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martedì 13 dicembre 2016

Lo sblocco

Quando è toccato a me avere a che fare con il tipo, qualche mese fa, in occasione del mio ultimo intervento, mi fece uscire un conato di bile. Nel ritrovarmelo davanti, prima di entrare in ambulatorio, ho dovuto recitare quattro mantra per mantenere il controllo. E sono serviti a poco.

La visita anestesiologica

Non si alza nemmeno dalla sedia. Non dà il buongiorno.

-E lei chi è? (E mi punta il dito. E già lì...).

-Sono la figlia.
(Rivolto a mia madre)
-Signora, sua figlia può assistere alla visita? Lei è d'accordo?
-Mia figlia assiste sempre alle mie visite. La voglio io. Quello che non capisco io, lo capisce lei. E mi da una mano.

Non alza nemmeno gli occhi dalla cartella, e sbuffa con aria di sufficienza.
-Non ritengo ammissibile che nel duemilaesedici ci sia ancora chi dice di non capire qualcosa quando va dal medico. 

Calma, Mamigà, calma...
(Rivolto a me)
-In che mese è nata lei?
-Scusi???
-Si, in che mese è nata.
-Novembre. Ma che importanza ha adesso?
-E sua madre?
-Settembre. 
-Ecco, siete l'eccezione che conferma la regola. Ultimamente vengono qui solo persone del segno del toro.
-Ma guardi. Pensi un po'. E quindi?
-Quindi... che mestiere fa lei?
-Mi occupo della famiglia.
-Aaaaaaaahhh... (allarga le braccia e si butta indietro sulla poltrona. Alza il tono della voce) Vorrei farlo io al suo posto!!! Non fare un cà dalla mattina alla sera... 
Non ci ho visto più.
-Senta, lei non sa cosa ho a casa io. E se...
Sgrana gli occhi, già enormi e sporgenti di loro.
-Ma quanti figli ha?
Adesso la voce la alzo io.
-SENTA, quello che faccio a casa mia sono fatti miei, quello che ho a casa NON LO SA e non siamo qui per questo, quindi per cortesia,  VUOLE visitarmi mia madre o cosa?

La mamma, sottovoce...
-Ha trovato quella sbagliata, dottore...

Mentre uscivamo si è scusato.


Quando le prime frasi che l'anestesista rivolge a mia madre contengono un insulto a una persona anziana, che sente poco da un orecchio, malata, intimorita e con i suoi limiti,  le corde vocali si sbloccano eccome.
E la macchina riparte.


venerdì 9 dicembre 2016

Il rumore del silenzio

Facciamoci coraggio, e scriviamo questo post. Usiamolo come blog-terapia, come ho fatto tanto tempo fa. Ma nemmeno tanto, sotto un certo aspetto.
Avrei voluto raccontare cosa è accaduto in questi mesi di quasi totale silenzio su queste pagine, sarebbe stato un post davvero lungo. Perchè di cose, in questi mesi, ne sono accadute davvero tante. Ma non mi va. Non ne ho proprio voglia. Ci vorrebbe molto tempo, e il tempo da settembre ad oggi è stato, un po' per caso e un po' no, una cosa che ho rincorso con foga.
Credo che si siano alternati tutti i sentimenti e tutte le emozioni possibili e immaginabili, nelle mie giornate.
Ho lavorato, guidato tanto, corso, atteso, parlato, cercato, fatto file, cantato, riso, scherzato, pianto, coccolato, cercato, imparato, iniziato, terminato, sperato, desiderato, ottimizzato, speso, guadagnato, accompagnato, sostenuto, ascoltato, sgridato, gridato, sussurrato, guardato, mostrato, chiamato, risposto, salito e sceso, scritto e letto, inventato e copiato, esposto e nascosto.
Mi sono sentita deliziata, stupefatta, cercata, ferita, presa in giro, stimata, voluta bene, gratificata, accolta, ignorante, nervosa, forte. Stanca. E nello stesso tempo piena di energia. Non so come spiegarlo. E ho fatto progetti, più di uno, e ho iniziato a lavorarci sopra con qualche schiaffo ma anche con qualche gratificazione. Che bello.

Se qualche giorno fa qualcuno mi avesse chiesto cosa avrei desiderato più di tutto, avrei risposto "urlare". Ero carica di qualsiasi cosa, buona e meno buona, ma con una intensità tale da desiderare prepotentemente di trovarmi in mezzo ad un campo immenso e cacciare un urlo liberatorio, forte, profondo. Non per essere ascoltata da qualcuno, no. Per rimettere ordine, per trovarmi per qualche manciata di secondi nel punto esatto in cui la punta della stecca incontra la sfera sul tavolo da biliardo, nel momento esatto in cui le dà il colpo che le fa spedire ogni altra sfera nella rispettiva buca, dritta, decisa, e libera il campo in pochi istanti. Ordine e liberazione. E preparazione della partita successiva. Uno "stock!" categorico ed energico.

Adesso però...
Adesso desidero solo una cosa. Desidero il silenzio. Non il silenzio del vuoto. Quello che desidero è un silenzio fisico. Il silenzio della bocca e delle corde vocali. Messaggio, uozzappo, ma fatico terribilmente a parlare. Mi manca proprio il fiato. Parlare mi richiede uno sforzo che quasi mai prima. E lo faccio solo per l'indispensabile.  Per chi vive con me. E per mia madre.
Perchè mi trovo ancora nella bolla. "Quella" bolla, da tre giorni. E aspetto che si dissolva, sperando che lo faccia alla svelta.

Otto giorni fa.
-More, i me ga ciamà da l'ospeal, no i me dà el risultato de l'ago aspirà in man, i me gà fissa n'apuntamento in oncologia direttamente iuni che vien, tra tre giorni. Cossa ti disi?
Silenzio.
Di qua della cornetta, il sudore improvviso. La pelle d'oca. Il fiato che manca di colpo. Le gambe che tremano, ti siedi. La rapidissima presa di coscienza, perchè una certa prassi, purtroppo, ormai la conosci. La consapevolezza di dover ricominciare, come sei anni fa, a trattenere. Perchè se veramente conosci chi ami, sai quando è necessario trattenere, perchè certe cose, dirle, non aiuta l'altra persona. E la consapevolezza di dover tacere. Soprattutto sai quando, quanto e fino a quando è necessario tacere. Ci sono cose che non spetta a te dire, perchè rischi di lasciare più vuoti che risposte. E di risposte in cuor mio ne avevo, otto giorni fa, una sola. Microscopicamente poco.
-Niente mamma, no digo niente. I se gavarà sbaglià, i gavarà visto che ti ze seguia de sòra e i gà mandà tuto de sùso diretamente, sensa farte andar dò volte, una par tor e risposte e una par portarle a l'oncologo, che tanto ti gavarissi comunque dovesto tor apuntamento e anca farte far l'impegnativa. Cussì ti sparagni tempo. Vedi che ben che funsiona ea radiologia in sto ospeal? No sta badar. Ti passi doman de matina? Go fatto i biscoti.

Ce la faremo, mamma. Ce la faremo di nuovo. Ricominceremo da capo a contare, aspettare, sperare. Piangere, se necessario. A trattenere più vita possibile come abbiamo visto che siamo capaci di fare, nonostante il cancro insista a cercare di dimostrarci il contrario, e ci sfidi ancora. E quando sarà il momento festeggeremo l'uccisione di questo nuovo mostro. Insieme.
Per la terza volta.


domenica 27 novembre 2016

Nel vortice

Due righe o poco più, prima di tornare nell'oblio.
Non sono sparita.
Cioè si, sono sparita dal blog, ma non da tutto il resto (eh beh...).
Non ho crisi di coscienza, non sono sprofondata nel baratro della depressione che fa cadere nell'apatia, non sono carente di argomenti su cui scrivere, niente che possa far credere che se non scrivo è perchè è successo qualcosa di catastrofico. Giuro.
Sono semplicemente risucchiata in un vortice, che da due mesi a questa parte mi porta ovunque, a volte dove voglio, altre no. Ma ovunque e sempre meno a casa.
E siccome anche nello scrivere queste poche righe sono stata interrotta tre volte, non mi imbarco nemmeno nella stesura di un post di uno spessore un po' più tosto. Per adesso.
Volevo solo dirvi che va tutto più o meno bene.
Torno presto. Spero.

giovedì 8 settembre 2016

E finisce anche questa estate

E' quasi mezzanotte. Sono un po' insonne. Forse perchè stasera è una sera particolare, l'ultima delle vacanze (per il Power).
Stasera il Power è andato a letto un po' prima. Solitamente durante l'estate ha un po' più di libertà sugli orari in generale, compreso quello di andare a letto, che comunque non oltrepassa mai le dieci e mezzo. Stasera prima delle nove e mezzo ha voluto salire. Me l'aspettavo.
Era nervoso. Ha piagnucolato. Io lo guardo e lo vedo grande, ha sti atteggiamenti tipici da adole-coso per tutto il giorno, ma la sera come per incanto per qualche minuto torna bambino. Non so perchè, e non mi interessa saperlo, ma finchè dura mi gusto questi strascichi di infanzia proprio perchè sono brevissimi, e temo, gli ultimi.
Dicevo, ha piagnucolato: apparentemente per una scusa stupida (gli ho negato un contentino a tavola. No, non sono una carceriera, semplicemente sarebbe stato l'ennesimo della giornata, e ad un certo punto uno stop deve pur esserci), poi piano piano è uscito il resto. Con una stitichezza nelle espressioni incredibile, tipico della sua età evidentemente, ma sono ancora in grado di decifrare il suo non-verbale per fortuna, e si, nel piagnucolamento e nelle poche sillabe mugugnate c'erano tutte le paure per l'anno scolastico che ricomincia domani, in primis quelle che riguardano la sfera dei suoi rapporti sociali. I suoi. Quelli in cui ormai deve cavarsela totalmente da sè, con tutti gli oneri e gli onori (ma più oneri) del caso. Tutto nella norma, mi ha detto qualcunA, di un adolescente sano. E va bene così.
Domani il Power inizia la seconda media. Tra quattro mesi avrà già tredici anni, e lui alle medie è contento almeno del fatto che ogni anno non si trova ad essere necessariamente il più grande di tutti fisicamente ed anagraficamente, e ad essere scambiato per uno di una classe avanti (cosa che a lui ha sempre creato un discreto imbarazzo), dato che alle medie in ogni classe ci sono sempre dei ripetenti. Come dire, troviamoci un lato positivo. E se fino a ieri non ci pensava, stasera gli è piombato addosso tutto l'anno scolastico a venire come un macigno. Ha dimenticato tutte le cose belle fatte questa estate come per magia.
E dire che, per la prima volta da quando è nato, insieme io e lui (perchè il papà ha praticamente sempre lavorato, purtroppo, ma è un'altra storia) di cose insieme ne abbiamo fatte davvero tante. I dolori articolari sono stati gestibili, dall'intervento dello scorso aprile mi sono ripresa completamente, non ci è mancata la fantasia, il tempo e le energie nemmeno.
Siamo stati diverse volte al mare: ci siamo dotati di carrello/sdraio, doppio ombrellone (vogliamo stare comodi, noi), sdraietta, una scatola-frigo nuova di pacca, e quant'altro serve. Modello "Sherpa", praticamente.
Secchiello e paletta sono stati usati una sola volta: quando si è accorto che i (pochi) suoi coetanei in spiaggia preferivano fare altro, lo ha preso un senso di imbarazzo e ha archiviato la pratica. Meglio, una borsa in meno. Che sotto l'ombrell gli ombrelloni ci sono altre cose piacevoli e rilassanti per passare la giornata.

