....  Oppure no, ma armati di pazienza e aspetta, e vedi, e stai positiva verso di lui, che il futuro può essere fantastico, e lui deve poterci guardare dentro con quegli occhi a faro, a questa età, per poter partire. Non fare come è stato fatto con te trent'anni fa, "no, no, no, potrebbe succederti questo e quest'altro, il disastro sopra il disastro", così tu non hai scelto, e stai ancora a rimuginare sui sogni che ti sono stati tolti, in perfetta buona fede, ma tolti. Il Power te lo ha dimostrato infinite volte, non puoi darlo per scontato. Magari fa come il suo papà, che quando eri incinta tentavi di farlo entusiasmare di questo cosino che cresceva e scalciava intra panza e lui ti diceva che finchè non lo vedeva uscire di lì non riusciva a entrare nella parte del paparino adorante, tu ci soffrivi perchè non la percepivi una cosa che prometteva bene e ti sentivi polla e sola dentro, e alla fine il primo pannolino glie l'ha cambiato lui, e sono diventati Yoghi e Bubu forever. Che i maschi le cose devono averle davanti agli occhi per vederle, non sempre sanno cercarle, anzi quasi mai, e se non le vedono non esistono, come il barattolo dei fusilli che non esiste perchè sta dietro a quello degli spaghetti, e mica sarà tutto sto dramma se la professoressa di lettere gli sposta gli spaghetti per mostrargli i fusilli mentre tu non potevi fare altro che spiegarglielo a parole. Alla fine sono le somme che contano, no? 

Stay tuned. 







sabato 4 marzo 2017

Adole-slag generazione Power

Dopo essere passata dal "LOOOOOOSER" con le dita a "L" sulla fronte per sfottere qualcuno che ha appena detto una scemenza catatonica, al "TI HO SPENTO" (o anche "che spenta") quando si riesce a controbattere qualcuno dimostrandogli di prendersi l'ultima parola senza possibilità di replica, dal "MI SONO SPAUNATO A SCUOLA" a significare "mi sono fiondato a scuola col teletrasporto" (...) al "I GATTI SI RISPAUNANO CONTINUAMENTE" (i gatti hanno nove vite), ieri ne ho imparata un'altra, anzi, un'altro paio.
Ai miei tempi (eh... mi pare di avere ottant'anni quando mi esprimo così... sopprimetemi, sto parlando come mia madre!) si diceva "CHE FIGO" e "CHE SFIGATO" per etichettare qualcuno, oggi sostituiti (mi sono rotolata nell'apprenderlo) da "CHE PRO" e "CHE NABBO".  
Non so se si è capito, ma sto stilando un vocabolario nuovo, che si implementa non solo ogni volta che mio figlio torna a casa con la novità del giorno, ma anche con il contributo di altre adole-madri, come una specie di Wikipedia. Che oh, bisogna rimanere aggiornate se si vuole capire qualcosa quando i polli parlano, e il più delle volte a chiedere traduzioni ai diretti interessati si fa davvero una magra figura, rischiando di essere liquidati nella migliore delle ipotesi con uno sguardo di sufficienza con tanto di roteamento all'indietro degli occhi e mani alzate ("ommioddio, allora avevo ragione, sono PLANATO nel pianeta sbagliato"). E a dispetto delle facce schifate che faceva mia madre, figlia di fine anni quaranta e adolescente nei sessanta, quando sentiva il linguaggio di noi ragazzini degli anni '80 (vi ricordate "che tooooogo" e "i miei sono dei matusa"?), a dispetto dicevo delle sue facce schifate, a me l'adole-slag "generazione Power" piace un sacco. Anzi, un "CUBO".
Vado a CLEANARE il pavimento. Buona giornata, e GACE per l'attenzione.

ROTFLOL...

Di teatrini e di ospiti indesiderati

Domenica scorsa, durante una chiacchierata, mia madre mi ha detto con gli occhi lucidi una frase che mi ha dato molto da pensare in questi giorni:
"Ti ea me vita tia vivi, ti ghe ze e ti vedi tante robe, cussì no devo domandarte quasi gnente parchè ti rivi, ti fa queo che me serve e ti me sparagni de doverme sbassar. Parchè ze diffissie accettar de aver bisogno, sa, aea me età. Cussì invense ze più facile".

Ecco, io auguro a ogni figlia di potersi sentir dire queste parole da sua madre, prima o poi. Perchè a me hanno gonfiato di orgoglio, sapete. Proprio perchè non mi sembra mai di fare abbastanza.

