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venerdì 11 agosto 2017

Paure

Mi è crollata una certezza: io con la malattia non devo proprio averci fatto pace. O non ho proprio fatto pace con la paura.
Faccio una premessa: sono in piena fase di panico, perciò quello che scrivo oggi ha poco di razionale, ed è dettato dal mio unico e solo bisogno di sfogare tensione.

Faccio outing, e mi si dica pure che sono una grandissima incosciente, perchè fondamentalmente mi rassegno a pensare di esserlo davvero. Dopo tutto quello che ho passato sette anni fa, io prima di toccarmi il seno per autoesaminarlo (e so bene come si fa, ormai ho una palestra ben formata) devo avere un momento di coraggio folle, e qui lo dico e qui lo nego, non mi capita poi tanto spesso. Mi sento molto "struzzo", lo ammetto, e non do certo un bell' insegnamento. Ma io non vivo certo per fare la maestra agli altri, io ho i miei limiti e i miei terrori, e uno dei peggiori terrori della mia vita da sette anni a questa parte è il tunnel della paura della recidiva. Non LA recidiva, ma la paura di averne paura. Faccio i miei controlli semestrali come da protocollo, non faccio e non chiedo mezzo esame in più di quelli prescritti dall' oncologo di volta in volta (o ti fidi o non ti fidi, e se non ti fidi che cappero ci vai a fare? Sono pur guarita...), stop. Non ne parlo mai, non ne voglio parlare mai di mia iniziativa se non mi si chiede di farlo (e in quel caso lo faccio senza problemi, comunque, ma solo in quel caso), perchè nella vita "normale" che ho sempre rivoluto lo spazio per una malattia oncologica che oggettivamente non c'è non ce lo voglio far stare. E ok, non pensiamoci più.
Ma mi sto dicendo la verità o mi sto perculando da sola?
Illudiamoci che la mia fifa si mascheri da "tanto ho già dato", che la mia famiglia possa contare sui miei nervi saldi, già peraltro compromessi quotidianamente dagli effetti della menopausa (su cui stendo un velo pietoso). Concentriamoci sul fatto che la mamma ha avuto la sua recidiva dopo sei anni solo per botta di sphyga. Non diamo preoccupazioni più a nessuno, poi. Non sopporto quando i miei cari si preoccupano. Mi sento mortalmente in colpa. No, non è razionale. Ma io in quella cosa tutta code al CUP ed esami e buchi ed accertamenti e visite e attese e ipotesi e passate di scanner e carte che si accumulano e impegnative e referti da ritirare e date da incastrare e spiegazioni da dare e da chiedere e chilometri da fare e biopsie e stomaci chiusi dall'ansia e punti di domanda e ribaltamenti a calzino per ogni pelo incarnito non la voglio più. NON LA VOGLIO PIU'! Non la reggo! Ho dato per me, sto dando per mia madre, basta! Ho altro da fare! E guai al prossimo che mi ricorda che "eh, e per fortuna che ti controllano", si grazie che culo essere guardata a vista dagli oncologi (mica Baubau e Miciomicio) per il resto della vita dai 37 anni in poi, no?

Un mese fa circa, mettendo la solita crema corpo dopo la doccia (ho preso questa abitudine per finire un tubo enorme di crema agli agrumi presa senza tanta convinzione l'anno scorso con la scusa del decluttering selvaggio, e ho scoperto che la combinazione di quel profumo con quello della mia pelle mi piace da impazzire) arrivo al seno e sento il solito gonfiore sotto la cicatrice un po' più grosso del solito. Passo la mano sotto ed è un po' gonfio anche lì. Sul momento ho pensato che magari posso aver dormito messa male, o aver fatto un movimento stupido, poi in questo periodo vai dentro e fuori da certi supermercati dove entri lasciandoti alle spalle il Sahara per trovarti in Groenlandia e prendi certe tirate a nervi e muscoli... e boh, ho lasciato stare.
Dopo una settimana, una domenica sera, in quella che è una delle poche serate di pace sotto al gazebo di questa estate assurdamente torrida e ignobilmente pregna di zanzare, mentre uncinetto placida un modulo identico a decine di altri (sto declutterando... filo numero 12 bianco a pacchi che mi è stato regalato tempo fa) sento calore sul seno operato. Passo la mano. Scotta. Scosto il collo della maglietta, ma è roseo come sempre. Il calore è interno. Vado su, mi stendo, faccio l'autoesame, e scopro che è tutto un grumo duro fin sotto l'ascella. Ed è un po' dolente.
No, ti prego, non ricominciamo la trafila, fai che due pastiglie e via, non voglio, non voglio! 
 