Abbiamo seguito le olimpiadi, l'unico evento sportivo che appassiona tutti in famiglia.
Abbiamo fatto la spesa sempre insieme.
Siamo stati diverse volte al centro commerciale più vicino, soprattutto ultimamente per fare gli acquisti per la scuola e per l'abbigliamento. Nb.: ha raggiunto il 42 di scarpe, il mister. Che poi lo shopping è solo la scusa per goderci un momento tutto nostro: il caffè al bar.
Cioè, spetta... il caffè è mio, lui ha preso il vizio della tazza di orzo caldo con la pastina. E' la nostra coccola, lui si sente grande in questa cosa. E a me fa piacere.
Abbiamo avuto ospiti ogni tanto. E per lo più ospiti con cui anche poter giocare in piscina, soprattutto il Gi, che è venuto quasi ogni settimana a trascorrere giornate intere con noi (e a me non sembrava vero... sua madre mi ha tanto ringraziato per averle tenuto il ragazzino, ma sono io che ringrazio lei per avermi prestato il suo!).
Qualche volta abbiamo cenato fuori: in giardino, in piazza per la festa in paese, da amici, con la famiglia, alla festa conclusiva del centro estivo.
Abbiamo pedalato. Anzi, abbiamo pedalato tanto. Ho pedalato tantissimo da sola (Runtastic juvat), ma il Power quando ha potuto non si è tirato indietro nell'accompagnarmi per sentieri e piste ciclabili.


E ha condiviso con me anche qualche...
...ferita di guerra.
Abbiamo fatto una valanga di compiti. Si, abbiamo. Ho fatto un ripasso di storia e geografia anch'io. Mi tornerà utile, prima o poi, sapere cos'era il concordato di Worms e perchè la risorsa economica principale della Liguria NON è la pesca. Spero... Quanto al tedesco, buio era per me a giugno, e buio rimane oggi, otto settembre. Non c'è speranza.
Anche nei pomeriggi di pioggia ce la siamo cavati.
Con papà il Power ha grigliato sul caminetto, fatto lavori di manutenzione in giardino, riposto la legna (arrivata sciolta a fine giugno) nella legnaia per il prossimo inverno con pazienza e olio di gomito. 
Ci siamo sdraiati per un bel po' a cercare di afferrare le stelle cadenti di notte, ma la pazienza non è il nostro forte e sta cosa è durata quanto un gatto in autostrada. Non è nemmeno comodo il pavimento del terrazzo veramente, che sdraiati in giardino non si vede una ceppa per via dei lampioni accesi per strada. Ma il terrazzo ci ha visto chiacchierare più di qualche volta. Soprattutto al tramonto, sperando di farci venir voglia di lavare i piatti prima che il sonno ne avesse la meglio.

Vista così pare un'estate idilliaca.
Scendete dalla nuvoletta o voi che leggete. La realtà è che io ci ho visto tantissimi momenti davvero da ricordare positivamente, ma è stata anche molto dura sotto un altro aspetto.
Ho visto il Power cambiare. La scuola ha attutito molto l'impatto con la particolarità dell'età del cavolo, averlo a casa h24 mi ha sbattuto in viso le (normali, appunto, ma devo ancora farci l'abitudine) difficoltà di cui ho già parlato qualche post fa. Con una violenza, una esasperazione e una velocità a cui solo nelle ultime settimane mi sto adattando. Perchè si, lo ammetto, mi sto adattando al fatto che una quotidianità come quella di "prima" non c'è, e non è che mi dispiaccia del tutto, anzi.  Solo a volte è esasperante. Anzi, non solo a volte, diciamo spesso.
E' stata un'estate di tanti silenzi. Giornate di "mamma lasciami in pace", ore chiuso in camera sua, in un legittimo isolamento, tra i suoi legittimi pensieri e legittimi segreti, e tra innumerevoli "mamma non puoi capire" che i primi mi ferivano, e i successivi mi hanno fatto e mi fanno tanta tenerezza. E che mi guardo bene dal contraddire davanti a lui. Non ha nemmeno mai chiesto di andare a dormire dai nonni, mai, e da mia madre una sola volta: la loro compagnia non gli interessa più, si annoia coi loro giochi, le loro attenzioni lo imbarazzano. E non è sbagliato. E' così e basta. E i nonni, tutti e tre, per fortuna lo sanno che non ce l'ha con loro, ma con la vita che lo ha accidentalmente messo in quella via di mezzo che non lo fa sentire nè carne nè pesce.
E' stata un'estate di fiducia e di libertà per me. Finalmente posso lasciarlo da solo per un'ora o qualcosa di più sapendo che se la sa cavare. E' una cosa nuova, più per me che per lui forse, ma potermi riprendere parte degli spazi che ho dovuto per forza di cose mettere da parte quasi tredici anni fa mi sta facendo tanto bene. Posso programmare. Posso decidere. Posso far fronte agli imprevisti con la certezza che il Power può essere finalmente anche una risorsa, non solo una fonte di obblighi. Poco forse, ma quando decido di fare la mia ora quasi quotidiana in sella e non devo scendere a compromessi tra i turni di mio marito e i tira-e-molla (vieni con me, no mamma non ho voglia, muoviti pelandrone, alza il sedere dal divano, non me la sento, mi fanno male le unghie, ok rimango a casa) mi sembra di aver ricevuto in regalo la luna. Perchè so che quando torno a casa trovo un ragazzino in gamba. Quel ragazzino in gamba che dieci giorni fa anzichè litigarsi col cugino di otto anni più giovane e trentacinque chili di meno il tablet per giocare (come è successo l'anno scorso nella stessa occasione, il pranzo con parte dei miei cugini e le famiglie), se lo è preso sulle ginocchia di sua iniziativa e gli ha insegnato con una inaudita pazienza come si gioca. E io e sua madre, che trentacinque anni fa i giochi ce li litigavamo noi, ci siamo perse per qualche istante a guardarli come se avessimo visto un chiwawa ed un orso pedalare su un tandem.

Comunque, domani (anzi oggi, mezzanotte ormai è passata) si parte, destinazione "seconda D".
 E io, anzi noi, anche quest'anno "speriamo che me la cavo".








lunedì 5 settembre 2016

Piccolo vomito del lunedì

Se lo scrivo su Facebook mi linciano. Se lo dico a voce ferisco. Ma da qualche parte lo devo pur vomitare. Ed è meglio che lo vomiti a casa mia, prima di far più danni del necessario.

Mi sta irritando assai assai assai, ogni volta che mi cade l' "eccheppalle" su un atteggiamento random dell'adole-coso (che quanto a farle frullare, come tutti gli adole-cosi perfettamente sani, sta usando l'impegno che se ne usasse altrettanto per studiare andrebbe all'esame di terza media senza passare per la seconda), dicevo mi sta irritando assai assai assai sentirmi rispondere da una sempre troppo grande fetta di fauna materna femminile "Pensa a me che ne ho due/tre/quattro". Risposta peraltro copia-incolla di quando si parlava di costi dei pannolini, di capricci, di notti in bianco a tirar su vomiti e di tiro alla fune per far fare quattro compiti in croce, eccetera eccetera eccetera. Insomma, tu pensi di poter trovare un cucchiaino di comprensione, e ti viene sempre immancabilmente rimarcato il fatto che non solo non hai praticamente il diritto di lamentarti, ma dovresti farti un esame di coscienza per arrivare da sola alla conclusione che si, sentiti pure in dovere di darne, e zitta, e grata per avere solo metà se non un terzo della rottura di scatole altrui.

Allora, chiariamoci.
Primo: non vi ha ordinato il dottore di fare più di un figlio. E non ve l'ho ordinato nemmeno io.

Secondo: non è sempre una scelta il farne solo uno. Oppure, quando scelta lo è (e non è il mio caso, ma per qualche mia conoscenza si), non è detto che sia una scelta di comodo e che renda tutti felici e contenti.

Con tutto il rispetto per la fatica altrui, al diavolo. Per non essere più esplicita. No, giusto perchè si parlava di menopausa che toglie i freni al senso del pudore.

giovedì 18 agosto 2016

Caro Facebook, saluti

Premetto che questo post è una carrellata di pensieri miei, di punti di vista miei, del tutto discutibili e per niente generalizzabili, partoriti dalla mia - e solo mia - mente contorta. Bene o non bene che calzino a chi legge, per me le cose stanno così e basta.

Qualche giorno fa mi è venuta la curiosità, oziando, di andare a sbirciare da quanto tempo esattamente fossi iscritta al social network. A Facebook, facciamo nomi e cognomi che tanto a non farli li si intuisce lo stesso.
Beh, dicevo, novembre 2008. Non ricordavo fosse così tanto tempo. Forse perchè per i primi mesi l'ho usato poco o niente. O addirittura per il primo anno o poco più. Ricordo di essermici iscritta e di averlo dimenticato per un po', finchè la Malattia mi ha chiuso in casa per parecchio tempo e in qualche modo dovevo pur farlo passare, dato che riuscivo a fare ben poco di molto altro di "fisico".
Mi era venuta questa curiosità perchè ultimamente, del social mi sto stufando. L'ho usato per tenermi compagnia, per avere un minimo di contatto col mondo pur stando in casa (e le mie occupazioni sono prevalentemente chiuse tra queste mura, volente o nolente), e basta. Non l'ho mai usato come mezzo di informazione (qualche spunto per cercare informazioni altrove, questo si, l'ho trovato), nè come mezzo per costruire qualcosa. E mi sto stufando. Ma a questo mi riallaccerò a fine post.

In questi quasi otto anni Facebook mi ha permesso, tra altre cose, di riallacciare i rapporti con persone che ho conosciuto da ragazza. Essendomi trasferita, dopo sposata, a più di cento km da dove vivevo, alla lunga la maggior parte dei rapporti sociali che avevo prima sono andati scemando. Non solo: dopo le scuole dell'obbligo, quindi ancor prima, mi ero già allontanata a mia volta (fisicamente e forzatamente) dall'ambiente in cui ho vissuto durante l'infanzia, quindi ciao ciao compagni di scuola, eccezion fatta per la mia migliore amica con cui abbiamo continuato a sentirci e a seguirci nei nostri spostamenti della vita. La maggioranza sono risbucati tramite Facebook. E ho scoperto che se da una parte è stata una cosa carinissima, dall'altra dopo il classico "ciao, guarda chi si rivede, come stai, sei sposato, hai figli, cosa fai, dove vivi" e nella testa le considerazioni più maligne quanto legittime su come la più gnocca della terza media sia rimasta zitella e il (triste) conteggio di chi è già separato e di chi purtroppo è venuto a mancare (eh già... due compagni di scuola, uno suicidato e uno morto di tumore), eccetera eccetera, finisce tutto. Qualcuno ha anche tentato di organizzare la classica pizzata di rimpatrio, il "30 anni dopo la fine delle elementari": una prima volta di 25 persone si sono reincontrati in otto, la seconda in tre. La terza non si è nemmeno tentato di farla. Perchè si, perchè se ci si è allontanati un motivo evidentemente c'era e c'è, perchè dopo trent'anni e passa che non ci si vede non si ha in realtà più niente di consistente da dirsi che porti a continuare un qualcosa che in realtà è finito dopo gli esami di quinta o di terza media; perchè onestamente parlando di quello che fa adesso la tipa che era seduta nel banco dietro di me e con cui si parlava (o il più delle volte si sparlava) di tutto e di più, tolta la curiosità non me ne può importare di meno. E a lei, sicuramente, di me. Altrimenti ci sarebbe un qualche dialogo che va oltre. E non c'è. Ha un peso nella mia vita, sta cosa? No.