Chiedere non è mai facile per nessuno. Un regalo stesso, è più facile farlo che riceverlo. Chiedere mette in imbarazzo, perchè non si è mai certi della reazione che può arrivare dall'altra parte. Ci mette nella condizione di trovarci dalla parte del bisogno. Richiede di mettere da parte il nostro orgoglio. A volte il chiedere umilia. Anche quando non se ne può letteralmente fare a meno.
Quello che mi ha detto mia madre in quella occasione, ha confermato un pensiero che faccio ormai da qualche tempo. Mia madre non chiede quasi mai, non perchè non abbia bisogno: non chiede per non mettere in difficoltà altre persone. Da quando me ne sono accorta, ho smesso quasi del tutto di dirle una frase che di solito si dice quasi in automatico: "se hai bisogno, chiama". Perchè lei non chiama mai per chiedere, se non se c'è una urgenza per cui non può proprio evitarlo o ha bisogno per spostamenti in auto. Nemmeno in questi giorni, in cui le sue necessità si sono moltiplicate al quadrato: per cambiare le lenzuola, tagliarle le unghie, lavarle la testa, infilarle le calze, stenderle la biancheria, cucinarle un piatto di pasta, e tante altre cose che anche una persona giovane e sana con una mano sola farebbe fatica a fare, tanto più per lei che ha la schiena piegata a novanta senza bastone e un sacco di altri problemi. Ho capito che lei non chiederà mai. Perchè ha il suo (giusto) orgoglio, ammettere a sè stessa di avere bisogno di cure anzichè curare come è naturale per una madre, deve essere difficile. E a me il pensiero che lei si senta così in difficoltà nel dover chiedere aiuto fa stare proprio male, mi dispiace da morire. Non si può chiedere a una persona di quasi settant'anni di cambiare, di adeguarsi a quello che ci aspettiamo da lei, cioè che "se ha bisogno, chieda", se per lei è un passo difficile. O almeno, io la vedo così. Così ho preso le mie iniziative: ogni mattina entro a casa sua e dopo i saluti di rito fingendo di chiacchierare e basta mi guardo attorno, apro il frigorifero (mamma, hai mica un po' di limone/una cipolla/del grana grattugiato/un uovo, che sono senza?), controllo ogni cosa o quasi, la guardo come guardo mio figlio prima che esca di casa la mattina, scanso le sue proteste e faccio quello che devo ma lo faccio il più possibile a modo suo, perchè dopotutto è pur sempre casa sua, e io conosco bene il modo di condurre la casa che ha lei (che non è il mio), come so cosa può mangiare e cosa no. Poi la obbligo ad offrirmi il caffè (che ovviamente mi preparo io ora che ha il gesso), glielo faccio passare come "ricompensa" così si quieta, mi ci affianca i biscotti anche se poi non li mangio quasi mai (ma le fa tanto piacere guardarmi dietro il vaso di latta aperto...) e mi chiede con gli occhi lucidi a che ora passo il giorno successivo.
Questa cosa mi sta stancando molto. Lo dico fuori dai denti. Ma è mia madre, ha bisogno, ed è sola. Fino a quando non le rimuoveranno l'ingessatura non può nemmeno uscire a piedi, perchè appunto a spezzarsi è stato il polso destro, lei col destro tiene il bastone, e senza bastone non esce. E finchè durerà sta cosa del braccio fuori servizio, questo tran tran/sorta di tacito accordo si replica come un teatrino: lei recita la parte della refrattaria, io quella della rompiscatole invadente, calmiamo gli animi col calumet del caffè, le apparenze sono salve (davanti a chi, poi, non si capisce bene... il suo gatto forse), il suo orgoglio intatto, e l'appunto di due cose da farsi per il giorno dopo (che però ufficialmente è una lista di "mah... se puoi... quando puoi... sarebbe da...ma senza fretta... però... vedi tu...) già pronta ma solo da passarsi sottobanco sottovoce con nonchalance (io-non-ti-ho-detto-niente), per non tradire la verità a voce alta. E va bene, va benissimo così. Perchè il risultato è quello che sta all'inizio del post.