Il mattino dopo vado dal medico, mi visita, mi prescrive due antinfiammatori di cui uno specifico per i linfonodi (per quei pochi che mi sono rimasti), e mi dice di tornare dopo quattro giorni se non fosse cambiato nulla. Dopo quattro giorni uno dei due antinfiammatori mi ha fatto una brutta reazione, mi ha letteralmente steso, così ovviamente l'ho sospeso, e mi sono presentata il lunedì successivo a visita con il seno uguale ad otto giorni prima, si è sfiammata solo la parte ascellare.
Il medico mi rivisita e mi manda a fare una ecografia urgente.
Il giorno dopo faccio l'ecografia, la dottoressa (santa subito) che mi esamina cerca di tranquillizzarmi (dopotutto me lo hanno insegnato gli oncologi anni fa: se fa male al 99 per cento delle probabilità non è cancro, perchè il tumore al seno non è vascolarizzato), ma mi prenota una risonanza magnetica per la settimana successiva. L'eco vede molto poco.
Lunedì scorso ho fatto questa risonanza. Tra l'altro nel Little Hospital, cosa nuova visto che il reparto ha da poco più di un mese il macchinario e quindi il servizio, finalmente. Comodo perchè è vicino, comodo perchè c'è poco da fare, i visi sono sempre gli stessi, sono sempre stata trattata con cortesia, e sono aspetti che aiutano ad affrontare l'esame con un filo di ansia in meno. Comodo perchè il macchinario nuovo di pacca permette di posizionarsi in maniera molto più agevole rispetto a quello con cui ho fatto lo stesso esame nel Big Hospital quasi due anni fa, se pur a pancia in giù.

Ho trascorso cinque giorni in iperattività domestica nonostante la fatica data dalle temperature, per non pensare. Sapevo che l'esame non avrebbe messo fine a niente, che ormai il rovesciamento del calzino è stato avviato, sapevo che non me la sarei asciugata con un'altra fila dal mio medico per farmi dire "sono ghiandole infiammate, passerà" e aver chiuso la pratica così. Ed era quello che più volevo evitare.
Oggi ho ritirato l'esito della risonanza. Nel mio seno sinistro c'è un bel macello, ha l'aspetto di una grossa infiammazione ghiandolare su più ghiandole, non sembra esserci ripresa di malattia, MA mi mandano a visita oncologica alla veloce per precauzione, con tanto di impegnativa con priorità già inserita nella busta assieme al referto e al CD. Sarò vista martedì 22 agosto.
Stia tranquilla ma balliamo ancora.
E non ci sarà nulla di preoccupante. Perchè lo so. Ma questo seno così non deve stare perchè non è normale, e una soluzione va comunque cercata. Altri farmaci, una biopsia, che cappero ne so, vedranno loro. Gli eccessi di scrupolo sono la regola dove vengo curata, una eccezione forse in questo Paese dove il più delle volte si parla solo di lassismo in tal senso, tanto di cappello e tanto di grazie vista comunque la fatica che fanno. Va bene così.

Ma sono sincera. Non la sto prendendo bene. Me ne sono resa conto sul lettino dell'ambulatorio della radiologia, mentre la dottora passava lo scannerino sul seno durante l'ecografia. Sono entrata sorridente ed energica, ma quando la dottora ha detto che non vedeva nulla apparentemente che la facesse pensare ad una recidiva, senza capacitarmene io stessa mi sono ritrovata il viso bagnato. Come, non lo so. E non era sudore. Mentre tornavo a casa, già sapendo di dover attendere la telefonata per la risonanza (mi è stato detto prima di essere congedata), ho pianto. Non per la paura, ma per la mia debolezza. Per la vergogna di non essere l'immagine della perfezione che probabilmente ho sempre preteso da me, e di cui mi sono resa conto solo in questo periodo.
Quando ho assistito alla seconda diagnosi di mia madre, lo scorso gennaio, mentre il chirurgo interrogava lei, l'oncologo mi ha fissato per un momento, e deve essersi accorto che trattenevo il groppo in gola. Mi ha sorriso, ha spostato lo sguardo sul monitor che aveva accanto, e ha detto al chirurgo che stava dall'altra parte della stanza "A Sara si stanno risvegliando vecchi fantasmi, ed è comprensibile". Mi sono scusata.
 