Ho imparato che Facebook è come una grandissima piazza. In piazza ognuno porta ciò che vuole, dice ciò che vuole, si mette in mostra, è visto da qualcuno anche se se ne sta in un angolo. E guarda. Spesso senza interagire in nessuna maniera. Guarda e basta. E non c'è niente di male nel guardare. In piazza tutti sono autorizzati a dire qualsiasi cosa di tutto e di tutti, perchè la piazza è un luogo comune, no? E' un incrocio di strade, un gran calderone. Solo che è la stessa piazza in cui tanta gente, pur frequentandola, si lamenta di quanto gli altri frequentatori non si facciano gli affari propri. Che allora ti vien da chiedere: "ma se non vuoi che gli altri si facciano i fatti tuoi, perchè vieni a metterli in piazza?". Boh.
Ha un peso questa cosa nella mia vita? No.

Ho imparato che Facebook è un luogo in cui tutti possono dire di tutto su qualunque cosa, gratis. Cose simpatiche, fare dell'ironia, informazione (o presunta tale), pubblicare ricordi, lanciare messaggi, appelli, petizioni, far circolare bufale, veramente qualsiasi cosa. Come se parlassero davvero a una massa di gente, rappresentata dai propri contatti, o per chi non applica le restrizioni per la visualizzazione dei propri messaggi ai soli amici (io, per inciso, lo faccio per il 99 per cento delle cose), da chiunque sia iscritto al social.
Ma lo fa protetto da un monitor. E il più delle volte comunica cose, o meglio, comunica in un modo che non userebbe MAI vis-à-vis. Gran cosa il monitor. Protegge anche me quando scrivo sul blog, e per me è una certezza. Non la considero una cosa brutta. Ma la protezione che uso sul blog ha una differenza sostanziale da quella del social network: pochissime persone, qui, sanno realmente chi io sia, mi conoscono cioè di persona. Sul social è l'esatto contrario. Perciò quando scrivo sul social, so esattamente che chi mi legge probabilmente lo incontrerò per strada tra sei mesi come forse domani, e teoricamente devo avere il coraggio di poter affermare le stesse cose dette sul social, a viso aperto. Se non sono una ragazzina. Per questo cerco di stare attenta a cosa scrivo, a come commento, ai toni che uso (nei limiti del possibile), a dove lascio tracce del mio passaggio. Ma pare che per troppa gente non sia così. Che se davvero il virtuale è lo specchio del reale, a leggere come comunicano moltissime persone commentando, con la scusa che "tanto per la strada non ci incroceremo mai" ho quasi paura ad uscire per strada: soprattutto ultimamente (o forse solo ultimamente, non lo so) leggo tanto astio, rabbia, acidità, maleducazione, superficialità a non finire.Senza freni e senza un minimo di senso del pudore. Attraverso il social, per dirne solo una tra le tante, ho scoperto che un mio vicino di casa ha idee razziste senza margini di dialogo, e le espone con una violenza verbale che non ho mai sospettato potesse avere. Abitiamo a pochi metri di distanza da 15 anni e mai, giuro mai, lo avrei pensato. Le cose sono due: o parliamo troppo poco, o faccia a faccia non ha il coraggio di dire tutto quello che realmente pensa, cosa che un monitor gli permette di fare senza problemi e senza il rischio di dover affrontare le reazioni concrete di chi gli sta davanti.  Tanto se qualcuno dice qualcosa che non ci piace sul social network, basta eliminare il commento che disturba e il disagio si appiana.
Per carità, questo non cambia il nostro rapporto fatto di cortesia e di quieto vivere (ognuno, alla fine, a casa sua fa e dice quel che gli pare). Ma è inevitabile che dopo aver letto quello che scrive sul social una persona che conosci, vuoi o non vuoi quando la incontri uno sguardo un po' diverso glielo riservi. Credo che sia umano.

Attraverso il social si può provocare, tirare frecciate ed offendere pubblicamente senza il rischio che ci venga risposto con un sonoro ceffone o una minaccia di denuncia. Perchè tanto, se l'offeso per puro caso incappa nel post che lo riguarda e prova a dire "ma ce l'hai con me?" si può  glissare in mille maniere fantasiose. Basta non fare nomi e cognomi, o inveire contro qualcuno che tanto non è iscritto al social o abbiamo bloccato, o semplicemente non è tra i nostri contatti, quindi non leggerà mai (bella bravura). E nessuno potrà mai dire niente. "E gliele ho cantate eh...". Certo, sulla tua bacheca Facebook e senza farglielo sapere, è come sparare con una pistola giocattolo di nascosto contro la foto di tua sorella perchè la mamma non ti veda, che se ti vede son sculacciate.
Ma si può anche sentirsi offesi da qualsiasi sparata fatta da chiunque, proiettando addosso agli altri un nostro disagio e convincendosi che si stiano (virtualmente) comportando come ci aspettiamo che si comportino. Non sono una psicologa e non mi permetto di fare delle analisi sulle persone, non mi compete. Ma ho letto centinaia di volte frasi postate con leggerezza e commenti tipo "se ti riferisci a quella volta in cui io e te abbiamo bisticciato per quella cosa, sappi che...". E dall'altra parte, finto o vero che sia, un regolare "ma cosa dici, mi riferisco a tutt'altro, e poi non ho voglia di far polemica". E' un modo di comunicare attraverso il social che non mi è mai piaciuto.

Face è il luogo dove la gente che ci passa troppo tempo si è talmente intrecciata a quello che legge, che secondo me fa una gran fatica  a distinguere la parte di vita che gli altri utenti decidono di condividere da tutto quello che è il resto della loro esistenza. O in altre parole, mette in piazza talmente tante cose di sè che si convince che anche gli altri lo facciano. E critica, e giudica, in base a quello che vede lì dentro. Così se pubblico solo scemenze vengo presa per "leggera", se pubblico solo belle foto significa che me la passo bene e che mi diverto, se scrivo solo citazioni altrui non ho idee mie, e avanti così all'infinito. Difficilmente passa per la testa a chi guarda che c'è gente, me compresa, che in piazza mette solo quello che vuole, e che le cose "pesanti" le tiene per sè. Per barare? Per dare una immagine di sè tarata ad hoc? Qualcuno forse si. Io no di sicuro. Non ho mai pubblicato nulla che riguardi la politica, o la religione, o la medicina, o dei problemi che vivo in famiglia come ogni famiglia normale. Non perchè non abbia le mie idee, semplicemente perchè in piazza, anche fisicamente, ci vado per passare un'ora divertente, non per sollevare inevitabili ed inutili polveroni. Quelli li devo sedare già a casa mia, come chiunque. Oppure per stare un po' in compagnia quando non posso farlo concretamente. Non ho il carattere di una amazzone, nè di don Chisciotte.

Ho imparato che il social è un luogo virtuale dove chiunque, attraverso la condivisione di link, può dare lezioni di vita a chiunque su qualunque cosa. Così capita che il single regali "perle" sulla vita a due, il divorziato sulla donna ideale come la divorziata sull'uomo ideale e su come far reggere un rapporto, chi non ha figli indichi come educarli o come gli altri li educhino male, il disoccupato indichi al professionista come fare il suo lavoro, e avanti così all'infinito. E' quasi divertente, vista da questo lato. Direi comica.

Ho capito che Facebook non incrementa i contatti umani, ma ne ammazza la maggior parte. Gli dà il colpo di grazia. L'ho capito molto tempo fa, le prime volte in cui incontrando alcune conoscenze per strada mi sono sentita dire, tra le chiacchiere, "non ti chiedo come stai, lo vedo da Face che stai bene". In altre parole, "non me ne frega niente di come stai, mi basta vedere quelle quattro cavolate che pubblichi, non aggiungere altro che non ho tempo/voglia/palle/interesse a saperlo". Quindi essere contatti reciproci su un social non ha aggiunto niente al nostro rapporto. A che serve, allora? A niente.
Come non serve concretamente a nulla, sul social, portare avanti campagne animaliste (presumo che tra i miei contatti non ci siano affettatori seriali di animali da compagnia o cacciatori di specie protette), far proseguire catene di sant'Antonio di qualsiasi genere (da quella per la sensibilizzazione per la malattia di turno a quella per ottenere soldi e fortuna ripubblicando la notizia che questo mese ha cinque martedì e sette sabati e ciò accade ogni 647 anni bisesti), far girare la richiesta di sangue del gruppo B+ per il bambino malato di turno che anche se in quattro ti ribadiscono che è una bufala perchè il bimbo in questione va ormai all'università puoi sempre rispondere "e io che ne so, ho solo condiviso il post", portare avanti teorie complottiste su argomento random, e avanti quanto si vuole.

Ho capito anche un'altra cosa, che mi si dirà "ti svegli adesso?". Si beh, sorvoliamo, dettaglio.
Non si pubblica niente su un social per gli altri. Lo si fa per sè stessi. La propria bacheca è una vetrina. E' inutile che qualcuno continui a sventolare l'idea che sulla propria pagina pubblica ciò che vuole e nessuno può o deve dire niente nè criticare, no, chiunque può dire invece, perchè se non vuoi che la gente dica non mostri, se mostri è per ottenere qualcosa. Consensi, dinieghi, apprezzamenti, polemiche, giudizi, compassione, incitamenti, consigli, condivisioni, interesse, "mi piace", qualsiasi reazione.  Altrimenti taci.

Ho tanti contatti che passano da me, reagiscono in qualche modo ai miei post (quasi sempre positivamente, ma ogni tanto anche no, fa parte del gioco), ma sulle loro pagine c'è il vuoto cosmico. Li si può criticare? Non so, io mi astengo. Non ho mai capito il senso di iscriversi su un social senza essere "social" almeno un minimo che sia un briciolo, ma è un altro discorso: penso solo che non vogliano reazioni e basta, e non volendo reazioni non pubblicano. Stop. Non vogliono o non ne hanno bisogno. Non è un delitto.

Caro Facebook, sai che c'è? C'è che mi sono stufata di te. 
C'è che dopo aver condiviso di tutto e di più della mia vita quotidiana e dei miei pensieri con tante persone con te come mezzo, ho scoperto che di condividerla così non ho più nessuna voglia. O meglio, ho voglia di condividerne dei pezzi solo con chi voglio io. Con le persone delle quali mi interessa davvero sapere il pensiero di ritorno, o a cui posso davvero donarla con fiducia. Dei pensieri degli altri, di chiunque altro, in fondo in fondo non mi importa davvero più nulla, sai. 