Mio marito mi ha detto, un po' di tempo fa, che una cosa è aiutare una persona, e un'altra sostituirsi a lei. Mi sono chiesta tante volte se io non mi stia sostituendo a mia madre, in questi ultimi mesi.
La risposta l'ho avuta un paio di settimane fa circa. L'ho accompagnata alla visita oncologica numero "ics". Prima di entrare in ambulatorio, proprio perchè mi stavo facendo questa specie di esame di coscienza (chiamiamolo così), mi sono imposta di intervenire il meno possibile durante la visita, nel limite di quando il medico si fosse rivolto a me anzichè a lei (come accade diverse volte, perchè la mamma non sempre afferra tutto e non sempre riesce a spiegarsi bene, è anche sorda da un orecchio, per questo mi vuole con sè, al di là del servizio taxi). Tre quarti d'ora di visita e colloquio. Nell'uscire dall'ambulatorio, prima ancora che l'oncologo chiudesse la porta dietro di noi, mi dice sottovoce "senti, adesso mi rispieghi bene tutto", e ghignando "perchè non mi ricordo già più niente e ho capito metà di quello che devo fare!". Mi sono messa a ridere, e a voce alta le ho risposto "tutto quello che vuoi, ma davanti a caffè e brioss a scrocco, o non ti dico una parola!". E ha iniziato a ridere anche lei. Evidentemente il caffè è il testimonial per eccellenza.
Ho iniziato da quel giorno a fare pace con me stessa, in questo senso. C'è un limite sottile tra il sostituirsi alla persona e lo starle a fianco: penso che sia il limite della esigenza reale. E non sempre mi è facile capire quale sia questa esigenza, se non sto un momentino più zitta e non mi metto un momentino più in ascolto. Se parto in quarta e mi paro davanti, rischio di umiliare chi si sente già umile di suo. Però se faccio da secondo paio di orecchi, secondo paio di occhi, da amplificatore vocale, da hard disc di riserva, o da bastone di riserva, allora si, nel caso di mia madre ho guadagnato la sua fiducia. Assolvo al mio compito. Ora ne sono più che certa. Anche quando mi chiedo se non stia facendo l'elefante in una cristalleria cercando di anticipare i suoi bisogni inscenando un teatrino degno di una commedia veneziana (che si conclude sempre a caffè e biscotti, anzi, scatola dei biscotti aperta), che a lei piace perchè, dice, "mi riempi la casa".
Se mi guardo bene dentro (e lei lo sa), il mio intento finale non è  semplicemente quello di risolvere le sue noie domestiche al posto suo finchè è invalidata, ma cercare di evitarle l'imbarazzo di sentirsi un peso più di quanto non si senta un peso già di suo, e gliene darei invece conferma se usassi gesti di riguardo e frasi di compassione, o mattoni di silenzio come "chiama se hai bisogno" con conseguente sparizione dalla scena in attesa di eventuale chiamata come farebbe un estraneo e non la figlia che ha cresciuto e che le moine non le ha fatte mai. Perchè alla fine non è sempre così difficile capire come sapere di cosa ha bisogno una persona a cui vuoi davvero bene (se non è tuo figlio adolescente, perchè lì apriamo una parentesi non quadra, graffa). E spero di riuscirci. Come ci riesce quasi (quasi) sempre mio marito (mio figlio... aurgh... un po', anzi, decisamente meno) quando ad essere il "mezzo fuori servizio" sono io.

-o-o-o-o-o-o-o-o-o-o-o-

Quella di oggi (ieri ormai, scrivendo scrivendo è passata la mezzanotte da che ho iniziato questo post) è stata una mattinata particolarmente difficile.
L'altro ieri, verso metà giornata, ho iniziato ad accusare un dolore molto forte sulla spalla destra. Nel giro di un paio d'ore è passato dal dolore della normale intensità di queste settimane a una cosa da farmi piangere, e farmi mancare la sensibilità di mezza mano. Sono andata dal medico quando mi sono resa conto che l'antidolorifico dopo due ore non faceva ancora effetto, fortunatamente ero al limite dell'orario di ambulatorio ma ancora in tempo per essere visitata: mi si sono infiammati un muscolo e un tendine, probabilmente dopo uno sforzo fatto in mattinata. Ero (e sono, anche se oggi già meno) gonfia e rigida. Ghiaccio, paracetamolo, spalla da tenere più ferma possibile. Bella impresa.
Lunedì scorso la mamma avrebbe dovuto fare la TAC di centratura per la radio. Senonchè il tecnico radioterapista ha voluto rinviare la cosa a dopo la visita ortopedica di controllo, quella di ieri, e le radiografie, sempre di ieri (sto pubblicando di sabato): avendo la mamma una frattura scomposta trattata solo con la manovra di trazione e l'ingessatura (per evitare altro ha detto l'ortopedico il giorno dell'incidente, in vista della radio appunto), se non stesse rinsaldandosi correttamente sarebbe dovuta essere sottoposta ad intervento chirurgico, con conseguente rinvio della radioterapia. Se la radio dovesse essere stata rinviata di oltre 20 settimane dall'intervento, così ci ha spiegato il medico, diverrebbe inutile, e si sarebbe probabilmente dovuto ricorrere ad altro. E qui mi fermo. Capitemi.
Contemporaneamente in mattinata io mi sono sottoposta al controllo oncologico per eccellenza, per noi: mammografia ed ecografia al seno annuali. Appositamente lo stesso giorno, per fare una corsa unica, visto che i tempi lo hanno consentito.
Si può immaginare con che spirito io e la mamma ieri mattina ci siamo recate in ospedale. Ma anche come abbiamo dormito la notte precedente tutte e due.