E' vero. E non riesco a farci proprio niente. Ci sono cassetti che più cerchi di tenere chiusi e più il contenuto preme per impedirtelo. L'ho negato con tutte le mie forze quel fantasma, perchè pensare al cancro dopo sette anni l'ho sempre ritenuto una cosa stupida, da persone fragili, e io ho delle responsabilità in famiglia, non posso essere fragile. L'anno scorso le conseguenze delle cure ormonali si sono portate via utero ed ovaie lasciandomi in cambio una menopausa chirurgica che non sto tollerando proprio nel migliore dei modi, ma me ne sono fatta una ragione in qualche mese, e se brontolo o se ho degli scompensi di varie nature (praticamente ogni giorno) non la maledico più, so che devo farci i conti e pace, ma trascinarmi il pensiero del "mio" tumore al seno è una cosa che rifiuto da anni. Non voglio sentirmi come una bomba ad orologeria, perchè molto probabilmente non lo sono proprio, di tumore al seno oggi si può guarire. Non voglio fare la piattola che piange per una cosa ormai lontana, ho una avversione istintiva verso le donne che non sanno parlare d'altro che del loro cancro al seno dopo trent'anni come se tutta la loro vita si fosse fermata lì e dovessero morirne domani, quando ce ne sono ancora troppe che sono nel bel mezzo della bufera delle cure pesanti (e non parlo della terapia ormonale) che avrebbero tutti i santi motivi per cercare spalle su cui appoggiarsi perchè non riescono a guardare più in là del passo successivo a quello che stanno facendo oggi. La scorsa settimana ho dovuto chiamare in oncologia per fissare un appuntamento per mia madre, e indovinate un po'? Ho dovuto cercare il numero di telefono del reparto nella rubrica perchè l'avevo bello che dimenticato. DIMENTICATO. Cioè, pur facendo controlli ancora semestrali, non ho mai, MAI negli ultimi anni  sentito o avuto oggettivamente il bisogno (anche psicologico) di telefonare per qualsiasi cosa, perchè la mia salute l'ho sempre gestita col mio medico di base alla estrema bisogna e con gli specialisti del caso per le altre cose, che per una persona con una vita "normale" è la cosa più "normale". In questi sette anni ho fatto una infinità di cose, ho desiderato crescere, ho fatto progetti, ho costruito, intessuto rapporti, realizzato piccoli desideri, mi sono ripresa la vita. Sto crescendo mio figlio, ed è il pensiero più importante delle mie giornate. Non la malattia, mio figlio.
E adesso sono qui di nuovo in preda all'ansia, senza capire perchè, dato che oggettivamente la cosa più probabile è che tutto si risolva senza conseguenze. E soprattutto a condannarmi per questa debolezza. Eppure mi chiudo in me stessa, nascondo quello che vivo, mi rifiuto di dire a chicchessia  che sto vivendo giorni pesanti. Ho vergogna. Tutti hanno i loro problemi alla fine, e ci sono cose oltretutto che non voglio sentirmi dire, perciò mostro solo la faccia che voglio mostrare e mi proteggo.
No, non va bene. Non va bene che dopo sette anni debba riscoprire certi pensieri. Non va bene perchè mi sembra di non essere mai cresciuta. E in questo momento mi è intollerabile.


venerdì 4 agosto 2017

Lavori

Eccomi.
Non sono evaporata, benchè siano mesi che non aggiorno il blog e la temperatura di questi giorni possa far pensare ad una scomparsa per liquefazione.
Sono qui con i miei pensieri, le mie ansie, i miei mal di stomaco e i miei sbalzi di umore. E tutto il resto. O quasi.