C'è, caro Facebook, che si arriva ad una età, o ad un punto della vita, in cui di quello che gli altri pensano di te non ti interessa più niente. Ti vesti come vuoi, parli come vuoi, pensi quello che vuoi, agisci come vuoi, vai dove vuoi, cambi come vuoi, ma lo fai per te stessa e basta. Di piacere o non piacere, di ricevere approvazione, non ti importa più. O meglio, ti importa di piacere solo a chi vedi riflesso allo specchio quando ti ci pari davanti. Non ti importa di far sapere in giro per il web che hai fatto un bel dolce, ma sei felice se puoi condividerlo a fette (e non a foto) con la tua vicina di casa (l'ho fatto, giuro). Non ti interessa di mostrare a trecento contatti quanto è cresciuto tuo figlio, il mondo intero lo vede quando esce di casa, ed è il SUO mondo reale, non il tuo, e nel NOSTRO mondo reale la gente che gli vuole veramente bene non aspetta di vedere la sua foto su un social per sapere com'è perchè non lo vede da tempo, me la chiede. Non diventa più così essenziale far sapere all'intera tua fetta di mondo virtuale che hai fatto una gita fighissima (o la stai facendo), hai visto posti fantastici (o li stai vedendo), sei stato in splendida compagnia (o ne stai godendo) e hai mangiato cose libidinose (o le stai mangiando) e mostrare in diretta live le foto che comprovino il tutto in maniera tangibile: vivi e basta, e racconti se capita l'occasione, non lo urli col megafono in piazza come se dovesse necessariamente interessare a tutti. Non diventa più così gratificante far sapere su un social che hai perso venti chili per ricevere le ammirazioni altrui, o che i capelli hanno raggiunto una lunghezza che mai prima, che hai avuto l'influenza più lunga della tua storia o che hai imparato a farti la french manicure senza tagliarti il pelo dei gomiti col tronchesino: esci di casa e ti fai ammirare per davvero. Se capita di chiacchierarne bene, il momento di ozio e cazzeggio ci sta ed è legittimo (mica ti demonizzo, Face), ma ad un certo punto scopri che il tempo che perdi a scattarti selfie e mandarli in rete la maggior parte delle volte è tempo che potresti usare per fare qualcosa di più utile per te. Sul palco non ci vuoi più stare, o meglio, ci stai giusto il tempo per divertirti un po', poi scendi, perchè ciò che sta fuori dal palco è molto più vasto e vario, e interessante.
E allo stesso tempo ad un certo punto non ti importa più nemmeno di sapere quello che fa chiunque altro quando chiude la porta di casa sua davanti a te, a meno che non sia una persona che ti sta a cuore. E non per giudicarla, non per criticarla, non per curiosità, ma perchè la sua compagnia, la sua presenza nella tua vita, ti dà piacere e non la vuoi perdere. Non in piazza, ma al tuo fianco, seduti davanti ad un caffè, in spiaggia sotto l'ombrellone, al supermercato davanti allo scaffale del cibo per gatti, per strada tenendo in equilibrio le biciclette sul bordo del marciapiede, e quando ciò non è possibile sparando cavolate o cose serie via whatsapp, un messenger, o ridendo e piangendo al telefono. Tutto il resto, caro Face, per me sta diventando solo fuffa. Che se c'è va bene, ma se non c'è va bene lo stesso.

Caro Face, io ti devo ringraziare sai. Attraverso di te sono rientrate nella mia vita alcune persone che in essa hanno ripreso il posto che avevano perso per colpa di nessuno, ed è meraviglioso. Ma sono davvero poche. Le conto sulle dita di una mano, e avanzano dita. 
Adesso però è ora di dare una svolta al nostro rapporto. Da settimane ho smesso di pubblicare pensieri troppo personali, fatti personali, considerazioni personali. Non mi va di sapere le opinioni degli altri. Non mi interessa. Gli apprezzamenti o le critiche veramente utili li chiedo a chi so che può darmene di sensati, chi mi aiuta a migliorare, non a chi butta lì ripetutamente il concetto che Runtastic sbaglia sempre il conteggio delle calorie consumate durante uno dei miei giri in bicicletta nonostante abbia marcato e rimarcato il fatto che "NON PEDALO PER DIMAGRIRE". Se scrivo che ho mal di testa non mi va più di leggermi sotto che c'è quella che ha mal di testa da una settimana, o quando ho pedalato per 13 chilometri (sempre secondo la app di Runtastic) veder commentato che il mio ex compagno di scuola arriva a farne 40 in metà tempo e sentirmi, per questo, anche per un solo momento una emerita cretina e ridurmi a dare giustificazioni. Per dire. 

Sono stufa. Non arrabbiata, non esasperata, semplicemente stufa. Non mi diverti più. Non mi dai più niente.
In questi giorni ho anche tolto, con pazienza, quasi tutte le foto che ritraggono mio figlio, nonostante avessi applicato loro la restrizione della visualizzazione solo ai miei contatti e non pubblica. Il Power è grande. Ha diritto alla privacy della sua immagine. E non ha senso che la dia in pasto a gente di cui non conosce nemmeno l'esistenza, solo per orgoglio mio. Una cosa è raccontare un fatto divertente che lo riguarda, un'altra è mostrare la sua faccia. Così, da oggi, prima di mostrarlo agli altri chiederò il suo consenso.
Proprio in conseguenza a questo un altro passo che ho fatto nei tuoi riguardi, caro Facebook, e qui mi si può criticare sbracciatamente ma non mi importa perchè non torno indietro, è stato cancellare dai miei contatti chiunque non abbia mai avuto con me il minimo rapporto, anche virtuale. C'è stata tanta gente che mi ha chiesto l'amicizia solo perchè si aveva dei contatti in comune, o si apparteneva ad uno stesso gruppo, o si aveva un interesse in comune, ma con me non ha mai scambiato una, e dico UNA sola parola nemmeno via messenger, mai in assoluto. Non ho mai chiuso la porta a nessuno. Adesso ho deciso che basta. Senza rancori, senza astio, ma via. Ho deciso di non essere più "social" a 360 gradi, ma a modo mio, come in fondo sono sempre stata nella mia vita reale, ma che nel virtuale ho sempre cercato di celare. Sarà la menopausa precoce ad avermi fatto diventare acida,  forse più acida e scostante di quanto già non fossi di mio prima. Ma piaccia o non piaccia, ho scelto .

Caro Face alla "vecchia maniera", noi ci salutiamo qui.  Per come ci siamo conosciuti io e te finora, nel modo in cui ti ho usato fino a ieri, finisce. 
Ho anche altro da fare.









martedì 16 agosto 2016

I Pokemon meno longevi della storia.

Ore 13,45 circa. Poco dopo aver visto il Tiggì e aver preso il caffè (per me, si capisce). Siamo ancora a tavola. Ce la prendiamo stracomoda.
-Mamma, prova a scaricare sto Pokemon GO và. Vediamo se è così figo. (Il Power non ha lo smartphone, ha solo un vecchio cellulare normale, perciò si parla del mio).
-Ma si, togliamoci sta curiosità.

Ore 13,50: ho liberato spazio in memoria a sufficienza per scaricare la App.
Ore 13,55: ho scaricato la App, la App è installata, iniziamo a smanettarci. Creiamo l'Avatar, le diamo un nome, iniziamo a giocare.
Ore 13,57: siamo in fondo al vialetto (dalla parte opposta ovviamente) in cerca di Pokemon.
Ore 14,00: ne abbiamo trovati un paio. Rientriamo, perchè ho qualcosa da infornare e i piatti da lavare.

-E adesso?
-Adesso dovresti andare in giro per Rivi in cerca di Pokemon.
-A testa bassa come un tonto?

Ore 14,05: App disinstallata con successo.

Fine.





mercoledì 10 agosto 2016

Regali

In fondo al vialetto, interno giorno, ore 19 e qualche minuto. Divano, olimpiadi fisse in tv, Power fisso sul divano, espressione scazzata fissa sul Power. Madre qui e là, tra fornelli e lavanderia. As usual a quest'ora.


-More, sono le sette.
-No...
-Non roteare gli occhi, sono le sette. Guarda l'orologio sopra la porta.
-Non mi va...
-Vai a lavarti.
-Non serve.
-Oggi ti ho spiegato l'importanza del "per favore" anche tra di noi, ma adesso ti do un ordine: VAI-A-LAVARTI. Senza "per favore".
-Uff...
- Alzi le chiappe da quel divano da solo o te le faccio alzare io?
-Perchèèèèèèfffffffffff...
-Perchè devi togliere da sotto al mio naso quell'odore da adolescente che ti porti appresso, prima di cenare. Ecco perchè.

-Ma se lo indosso tutte le mattine appositamente per te, MAMMINA?

Che madre ingrata  -_-





giovedì 21 luglio 2016

Una guerra di nervi

Non sono scomparsa, anche se ultimamente mi capita di sentirne a sprazzi il desiderio.
Sto solo cercando di sopravvivere alla guerra, alla guerra di nervi.

Solitamente ero (ero) una di quelle (poche) mamme che l'ultimo giorno di scuola tirava un sospiro di sollievo: avere mio figlio attorno per tre mesi e non dovermi alzare per forza alle sei e mezzo del mattino sono due cose che mi hanno sempre procurato piacere. Soprattutto la seconda, ma non diteglielo.
Quest'anno la cosa si sta mettendo diversamente: sto contando i giorni che mi/ci separano dal 12 settembre. 53 giorni. Non siamo nemmeno a metà vacanze scolastiche. E' grave.

Sto facendo veramente, ma veramente fatica a gestire il rapporto con mio figlio. Io ci metto la menopausa nel calderone, ma lui ci sta mettendo l'esplosione piena della sua adolescenza (ma non era preadolescenza? No, non più. Ci siamo dentro con braghe e scarpe ormai), e ce la sta mettendo a badili, a TIR, senza scrupoli nè pudore. Di getto, di prepotenza. E se io fino a qualche settimana fa lo guardavo stupita, meravigliata, quasi incantata, adesso sono ai ferri corti fin dal primo mattino. Con lui e con il mio sistema nervoso, perchè se quel briciolo di ragione che mi è rimasto dirige le mie azioni, giuro che il mio istinto non mi suggerisce per niente pensieri civili e umanamente accettabili da parte di una madre.
Faccio perfino fatica a parlarne con mia madre. Quelle poche volte in cui ci ho provato, così, per sfogo, mi sono trovata davanti ad uno sguardo dall'alto al basso (ed è difficile, lei è parecchio più bassa di me, ma porca miseria ci riesce eccome) con occhi stretti e testa diritta (e lei è gobba... per capirci) e un tono di voce basso che mi schernisce con un "ma come, non ti ricordi come eri tu alla sua età?".

No, cavolo, no. Non mi ricordo. Deve essere una di quelle cose che la memoria resetta, rimuove. A parte che io ho vissuto l'adolescenza in un momento particolare della mia vita, è iniziata poco prima che i miei genitori si separassero e finita boh. Ma poi ero femmina, e dei miei dodici anni ricordo solo che volevo a tutti i costi evitare di assomigliare a mia madre, e che piangevo spesso perchè a mia cugina (mia coetanea) era già arrivato il ciclo e a me no (che se mi fossi trattenuta dal piangere sarebbe stato meglio), ma non penso che al Power passino per la testa pensieri del genere. Ah si, mi lamentavo perchè davanti ero piatta (e anche questo avrei fatto meglio ad evitarlo, col senno di poi. Ma vabbè, lo facevano tutte...). Dovrei andare a rileggermi i diari che tenevo quella volta, per saperlo. E non ho voglia di riaprire quel vaso di Pandora. E comunque ci sarà un motivo se passati trent'anni una ha rimosso certe cose alla stessa maniera in cui rimuove i dolori del parto o il PIN del suo primo bancomat. Il guaio è che secondo mia madre, se io mi ricordassi come ero (e ripeto, probabilmente a mia madre sfugge il dettaglio della differenza di sesso tra me e mio figlio, cosa che secondo mio marito è FON-DA-MEN-TA-LE) avrei in mano un chiaro libretto di istruzioni per convivere serenamente col pollo. E non ce l'ho. In pratica vivo alla giornata.