In sostanza: la frattura della mamma sta risolvendosi regolarmente, perciò lunedì prendo un altro appuntamento per la centratura e si va avanti con la pratica.
Per me c'è invece un piccolo ospite inatteso: un altro nodulo dall'aspetto di un fibroadenoma sul seno opposto rispetto a quello del tumore, un po' più in sotto rispetto a quello che mi tolsero ormai quasi vent'anni fa. La dottoressa che mi ha esaminato dice di essere tranquilla, ma mi rivaluta tra sei mesi.
Certo, non si può e non si deve sempre pensare al peggio, o ci si rovina la vita. E giuro, dal secondo anno di follow-up mi sono imposta di lasciarmi andare al nervosismo non prima dei tre giorni che anticipano i controlli, e con non poca sorpresa ci sono sempre riuscita stupendomi di me stessa, facendo in questi anni anche tantissime cose fantastiche che con la malattia non hanno nulla a che vedere, ma sono state solo vita e basta. Chi mi conosce, lo sa.
Ma per quanto siano anni che cerco di pensare positivo, credo di avere avuto sufficienti prove che in certi momenti avere un po' di strizza non è essere patetici o fare castelli in aria, ma un sacrosanto diritto. E per quanto io sia forte, e non è mancanza di modestia la mia perchè so di esserlo, questo diritto adesso me lo prendo senza dovermi giustificare con nessuno.


martedì 28 febbraio 2017

Il mattoncino anarchico

Una manciata di giorni fa avevo preparato la bozza di un post in cui descrivevo la mia situazione di salute attuale, perchè nelle ultime settimane si è appesantita parecchio dal lato del dolore fisico. In soldoni, la terapia ormonale nuova (nuova si fa per dire, il letrozolo che ha preso il posto del Tam un anno fa) mi sta mettendo indirettamente fisicamente in ginocchio, e sto facendo accertamenti per capire se si può arrivare ad una soluzione che mi aiuti a vivere un po' meglio i quattro anni che ho ancora davanti di cura. Sempre che a caricare così violentemente non sia l'avanzare della malattia reumatica, il che mi mette davanti ad un percorso diverso. Ma non saprò nulla fino a metà marzo, quando avrò gli esiti degli esami in mano.
Non amo molto scrivere questo genere di post, e non so nemmeno perchè avessi preparato una manfrina del genere, ad essere sincera. Non so cosa mi spingesse a buttare lì una serie di dati di cui alla fine interessa solo a me. Di fatto un senso deve averlo avuto quando ho scritto quella pippa, fosse anche solo il volermi sentire per un po' il centro del mio mondo e cercare patpattate virtuali.
Ho scritto la mia bozza, l'ho riletta, ho avuto la sensazione di leggere un post qualsiasi di una blogger qualsiasi che ama sciorinare eternamente le sue magagne pietose, non l'ho sentita mia, non ho trovato un motivo valido per poi pubblicarla, e l'ho lasciata in standby.
E meno male, perchè dopo qualche giorno si è presentato un motivo valido per cancellarla del tutto. Come si dice, ubi maior, minor cessat. O meglio, "minor" lo mettiamo un po' in disparte per occuparci del più urgente "maior".