Cos'è che mi fa tanto uscire coi sentimenti? Aaaaahhh... mamme di adolescenti, sbizzarritevi, lo sapete, c'è l'imbarazzo della scelta, ditemi che non è vero e mi metto in cura da uno psichiatra. Bravo.

Al di là dei cambiamenti fisici che ho descritto nel post precedente, ho scoperto che l'adolescente parla col naso. Cioè, non proprio col naso. Non proprio "parla", se devo dirla tutta. Mugugna. Comunica a monosillabi, e quando mette più sillabe insieme ne esce qualcosa di simile al verso di un cadavere con la sinusite. Non so come spiegarmi, nè come rendere l'idea con la tastiera. Pare quasi che l'uso delle vocali "piene" richieda uno sforzo disumano, perciò le si risparmia. E mentre parla (ok, comunica, che però in confronto si esprimono più chiaramente i miei cinque gatti) assume perennemente quell'aria scazzata di chi ne ha piene le scatole del mondo intero e a malapena sopporta che esista attorno a lui. Non ha nemmeno gli occhi del tutto aperti mentre parla: troppa fatica. A qualsiasi ora del giorno.
Le frasi più gettonate sono:
- Se proprio devo...
-Devo?
-Nn c'ho voglia (non NON ho voglia, proprio "NN")
-Adesso?
-Uff... mi tocca...
-Ma non puoi farlo tu?
-Non ce la posso fare.
-Tanto non serve.
-Mi serve.
-Aspetta un momento. Cinque minuti. Un'ora. Tre giorni. La prossima epoca. E' uguale.
-Ho fame.
E' una goduria comunicare così. C'è proprio gusto (e come no). Io che ero abituata ad avere un figlio logorroico dovrei essere contenta di averne uno, ora, che si esprime come uno stitico cronico, no? Lui logorroico lo è ancora, preciso subito, ma solo quando è nervoso. E' logorroico quando va dal dentista (la scena del dentista, lunedì, che cerca di lavorargli in bocca mentre lui fa praticamente il ventriloquo è stata mitica), quando sente il telegiornale e si parla degli ultimi fatti di cronaca, quando i suoi compagni del centro estivo lo prendono in giro. Nervosismi a parte, però, c'è il risparmio di vocaboli in bolletta. E la gratificazione, per una madre, è impagabile.
-More, prepara il tavolo.
-Adesso?
-No, per Natale, è uguale.
-Non chiamarmi More. Mi vergogno.
-Power, ripulisciti quel magazzino che hai per camera, per favore.
-Nn c'ho voglia.
-Non mi interessa, te la fai venire. Ci puoi piantare il radicchio su quel parquet, se riesci a vederlo, una volta che hai rimosso giornalini e fazzoletti di carta sporchi.
-Se proprio devo...
E avanti così. Tutti i giorni.

Ah, altra cosa poi, le prese in giro. Ecco, questo si lo ricordo: le prese in giro. Ogni sacrosantissimo adolescente, penso (e lo dico perchè lo so) sembra credere che tutto il mondo ce l'abbia con lui. Io venivo canzonata per i denti storti e per gli occhiali. Mio marito racconta di esserlo stato perchè era ingenuo e un po' in carne. E tutti e due eravamo convinti di essere dei bersagli fissi. Poi cresci, e chiacchierando con i tuoi coetanei quarant(atre)enni scopri d'incanto che la tua compagna di banco era presa di mira per il modo di ridere, quella con cui giocavi ogni pomeriggio per come si vestiva, suo fratello perchè aveva la erre moscia, e avanti con tutto il repertorio possibile equamente distribuito.
Mio figlio sembra attirare addosso a sè tutta la malevolenza della classe 2004 della intera provincia di Udine, a sentir lui. Per un sacco di motivi, che a fantasia non siamo carenti per niente. E sapete una cosa? Gli ho detto, stufa (andrò all'inferno per questo, lo so), che se non fossi sua madre lo prenderei per il culo anch'io. Perchèèèèèè? Perchè secondo me, che qualcosa del Power conosco (giusto un po'), lui le prese per i fondelli le attira come il miele le mosche. Qualsiasi permaloso le attira, e lui non è permaloso, ma è il RE dei permalosi. E le reazioni di un permaloso, a quell'età (ma anche alla mia, perchè io sono bast...da dentro) producono lo stesso effetto che produce una tanica di alcool sulle braci del barbeque. Sono un invito a nozze. Che è un modo di stare insieme SBAGLIATO, fin lì ci arrivo, ma trovatemi gli adolescenti che seguono i consigli degli adulti e fanno le cose giuste e vi appunto una medaglia di cartone dorato al petto.
Stamattina, mentre stavo facendo colazione, è sceso dalle scale bello fresco di dormita, e mi è uscito spontaneo un complimento, qualcosa del tipo "che bel giovanotto" o qualcosa del genere. A lui è suonato male, e mi ha guardato con un'espressione forzat-corrucciata che a me ha suggerito qualcosa di esattamente contrario, e sono scoppiata a ridere. Non lo avessi mai fatto. Si è scatenata l'apocalisse. Che io "non capisco che queste cose gli fanno male, che anche io lo prendo in giro, che devo lasciarlo in pace, che di prima mattina proprio un bel modo di iniziare la giornata..." 
E CHE E'E'E'E', hai la crisi premestruale??? 
"Me ne vado di sopra! Ma non faccio neanche colazione!". 
"Ti passa!".
La sua camera, il suo rifugium peccatorum inviolabile. E buona giornata. Ore otto e un quarto del mattino.

E insomma: non va bene se lo guardi giusto nel momento giusto, se lo guardi sbagliato nel momento giusto, o lo guardi giusto nel momento sbagliato, o lo guardi sbagliato nel momento sbagliato. E non toccarmi, non sfiorarmi, non toccare e non sfiorare, non spostare, non ascoltare. Non va bene mai. Ma mai-mai-mai. Perchè il mondo è pieno di problemi, e dove non ce ne sono ce li dobbiamo far venire, che se non ce li facciamo venire c'è qualcosa che non va, e allora incazziamoci che a incazzarsi non si sbaglia mai. Ti credo che poi i suoi coetanei lo allontanano.
L'altro giorno, al centro estivo, gli hanno fatto un'onta inaccettabile: uscito dal bagno, gli hanno chiesto (con aria deliberatamente provocatoria, come dei normali dodicenni che iniziano ad avera UNA sola cosa in testa e in fronte...) cosa avesse fatto alla toilette.  
"Ti pare???". 
"E mica ti hanno chiesto la password di Starcraft eh...". 
"SICURAMENTE volevano che gli rispondessi che mi sono fatto una s...". 
"E quindi? Se anche fosse? Sono stati loro a dirti che se le fanno (che poi non ci credo manco per niente, ma evidentemente dirlo fa tanto scena)". 
"E quindi li ho mandati a quel paese. Ma avrei voluto menarli". 
"More, risparmia gli istinti omicidi per altre occasioni, và". 
"E non chiamarmi More!!! Mi vergogno!!!".

E c'è quella maledetta convinzione del mio adole-coso di potermela fare sotto al naso, di mettermela in quel posto, di essere più furbo di me. Di prendermi per esasperazione. Di farmi sentire in colpa perchè lo rimprovero, che lui in fin dei conti che ne sa della vita, in fin dei conti lui a dodici anni e mezzo mica può saperlo che se al mattino la tavola per la colazione non è preparata deve alzare le braccine e prepararla lui senza che glielo si dica almeno otto volte (che se non è pronta evidentemente un motivo c'è, forse che sono fuori a stendere la biancheria lavata, tra cui le SUE mutande e i SUOI calzini, che per togliergli l'odore di scarica ormonale ho dovuto passarli sopra al gas), che  quando si scende dall'auto aiutare la mamma a scaricare la spesa dal bagagliaio non gli accorcerà la vita e che lavare le tazze della colazione durante le vacanze di scuola (tra le altre cose) non gli procurerà un handicap irreversibile. Quando cerca di farti sentire in colpa lo fa con un finto candore che se lo conoscessi poco meno di quanto lo conosco ci cadrei con tutte e due le scarpe, e gli chiederei pure scusa.
E no, se mi inalbero non è per i rifiuti, non è per il dover ripetere millemila volte le stesse cose (oddio, anche si, ma in questo periodo potrei anche anche sorvolarci un pelo, visto che ho capito che devo rassegnarmi al fatto di avere un secondo distratto cronico in casa), ma è per il tono perennemente scazzato con cui mi/ci rivolge la parola. Che per citare un luogo comune, che però ci sta, se ci avessi provato io con i miei trent'anni fa non avrei masticato per tre giorni. E invece no. Il Power ha una mamma e un papà che non lo alzano più da terra da anni ormai, che passati i 30 chili di peso (e lui ormai ne pesa quasi 60) e il metro di altezza non serve più, ma stanno lì a s-cervellarsi giorno dopo giorno sul modo più giusto da adottare per comunicare. E quando sono convinti di averlo trovato, l'aria è già cambiata e pare di dover ripartire da zero.
E avanti così. E dai uno, dai due, dai tre, e cento, e ottocentocinquanta volte al giorno, fino all'ora di andare a dormire (ora di andare a dormire? Parliamone). No, non è una fase della vita. E' una guerra di nervi.

Una cosa che mi fa imbestialire da sempre sono i consigli non richiesti da parte di altre madri. A molte madri danno fastidio. A me fanno imbestialire, soprattutto in questo periodo. E soprattutto quando provengono da madri che hanno figli piccoli, e ce ne sono, convinte di sapere che il loro trufolo funzioni in un certo modo per merito loro, e che continuerà a funzionare in quel certo modo per tutta la vita, e quindi se io adesso mi trovo in un momento di empasse evidentemente ho sbagliato qualcosa nei capitoli precedenti, perciò mi forniscono le loro perle per il rattoppo.
Arrivateci, e poi mi dite. Poi mi spiegherete come mai anche il vostro trufolo non risponde più ai comandi preimpostati, ma và un po' come gli gira, e le fa girare vorticosamente e inaspettatamente anche a voi. Che quando sento dire "dipende da come lo hai tirato su" e "con gli adolescenti bisogna parlare" mi viene da stampare in fronte alla sproloquiante di turno un HA HA HA Arial 258pt nero brillante maiuscolo grassetto sottolineato. Che vorrei averla anch'io, la ricetta. Ma non esiste. O almeno, non credo. E sui consigli di chi figli non ne ha stendo un velo pietoso e passo oltre. Grazie, ma questa è una guerra mia e solo mia. A ognuno l'onore di viversi la propria. Ma poi, si può sapere perchè la gente ci tiene tanto a cercare di farti sentire una emerita scema, quando si parla di figli?

Insomma, mi sento tirata dentro in un vortice, che sicuramente finirà a tempo debito come è finito per me, per mia madre, per mia nonna eccetera eccetera, ma intanto mi travolge. E a volte mi sembra di perderne il controllo, altre mi sforzo di guardare in avanti sperando che ne esca comunque qualcosa di buono. Come tutte, penso. Ogni tanto un respiro si riesce anche a tirare. Tipo la sera, quando prima di andare a dormire mi viene davanti con gli occhi semi-pesti, le spalle ancora più curve e le braccia protese in avanti, perchè lui senza un abbraccio della mamma e un bacio a dormire non ci va. In quel momento mi dimentico tutto, mi sciolgo, mi ricordo cos'è, chi è. O come quando mi chiama dicendo "ho bisogno di dirti una cosa", e si sfoga per un'ora e mezza. Sono le volte in cui realizzo il fatto che sono ancora la sua mamma. Non solo quella che gli prepara i pasti e gli lava le magliette, ma la sua mamma, quella che "tu mi prendi sul serio" e "ho bisogno di un consiglio". E finchè dura, in questo senso, me lo tengo stretto.
Poi il mattino successivo inizia di nuovo con l'immancabile scontro di corna. E come quando aveva due anni, i suoi "terrible two", riaffiora la stessa identica voglia di ricacciare la testa sul cuscino per i successivi tre o quattro anni, o di scappare in qualche posto lontano.

E' una guerra di nervi. Per lui e per me. Per me con lui e per lui con sè stesso. Ma io adolescente lo sono già stata. E c'è una bella differenza, in termini di controllo del sistema nervoso. Spero...












sabato 18 giugno 2016

Con quella camminata un po' così

Gli ultimi giorni di scuola sono trascorsi con un nervosismo Poweresco totale. Tanto da fargli tornare tutti i tic di questo mondo.
Due settimane fa circa, ha partecipato ad un concerto con il coro della scuola, durante il quale il suddetto coro si è esibito in quattro o cinque brani a più voci alternandosi ad altri due cori della zona.
La scorsa settimana si è ripetuta l'esibizione, ma assieme al coro delle prime medie una sera, e a quello delle seconde e terze la sera successiva. Più impegnato della corale della Rai, praticamente.
La scorsa settimana è stata anche intensa dal punto di vista scolastico: i ragazzini Furlish hanno terminato le lezioni sabato scorso, e i giorni precedenti non sono stati esenti da compiti a casa (fino all'ultimo giorno) e interrogazioni di recupero (di cui l'ultima, appunto, venerdì).
Sabato, alla fine delle lezioni, unico momento di relax: per la prima volta i ragazzini si sono recati in pizzeria da soli, senza accompagnamento adulto, mentre noi genitori ci si è trovati nel giardino di mamma e papà del Giac per una spaghettata in compagnia. Un bel momento per noi e per loro (gli undic/dodicenni), che ci hanno raggiunti a fine pizza e hanno giocato insieme liberi tra cortili e campi circostanti fino a tardo pomeriggio. Foto di rito, auguri di buone vacanze come da protocollo, promesse di far incontrare i ragassuoli durante l'estate per giocare insieme (rito che non porta mai a nessuna realizzazione, perchè poi ognuno se ne va per i fatti suoi fino a settembre), sorrisi e baci, ciao ciao.
E poi l'attesa dell'esposizione dei quadri.
Quei due giorni che sembravano non passare mai. Perchè c'è poco da fare, anche per il migliore della classe (che non è il Power) rimane il punto di domanda, nessuno arriva a fine anno senza quel poco di tensione che ti fa annodare lo stomaco fino al giorno in cui non vedi scritto nero su bianco che si, è andato tutto bene, non te lo sei sognato.
La notizia è arrivata lunedì sera: il Power a settembre andrà in seconda media. Sollievo, fine dei tic nervosi, attesa della pagella (la prossima settimana) e via a goderci le previste due settimane senza nemmeno un accenno di compiti per le vacanze.

L'altra sera, tornando a casa in macchina da non ricordo dove, il Power mi ha fatto notare che non mi ha mai vista così contenta per una promozione, durante il periodo delle elementari. E io gli ho spiegato che il motivo è anche intuibile: alle elementari si va via dritti, alle medie non sempre. E il Power, ve lo assicuro, non è filato dritto tutto l'anno; in pagella almeno un buco in storia è sicuro, un secondo (storia dell'arte) è incerto. Inoltre sempre lunedì siamo venuti a sapere che il Gi, il suo amico-complice-fratello-separato-in-culla-alla-nascita, è stato bocciato, cosa che gli ha sbattuto in faccia la realtà che il ritornello "non sei più alle elementari, alle medie la promozione ce la si guadagna" non era un bluff. E per digerirlo gli ci sono volute buone 24 ore. Fino al giorno dopo, quando si è deciso a prendere il telefono e fare una sorta di personali condoglianze al Gi. Gi che all'apparenza, e con gran sollievo del Power, al momento sembrava dare più importanza a darsi un appuntamento per giocare insieme che altro. "Si può anche morire, non sono morto, sono solo stato bocciato. Quando ci vediamo?", è stata la risposta. Prendi e porta a casa. Sono forti, a questa età.

Durante l'estate io e il Power passiamo insieme moltissimo tempo, come è normale. Martedì mattina abbiamo fatto la spesa insieme, i soliti giri per supermercati che di solito faccio da sola fino a metà giugno due volte a settimana. Stavolta l'ho osservato molto, tra le corsie. Mi sono accorta che cammina con l'andatura da giovane gorilla, con le braccia penzoloni dondolanti, le spalle curve in avanti, i passi scoordinati e la testa ciondoloni di chi si porta appresso un corpo che non gli appartiene. Durante l'ultimo inverno il Power ha mantenuto fermo il peso ma ha preso altezza, perciò ha l'apparenza (quando si muove) di un qualcosa di non molto stabile su sè stesso. Ma è normale. E' l'età. La stessa età che oggi gli ha fatto dire "mamma, non capisco perchè cambio umore così spesso, adesso ho un magone addosso che non mi spiego, dato che ho passato tutto il pomeriggio col Gi e abbiamo riso tutto il tempo. Non sono mica normale!". E io gli ho risposto quello che mi è venuto sul momento, che non sarebbe normale il contrario a dodici anni e mezzo, e che probabilmente anche i suoi compagni sono così anche se non lo dicono, perchè soprattutto tra maschietti certe cose si ha pudore nel dirle, ma io che con le altre mamme (non gli ho detto quali, ovviamente) ci parlo, glielo posso assicurare. E che anch'io mi sentivo così. E anche papà. E che tra qualche tempo gli passerà.
E tra me e me, in silenzio, ho ringraziato perchè ancora mi dice queste cose.

Insomma, adesso che ce l'ho a casa in ferie lo guardo di più, e mi sembra di aver consegnato a scuola un bambino a settembre e mi sia stato restituito un adolescente una settimana fa. Forse è ora che ne prenda proprio atto. E non mi sembra nemmeno strano, solo straordinariamente bello. Che io ogni volta che mi propinano il ritornello "figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi", giuro, rispondo che grazie, ma indietro non tornerei, grazie tante ma a me sta benissimo così; per come sono fatta io ci sto molto meglio adesso, da mamma, che non quando si viveva di capricci interminabili e pantaloni sporchi di fango e di marmellata insieme. Quella volta certe cose non si facevano insieme. Cose come preparare la cena insieme ma anche poi lavare i piatti insieme. O ballare insieme una musica scelta insieme.
(Ho scaricato Spotify, che il Power per farmi ridere chiama FFFFPOTIFAI. Ieri sera ha voluto che lo sintonizzassi sulla musica... anni 50. Si, proprio 50, "per sentire com'è, mamma". E si è scatenato in quello che ha definito "un rock verameeeeeente figo!". Per poi farmi ballare con lui, in grembiule e con i cucchiai in mano - stavamo cucinando pomodori ripieni - questa).

giovedì 2 giugno 2016

Dieci anni di blog

Dieci anni fa, di sera tardi, a Power (allora "Trippa", due anni e mezzo) addormentato, appostata davanti al mio vecchissimo pc-bussolotto aprivo questo blog su Splinder. Lo avevo chiamato "Ma che Mamma!".
Qualche anno dopo lo spostavo qui, su Blogspot, per forza di cose, dopo un brevissimo passaggio obbligato attraverso Iobloggo, e gli cambiavo nome dandogli quello che ha oggi.

Cinque anni fa, per festeggiare la "ricorrenza" (si fa per dire, perchè non sto a spiegarvi per quale perverso gioco della mia mente lo considero un po' qualcosa di vivo) feci un concorsino nato dal caso, con in palio una mamigata a sorpresa, e vinse Silvia (tvb).

Per oggi avevo tante cose in mente da scrivere, ma ho deciso che no, non serve. Non serve a me. Perchè per riassumere quello che penso del mio blog, a distanza di dieci anni, è bastato molto meno di un papiro. Ho preso tutti i miei diari cartacei dal 1986 ad oggi, ho rubato un blocchetto di carta e un pennarello a mio figlio (occhio non vede...), ho scelto una musica che mi piace molto e che si adatta allo scopo, e ho creato questo.
Beccatevelo, anche se vi consiglio di guardarlo direttamente su Youtube   (non so perchè, ma la risoluzione che impone Blogspot nell'incorporazione del video è tremenda, o sono io ad essere imbranata nel gestirlo, che mi pare più verosimile).
Dura meno di un minuto. Anche se vorrebbe trasmettere a voi che leggete un miliardo di pensieri in più.


E voi, dove eravate dieci anni fa?

domenica 29 maggio 2016

Da menopausa farmacologica a menopausa chirurgica.

"Precoce", ha scritto il mio medico sulla cartella. Se non altro mi ha dato della "giovane" :-)

Piccola estemporanea. Poi torno con un post un po' più decente, giuro.

La scorsa settimana sono stata al controllo post-operatorio. Non ho più dolori, solo tante fitte, soprattutto quando sto in piedi, ma mi è stato detto che è normale, che è presto per dimenticarsene. Mi è stato consegnato il referto della biopsia, l'ambaradan asportato conteneva alcune schifezzuole non rilevate dalle ecografie e dalla isteroscopia (un fibroma grande "solo" due centimetri per tre all'imboccatura di una tuba, mica niente... e altre cose, ma tutto negativo. L'endometrio era già stato analizzato ed è stato il suo referto a portarmi in sala operatoria, quindi quella parte di faccenda già la sapevo). Sono stata visitata come da prassi, la sutura interna è stata trovata non ancora ben chiusa, di conseguenza la convalescenza è protratta per ulteriori 40 giorni (seeeeeee... e io obbedisco, come no...).
MA. Ho avuto il via libera per ricominciare a guidare il minimo indispensabile, e SOPRATUTTO per rimontare in sella per fare al massimo qualche centinaio di metri.
E io non me lo sono fatto ripetere due volte. Il giorno dopo ero già a cavallo.
Mi mancava da morire. Non c'è bella stagione senza di lei.

Oncologo e ginecologo mi avevano tranquillizzato riguardo al fatto che, secondo loro, con la menopausa chirurgica non avrei avuto nè più nè meno che gli stessi sintomi della menopausa farmacologica. Ergo, teoricamente nella mia vita quotidiana non sarebbe cambiato niente.

Sarà un fattore psicologico, sarà fisiologico, non lo so, forse un mix di ambedue le cose. Ma ad oggi (un mese e mezzo dall'intervento) posso appuntarmi INVECE che, a differenza di prima:

-le vampate sono notevolmente aumentate non in intensità ma in numero. Ma proprio tanto.