Giovedì scorso mia madre ha avuto la brillante idea di spezzarsi il polso destro (una frattura scomposta, perchè lei ricama ad ago il merletto col filo così sottile che Spiderman spostati, perciò le cose è abituata a farle proprio di fino-fino) , semplicemente cadendo a metà vialetto. Mattoncino non perfettamente allineato agli altri + bastone con donna ricurva al seguito (non il contrario) + osteoporosi = Mamigà pulisci di nuovo sangue, calma una madre con le convulsioni nervose, asciuga di nuovo lacrime di spavento, fatti aiutare a tirarla su e a sederla in auto, raccogli alla svelta il necessario, fai le capriole triplo carpiate per risolvere al volo il problema Power-at-school-and-then?-, ingoia la pasticca numero "ics" per impedire alle cervicali infiammate da tre giorni di farti svenire per strada, togli le ciabatte e metti le prime scarpe che capitano e fiondati al pronto soccorso. In quattro ore l'hanno visitata in PS, medicata (si è fatta un bucozzo sul mento assaggiando il mattoncino anarchico insurrezionalista... ma quanto cappero di sangue può uscire da un foro così piccolo su un punto del viso così insulso io proprio non me lo immaginavo :-O ), fotografata in radiologia, rivisitata in ortopedia, messa in trazione, ingessata, ri-fotografata in radiologia e rivisitata in ortopedia prima di dimetterla.
Prognosi: gesso per 35 giorni, controllo questo venerdì con radiografie e visita ortopedica per assicurarsi che la trazione sia stata sufficiente per avviare una guarigione corretta di ulna e radio. Se non lo è... sala operatoria.

Ora ha il braccio destro inservibile, con tutto ciò che ne consegue. Per lei. E per me che me ne occupo. Che in tutto questo, dal giorno in cui ha ricevuto la seconda diagnosi di cancro ed è stata operata al secondo intervento dopo meno di un mese (su cui non mi soffermo, perchè non tutto si può dire) fino a questa ennesima bastonata (più morale che fisica, perchè provate a mettervi nei suoi panni), ringrazio il cielo ogni giorno che:
  • -abitiamo a meno di 300 metri una dall'altra e posso occuparmene senza dovermi trasferire in pianta stabile, tranne quando le si alza la febbre (perchè io scusate, ma una donna di una certa età, che con un giramento di testa se mi cade sul pavimento rischia di spezzarsi un osso - come è successo anche prima di questo turno in sala gessi - quando ha la febbre col cavolo che la lascio da sola).
  • -non lavoro fuori casa
  • -non ho paura di niente tranne che delle bestie che strisciano e non mi fa schifo niente tranne gli animali morti sui cigli delle strade
  • -mio figlio è sufficientemente grande da adattarsi alle situazioni senza farne un dramma, anzi, quando può mi viene anche in supporto, per quanto può fare un tredicenne, e mio marito è l' Uomo che è e non un altro.
  • -mia madre con me non ha nessun pudore, nè per farsi curare fisicamente anche per le cose più intime, nè per togliersi la maschera di donna forte che si mette in pubblico e lasciar uscire tutto quello che ha dentro, piangendo.  E ultimamente l'ha fatto tanto. Tantissimo.  E si, io ringrazio anche per questo, perchè l'ho imparato crescendo mio figlio: quando capisci cosa passa nel cuore di una persona, è anche più facile capire di cosa ha bisogno e in che direzione provare a muoverti.

Di quello che mi/ci succede in questi ultimi mesi non parlo quasi con nessuno. Sul social soprattutto, non ne ho mai fatto parola. Non mi va. Non ne ho la forza, non lo ritengo necessario, non voglio.  E soprattutto io e mia madre vogliamo evitare a tutti i costi che queste cose arrivino all'orecchio della nonna, che ha 91 anni e vive in isola a più di 100km da qui, e gli anziani secondo me non vanno caricati di pesi oltre a quelli che già l'età gli dà da portare, quando è possibile. Tanto che in famiglia lo sanno solo una delle sue sorelle e la cugina con cui mi sento quasi tutti i giorni. E tra l' altro le persone che mi leggono qui e sanno chi sia realmente Mamigà e l'hanno vista in viso  le posso contare sulle dita di due mani, e avanza qualche dito. O forse la mano è addirittura una sola. E appunto, non tutto si può dire, non tutto si può esternare, non tutto si può, nel mio caso, anche sbloggare. Per un sacco di motivi. Un po' come fanno tutti, alla fine.

Ho passato la fase dello sconforto, a dicembre.
Ho passato la breve fase della rabbia, anche se ce n'è ancora in abbondanza, ma non di sicuro per le malattie.
E' in corso, da dicembre ormai, la fase attiva. Mio marito la chiama "la fase moglie-macchina da guerra".
Reggo. Rifuggo ciò che non è essenziale, in alcuni momenti mi rannicchio nel mio angolo per respirare e ricaricare le batterie tra i miei colori, i miei attivatori di positivo, i miei auto-regali per l'anima, i miei piccoli "ganci dall'alto". Finchè riesco ad immaginare, a creare, a vedere colori ovunque e a inventare modi sempre nuovi per dar loro forma ed espressione, va tutto bene.

Ma c'è che sono anche tanto, tanto stanca.