- gli sbalzi di umore sono diventati una cosa talmente eclatante e drastica che viaggio col pacchetto di fazzoletti in tasca. Tipo che ora rido come una deficiente, tra tre minuti sono in lacrime. Ma piango sul serio, mica due lacrime e via. Mi faccio perfino paura.
Per raccontarne solo una tra le tante... L'altro giorno stavo stirando in pace paciorum davanti alla tele, di sopra il Power e il suo socio a delinquere il Gi stavano costruendo una nave in cartone, nastrocarta, stoffa per le vele e spago, senza fare la solita cagnara (infatti una volta terminato il lavoro il Power se ne è uscito con un "oh, Gi, è la prima volta che ci divertiamo senza fare danni, un progresso!", ma è un altro discorso). Una situazione gradevole, tutto sommato. Dal vialetto arriva una vocina di bimba in pianto. Mollo il ferro ed esco: era la Lì, la figlia quattrenne biondina di uno dei vicini, caduta dalla bicicletta. Non vedendo la madre mi avvicino, prendo la bambina in braccio e cerco di consolarla, le do un bacino sulla manina ("mi fa tanto maleeeeee") e mi avvio a portarla a casa sua, venti metri più in là. Riconsegnata alla mamma (che era rientrata in casa per due secondi, i soliti "due secondi" in cui ti giri e i bambini ti combinano quello che non ti combinano il resto del tempo in cui li hai sotto gli occhi) sono tornata a casa in lacrime. Motivo? E non lo so mica. Anzi si, forse lo so. Ma non mi va di raccontarlo.

-Mi sono sorpresa ieri ed oggi a riempire di aglio in polvere (mica fresco, no, in polvere, bello concentrato) una terrina di insalata condita con yogurt, aglio appunto, e sale, e a non sentirne assolutamente il sapore, e allora giù, e giù ancora aglio e semi di girasole, anche questi totalmente insapori alle mie papille gustative. Stessa cosa con un pane ai semi di lino fatto ieri, che io sostengo essere insipido da paura e i miei famigliari hanno trovato eccellente. Le cose sono due: o i condimenti erano scaduti (ma ho controllato, e no, anzi, scadenze belle lontane), o sto diventando come mia nonna novantenne  e mia suocera settantaseienne, che una volta entrate in menopausa hanno iniziato a condire gli alimenti con container di sale (che io insisto, comunque, a sostituire diligentemente con altro) affermando candide ciò nonostante che "ah, è lamia (o dessavìa, a seconda del dialetto) sta roba". Mi preoccupa sta cosa.

-Ma ancora di più mi preoccupa il fatto che inizio a convincermi che assieme ad utero ed ovaie mi abbiano asportato anche i freni della lingua. Perchè mi sto rendendo conto che non mi trattengo più: quello che devo dire dico, poi magari pentendomene perchè ho scatenato qualche discreto p***aio (e farmi odiare non mi piace), ma pare che il mio buonsenso (se mai ne ho avuto qualche pillola) e la mia tolleranza siano volati via come le rondini ad ottobre (vanno via ad ottobre, vero? Prima che faccia l'ennesima figuraccia). Non trattengo più nulla. E siccome sta cosa mi sta creando non poche difficoltà, ho iniziato ad anteporre (o almeno a provarci) alle risposte violente (quando si presenta l'occasione per sciorinarne una) un rigido silenzio, che alle volte non so se sia peggio questo o quelle. Non ricordo più come si scende a compromessi, dove sta la diplomazia, e nemmeno la forza di dire alle persone quello che vogliono sentirsi dire per quieto vivere. Il brutto è che questa cosa non riesco proprio a controllarla, con tutta la mia buona volontà.

Forse sto davvero diventando vecchia.




domenica 8 maggio 2016

Ma io mamma...

Oggi è la festa della mamma, e nonostante mio figlio la pensi diversamente, io non mi sento proprio una mamma da festeggiare. Sarà perchè oggi ho inferto a mio figlio una delusione a causa di una mia debolezza, ma mi brucia il cuore, e visto che in televisione e sul web e perfino sui volantini pubblicitari dei supermercati da giorni non si fa altro che rimarcare quanto sia bello essere mamma, e quanto le mamme siano belle e buone e perfette e un milione di altre supercose, io non faccio altro da quando sono in piedi che ricordarmi tutti i motivi per cui io mi sento tutto fuorchè la madre che avrei voluto essere, e tutti i motivi per cui se da grande mio figlio dovesse detestarmi ne avrebbe tutte le ragioni.

venerdì 29 aprile 2016

Alla fine della fiera

E insomma, sono ancora qui. Passano i giorni, il dolore è andato via via scemando come da protocollo, ho ricominciato a mangiare quasi normalmente. Sono ancora a riposo come da ordini superiori, e me lo prendo tutto, anche se un po' a fatica. Nel senso che "lasciar fare" spesso è più difficile di "fare", perchè la mia casa è il mio luogo di lavoro, di cui sono estremamente gelosa e rigorosamente padrona, dove sono abituata a gestire tempi e incombenze in modo perfettamente (secondo le mie aspettative e le mie capacità) efficiente ed efficace. Chiaramente mio marito (che ha preso due settimane di licenza appositamente per questo) ha tempi e modi suoi, e organizzazione quasi zero per carattere (e per genere, si sa, loro più di una cosa alla volta non riescono a fare), perciò a volte per non farmi ingrossare la bile devo chiudermi in camera e fingere di non sentire nè vedere. Ma va anche bene così, l'intolleranza è un problema mio, e in fin dei conti sono anche fortunata ad avere chi si prende cura di quello che lascio indietro. E di me.

Comunque, me la sto un po' anche godendo, siamo sinceri. Mi sento perfettamente in forze, mi tradisce solo l'addome perchè dopo una manciata di minuti passati in piedi o dopo anche aver solo rifatto il letto mi prendono fitte e crampi, in fin dei conti sono passate solo due settimane, perciò devo tornarmene buona buonina a cuccia. E a cuccia faccio ugualmente tante cose, volano aghi e fili, e le dita sullo smarfono, e la biro sul diario. Leggo poco, ecco, questo si, leggere non mi attira, perchè come inizio a leggere qualsiasi cosa la mente vaga per conto suo, tira fuori idee, e ciao libro.  Ho usato il mio tempo (finalmente!) per sistemare il mio vecchio pc, per riordinare un paio di cassetti, per tante chiacchiere al telefono, cose che in giorni "normali" non trovo mai il tempo di fare, tempo che questi giorni di riposo forzato invece mi regalano. Certo, era meglio un periodo di ferie per farle, senza farsi tagliare la panza, ma bisogna fare di necessità virtù.

Qualche giorno fa sono stata dal medico a portare un po' di esami, perchè nel frattempo sono stata anche a visita oncologica giovedì scorso (annunciazione annunciazione, sono ufficialmente finiti i controlli di gennaio eh... ). Ha dovuto togliermi i punti, uno stava addirittura facendo infezione. E' la seconda volta che mi capita: in ospedale dicono che non vanno tolti perchè cadranno da sè, poi passano i giorni, le zone si arrossano, esce del siero e devo correre a farmi spuntare le suture dal medico. E la sutura infettata fa male quando viene toccata, e va medicata per giorni. Ma si può?

Il morale... il morale va bene. Dopo lo sfogo di dieci giorni fa, sono stata meglio. Non ho più pensato al "pezzo" che non c'è più, alcuni discorsi ancora non riesco a starli ad ascoltare, un po' sulle mie sono ancora, più che sulle mie sto sulle difensive. Forse è normale, forse no, non lo so.
Un paio di giorni fa è successa una cosa un po' particolare. Durante la notte ho fatto un sogno, di quei sogni che quando ti svegli non riesci a toglierti dalla testa per ore: percorrevo un sentiero dietro casa, attraversando un boschetto, per andare a trovare una persona. Lungo il sentiero perdevo tanti piccoli oggetti dalle mani e dalle tasche: mollette, ciondoli, perle, cose del genere. Di tanto in tanto mi fermavo, mi giravo per raccoglierli, ma non mi stavano tutti in mano, perciò una parte rimanevano lì a bordo strada, ma la cosa non mi dispiaceva. Mi sono svegliata, erano le tre di notte, e non sono più riuscita a riprender sonno.
Durante il giorno, poi, assolutamente senza ragionarci più di tanto, ho preso in mano il mio vecchio pc: non lo accendevo da mesi e mesi, mi ero ripromessa di dargli una sistemata proprio in questo periodo dato che tempo ne avrei avuto in abbondanza. Ho iniziato a pulire: in una mattinata ho buttato migliaia di files inutili, da foto e immagini già passate su DVD tempo fa ad appunti vecchi e perfettamente inutili, di quelli che "prima o poi capita l'occasione di usarlo" e poi l'occasione non torna mai. Come le copie delle copie delle foto dei miei gatti e dei fiori del mio giardino nelle estati dal 2004 in poi, centinaia di foto, che occupavano giga per niente. Tenute una cinquantina di foto solo dei gatti e i loro (pochi, prima dei Mayaletti)video, il resto via.
Arrivata alle email, mi sono arenata. Ne avevo più o meno duemila, tra ricevute, inviate e spam mai aperte. La spam l'ho cestinata senza aprirla. E le altre... decine e decine le ho aperte una ad una. Tante. Alcune proprio belle profonde, scritte col cuore, e nel leggerle ho fatto un salto all'indietro nel tempo. E il salto non sempre è stato piacevole. Intanto mi sono sentita un po' a disagio leggendoMI, perchè a stento riuscivo a riconoscere me stessa nel modo in cui scrivevo. Evidentemente devo essere proprio cambiata, ai miei occhi. Non so spiegare come. E' una sensazione imbarazzante.
E poi ho trovato tante mail scambiate con persone con cui al tempo (parlo di quattro o cinque anni fa, anche un po' di più) c'era un rapporto che oggi non c'è più, rapporti finiti a volte per il decorso naturale delle cose (perchè evidentemente non c'era, di fondo, davvero niente), o perchè ci sono state incomprensioni, o noia, o per tutti i più vari motivi per cui un rapporto finisce. Mail che a leggerle o non mi dicono più niente, o mi fanno addirittura male. Non so perchè le avessi tenute, forse perchè le ho sempre assimilate a una cosa che a pensarci non ha nulla a che vedere con la mail, che è la lettera cartacea. E le lettere cartacee (non le cartoline o i biglietti di auguri) io non le butto mai.
Insomma, ho iniziato a cestinare. Così, di istinto, senza pensarci, via. Come se mi stessi lavando via di dosso qualcosa di inutile, via. Come se stessi cercando di selezionare i ricordi, che quelli belli non servono le mail per tenerli vivi dato che li leggo nei visi delle persone che nella mia vita ci sono ancora, e quelli brutti non hanno bisogno di essere rivangati in questo modo perchè non hanno nessuna utilità. Le mail che mi creavano imbarazzo meritano di essere eliminate solo per l'imbarazzo stesso, non ha senso portarsi dentro una sensazione sgradevole vita natural durante se si può farne a meno, no? Le mail davvero importanti le avevo salvate su supporto esterno tempo fa. E le persone con cui ho contatti solo virtualmente non devo tenerle legate nella mia testa con dei dati a pc: ci sono e basta. Via, di getto, senza nessun rimpianto dopo, più leggero il pc (e così più veloce), e stranamente più leggera io.
Ieri, invece è stata la volta dei cassetti del mio comodino: vecchie buste, vecchi biglietti, vecchi appunti, vecchi numeri di telefono, tutto nel bidone della carta. Ho tenuto solo i francobolli per la mia collezione, e alcuni biglietti particolari per il contenuto o il mittente. Decine e decine di pezzi di carta sono volati. Questa cosa mi ha lasciato addosso, al termine, un senso di pace inaspettato.

E accorgermi, dopo un po', che non erano le mail, non erano i biglietti, non erano i segni lasciati dalle persone che volevo eliminare dal mio bagaglio. Era qualcosa di più. Il taglio lo volevo fare con qualcosa di me che non mi appartiene più, che sentivo come un peso, qualcosa di ormai inutile e della taglia sbagliata, che occupava spazio ora disponibile per altro. Difficile da spiegare. Forse ho solo colto l'occasione per ricominciare.

Finito il lavoro mi è tornato in mente il sogno, e mi sono detta "cavolo, non sono proprio brava a tenere le cose nascoste a me stessa".  

Adesso evidentemente ho solo voglia, ma proprio tanta, di andare avanti con quello che c'è. Ho voglia di progetti nuovi. Forse è davvero arrivato il periodo del "taglio", non solo chirurgico. E qualcosa mi inventerò di sicuro. Perchè il tempo dell'avvilizione per l'intervento, pur con tutti i suoi perchè e il suo peso, può anche finire qui.
Che se mi guardo il ventre vedo solo dei segni rossastri con le loro crostine, se leggo le carte dell'ospedale so che non ho più nè utero nè ovaie ("menopausa chirurgica precoce", ha scritto il medico), se ascolto il mio corpo è palese che da qualche giorno le vampate di calore (che già avevo con la menopausa indotta) sono aumentate in maniera spropositata.

Ma se mi guardo attorno, ci penso un attimo, e poi mi guardo allo specchio, forse forse con il corpo di Mamigà ci ho fatto anche pace: concretamente "alla fine della fiera" (per usare una espressione di mio marito) di quello che sono fisicamente non è cambiato assolutamente niente.

lunedì 18 aprile 2016

Come una gatta nera

Lunedì è stato il giorno delle domande, delle (poche) risposte, dell'odore di ospedale, dell'ultima visita completa, della preparazione fisica e della presa di coscienza, della piacevole conoscenza della mia compagna di stanza (una donna di 38 anni, L., che col mio stesso tipo di intervento come approccio andava ad eliminare una ciste ovarica) e degli abbracci a mio figlio, che non ho rivisto fino a venerdì sera.
Martedì è stato il giorno del distacco, dell'affidamento nelle mani altrui, del sonno, del ripetersi di una prassi ormai tristemente famigliare (ho fatto i conti, in sei anni è stata la quinta volta), dei ricordi estremamente confusi.
Mercoledì il giorno del sollievo: è passata, anche questa è fatta. Era il giorno del risveglio, dello stordimento ma anche della preoccupazione che tutto fosse andato secondo prassi, senza intoppi. E' stato il giorno delle flebo, del digiuno, delle cure delle infermiere (sante subito), degli antidolorifici, delle chiacchiere con L., con la leggerezza di chi si è tolto un peso di dosso e all'improvviso vede il mondo più semplice.  E poi l'insonnia, la compagnia di tante persone che si sono fatte vive via WA e per sms, la gratitudine perchè sola non mi hanno lasciata, umanamente, mai.
Giovedì è stato, fisicamente, il giorno più pesante. Il giorno del dolore: intenso, inaspettato, regolare secondo il medico, ma lancinante e persistente. E' stato il giorno dei piedi per terra, dei primi passi, dei primi pasti leggeri, del commiato da L. che è stata dimessa, di due belle visite.
Venerdì, infine, è stato il giorno del crollo. Ho chiesto di uscire con un giorno di anticipo, vista la mia età giovane sono stata accontentata, visitata e debitamente istruita sul comportamento da tenere a casa, dal riposo totale alle iniezioni di eparina (che ormai so farmi ad occhi chiusi), dagli antidolorifici alle medicazioni, e alle precauzioni da usare da qui al controllo post intervento (il 17 maggio, quando mi daranno anche l'esito dell'istologico). Non ne potevo più. La testa ha iniziato a vagare. Mi sono resa conto di quello che ho fatto e, sola, ho pianto tanto. Non di rimorso, ma di paura, di snervo, di stanchezza. E di nsostalgia: di mio figlio, dei miei gattoni, e di casa.

Ho iniziato il periodo della convalescenza. Non ho intenzione di fare l'eroina, il rischio di complicazioni è alto. E siccome voglio andare giù dalla famiglia a maggio, devo trattarmi coi guanti. Il Gatto Alfa ha preso due settimane di licenza, e più o meno nervosamente (perchè si sta occupando, contemporaneamente, di un paio di problemi non da poco che riguardano i suoi genitori) ha preso in mano l'organizzazione della vita domestica. Devo chiudere due occhi, non uno, ma sinceramente è il minore dei miei fastidi.
E' il periodo della protezione di me stessa. Ha ragione chi dice che la malattia è un filtro rispetto ai contatti umani, e io sono anni che filtro, ma situazioni come queste danno uno sblocco più deciso ai rapporti, sia in positivo sia in negativo. Non sto guardando a chi c'è e chi non c'è. Mi pesa di più la differenza tra i vari modi di esserci delle persone. Mi fa pensare il modo in cui ti stanno vicino, dai vari modi di stare in silenzio o di parlare, e mi dispiace dirlo, ma oggi scelgo con chi stare, almeno per un po'.

Tutti mi chiedono come sto, come è andato l'intervento, se ho dolori, se mi riprendo.
Tanti mi chiedono se possono far qualcosa per me in termini logistici, ed è una cosa che apprezzo.
Diversi mi intrattengono con discorsi leggeri, parlando di tutte le cose di cui ho sempre amato parlare, usano un po' del loro tempo per farmi visita e portarmi un giornale o un dolce sapendo che i dolci mi hanno sempre tirato su di morale, mi sfidano a Ruzzle, mi inviano link a video divertenti, e di queste attenzioni sono infinitamente grata, perchè sono le cose che fanno sentire coccolata.
Qualcuno ha approfittato del fatto che stessi male perchè "tu che stai male puoi capirmi", e mi ha riversato addosso il suo sarcasmo meno di 48 ore dopo l'intervento, e a meno di 24 ancora stordita e con la flebo appesa mi scrive "tanto sei distesa, tempo ne hai, ti racconto dell'ennesimo problema che sto affrontando con la mia bambina, posso?". E io, che solitamente sono molto ben disposta ad ascoltare, ho deciso che no, adesso no. Non ce n'è per nessuno. Mi dispiace.

Quasi nessuno, infine, mi chiede come mi sento dentro. Ed è anche umano, perchè ognuno ha i suoi problemi, sempre tanti per stare a badare a quelli degli altri. Accetto quel che viene, e cara grazia che c'è. Ma ad oggi il dolore al ventre (perchè ce n'è ancora, dovrebbe andare avanti ancora per un po' dice il medico, un paio di settimane) è solo una parte del male che c'è. Bisogna passarci per capirlo, e passarci da giovani. E non è una frase fatta, mi si creda. Bisogna passarci mentre un terzo delle mamme dei compagni di tuo figlio sta sfornando bebè, a quarant'anni passati, cosa che ormai è normalissima, e tu se negli ultimi sei sapevi che a proprio volerlo a tutti i costi sarebbe bastato interrompere la cura e affidarsi agli oncologi, da oggi nemmeno più quello, perchè manca il macchinario. Come se avessi quasi sessant'anni, e pensi alla parte di sessantenni che vedi girare per il paese senza un briciolo di femminilità nel volto e nella presenza, e ti chiedi insulsamente e irrazionalmente se adesso che sessualmente gli assomigli gli assomiglierai presto anche in tutto il resto, e ti spaventi all'idea. Ridete pure, ma anche questo è passato per i sentieri dei miei neuroni. Poi ti ricordi che esistono anche delle sessantenni gnocche e più donne di tante ventenni, e tutto si ridimensiona. Perchè forse sta a me scegliere cosa essere, non ai miei ormoni. O almeno lo spero.
Bisogna capire cosa significa essere ricoverati in ginecologia e ringraziare il cielo che in camera con te non ci sono partorienti, e non ci sono nemmeno nelle camere a fianco, perchè il reparto maternità ha chiuso i battenti due settimane fa, e sapere che esserne confortate è una cattiveria immensa dato che è un problema non da poco per chi ne ha bisogno, ma non te ne può, sinceramente e vigliaccamente, importare di meno. Non lo avrei proprio retto. Perchè sta male chi non ha mai potuto averlo, ma chi sa cosa vuol dire averne, averne sempre coltivato il desiderio di averne ancora almeno uno,  e sa di doverci rinunciare per sempre, un po' presto per madre Natura e non per propria scelta, non fa certo i salti di gioia.
Sarò egoista. Sarò antipatica. Ma lo dico fuori dai denti, come viene viene: oggi penso solo a me stessa. Non mi importa una ceppa lessa dei problemi di nessuno. Odiatemi, cancellatemi dalla vostra vita, cambiate opinione su di me e dite in giro che sono falsa e voltafaccia, egoista e opportunista, mi importa quanto mi importa del filo d'erba che mio marito ha sfalciato giovedì scorso e ha portato al centro di raccolta assieme a miliardi di altri fili d'erba. Io oggi non ascolto più.
Tanta gente mi ha detto che sono forte. E io adesso sono stanca di passare per forte. Se passo per forte perchè pubblicamente ci faccio le battute sopra, ci rido, ci scherzo, rispondo che va tutto bene, parlo di cose leggere e schiaffo su FB quasi (quasi) solo foto di gatti, di lavori in corso, di piante e di passeggiate in bicicletta, lo faccio solo perchè non trovo che sia una cosa buona riversare sugli altri tutto il negativo della propria vita ad ogni piè sospinto, come chi ti chiede come stai e non ascolta nemmeno la risposta perchè ha un oceano di cose (sue) da dirti. E non bisogna nemmeno passare tutte le giornate a piangersi addosso h24, 7 giorni su 7 e 365 l'anno, e sciorinarlo sui social o pubblicizzarlo al bar, perchè così i problemi proprio non si risolvono. Si piange un po', e poi si riparte con quello che rimane. Ma questo non lo ritengo essere forte. Lo chiamo "vivere".

Forte è chi non piange mai, credo. Chi non si accartoccia mai su sè stesso. E io adesso sono accartocciata. Anzi, acciambellata, da vera gatta, e gatta nera. Acciambellata mentre mi lecco le zampe, che mi fanno male. E i gatti mentre si leccano non reagiscono a nessuno stimolo, fateci caso. Potete far rumore, chiamarli, stuzzicarli, loro diventano come esseri che transitano in una dimensione parallela, ologrammi: esistono solo per loro stessi. Finchè la toelettatura non è finita, ogni pelo non è stato ripulito e pettinato, e tornano ad essere quelli di prima.

 

sabato 2 aprile 2016

Andiamo

E dunque, ho una data: 12 aprile. Con il ricovero il giorno precedente. Tra meno di dieci giorni.
Ho la lista del necessario da mettere in valigia, pronta da tempo.
Ho la valigia.
Ho il necessario.
La paura non ce l'ho più. E' rimasta la voglia che sta cosa vada avanti, per togliermela di torno. O meglio, oggi la vedo così, poi sai mai che lunedì prossimo arrivo in ospedale e mi ricordo all'improvviso cosa vado a fare, e cambia tutto. Mah.
Ho però la sorpresina: niente laparoscopia. Il medico ha disposto il taglio. Non mi hanno detto il perchè al telefono, lo saprò lunedì prossimo. Ma ormai non fa differenza. La sostanza rimane quella che è.