Riassumo brevemente l'ultimo periodo.
Il Power è stato promosso (non c'era da dubitarne, anche se è arrivato al giorno dell'esposizione dei quadri alle porte della scuola con un carico di ansia non indifferente). Uno dei suoi due migliori amici, il Sam, è stato bocciato: l'altro, il famoso Gi di cui qui ho scritto decine di volte, è stato bocciato l'anno scorso. Ergo: siccome la cosa della bocciatura del Sam non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, perchè grazie al cielo in questi anni (a differenza dei nostri) le probabili bocciature vengono fatte ventilare alle famiglie e ai ragazzini alcuni mesi prima di giugno, nelle settimane precedenti la fine della scuola il Power era stato preso da un pensiero che è assurdo se fatto da un adulto, ma nella mente contorta di un adolescente sto imparando che... ci sta. Si era messo in testa che chiunque si fosse  affezionato a lui sarebbe destinato alla bocciatura. Inoltre, come conseguenza diretta, prima o poi toccherà a lui, e se mamma e papà continuano a dirgli "non abbiamo ricevuto lettere nè convocazioni da parte dei prof", mentono per non farlo smettere di lavorare sodo prima del tempo. Non ha nessun senso, se si pensa che basta fare due conti sommando i voti delle verifiche sul libretto e facendo le varie medie per vedere scritto nero su bianco che l'unico buco del semestre è in storia, e non si boccia nessuno per un solo "buco". Ma andateci voi ad esplorare la testolina di un tredic-e-mezzenne che vive nel suo mondo, con l'autostima sotto ai sandali, e per il quale i visionari sono gli adulti alieni che lo circondano.
In ogni modo adesso si sta facendo più serio il pensiero della scuola superiore, e si, faccio outing: il Power punta al liceo scientifico. Ne ha visti due con la scuola (vedi post precedente) e gli sono piaciuti moltissimo, se ne è discusso in casa, ha dato un'occhiata alle materie di studio e gli sono brillati gli occhi, i prof hanno tirato fuori il discorso durante gli ultimi colloqui (lo scorso maggio) e sono concordi nell'affermare che il Power ha una testa da liceo scientifico, anche se gli manca il senso di responsabilità necessario per intraprendere un percorso di studio che prevede tanto impegno su base teorica. In parole povere è ancora molto, molto crudo. Ma si tratta di un ragazzino che non ha ancora quattordici anni, che ha ancora mesi davanti per crescere in tal senso, che può anche darsi che cambi idea come pure no, e che se dovesse sbattere il naso si tamponerà il necessario, perchè non gli faremo mancare nè le garze nè la busta del ghiaccio. Ora tutto è possibile. Però, e qui lo dico sottovoce da mamma che nella vita ha fatto tutt'altro perciò in materia perfettamente ignorante, io quella testolina macchinatrice senza sosta e curiosa come un gatto di poche settimane, con una memoria da computer del fisco e la cui lettura preferita (romanzi fantasy a parte, quelle sono il top del top nella sua biblioteca personale) sono le riviste "Focus" da tempo immemore (si è pappato tutti i numeri arretrati che collezionava mio marito da giovane, conservati dai miei suoceri, e quelli di qualche anno fa che possiede mia madre li ha consumati a forza di sfogliarli a ripetizione)... si, ce lo vedo e mi inorgoglisco. Ma lo tengo per me.

Le prime settimane delle (sue) vacanze l'Omo ha preso licenza, e ci siamo dedicati a due lavori molto... fisici. Il primo, il più pesante: abbiamo ridipinto le camere da letto.
Arancio e giallo per la camera del Power


 (bleah... per me sarebbe una cosa intollerabile aprire gli occhi al mattino e vedermi schiaffata addosso una parete color zucca, ma de gustibus...), azzurro molto intenso quasi blu la nostra

(come era prima). Un lavoro più pesante del preventivato, soprattutto la cameretta, che una volta finito di svuotarla, guardando a tutto quello che siamo riusciti a tirar fuori da quella stanza, non mi capacito di come sia riuscito a starci tanto materiale dentro. Ho colto l'occasione per costringere i miei uomini ad eliminare un po' del loro ciarpame assieme al mio, avendo scoperto quella manna dal cielo che è il metodo Konmarie che mi sta aiutando non solo a fare spazio ed ordine, ma a rivedere anche alcuni parametri della mia vita. Ma è un discorso a parte. Comunque, il Power ha finalmente buttato (BUTTATO) un discreto quantitativo di giocattoli rotti, e si è liberato di giochi di quando era molto piccolo ancora in perfetto stato destinandoli al centro d'ascolto di zona che li ha presi volenteri, mentre uno scatolone di libri cartonati e con le finestrelle ha preso la strada della biblioteca comunale. Mi ha meravigliato la serenità con cui il Power ha affrontato questo distacco, è la prima volta che si libera di qualcosa di suo in questo modo. L'operazione gli ha richiesto un intero pomeriggio, e ho lasciato fare totalmente a lui. L'ho sorpreso solo un momento guardare un vecchio gioco in plastica con gli occhi lucidi, una vecchia locomotiva rossa con i particolari dorati grande come due mani spalancate, l'ho sentito sospirare a fondo, non ho voluto che notasse che lo stavo guardando e mi sono nascosta dietro alla porta socchiusa. E' durata un paio di minuti. Poi ha riposto il vecchio gioco nello scatolo da mandar via, e ha proseguito ricominciando a canticchiare come prima.
Cresce. E devo sforzarmi di lasciarlo fare a modo suo.
Seguitamente al lavoro di pittura (e con quello che è seguito dopo di sistemazione, decluttering, riordino, pulizia, eccetera eccetera) l' Omo ha aperto e pulito la canna fumaria della stufa a legna, con annessi e connessi. Immediatamente dopo è arrivata la prima metà del carico di legna per il prossimo inverno (la seconda è arrivata la scorsa settimana), perciò lui e il Power si sono dedicati allo svuotamento della legnaia e alla sistemazione dell'ambaradan nuovo.

Finito tutto, l'Omo ha ripreso a lavorare, il Power ha iniziato a fare i compiti e a frequentare il centro estivo della parrocchia (che termina proprio oggi), e io proseguo nel konmarizzare casa e vita un po' alla volta mentre mi occupo di loro. E di una mastite che mi sta facendo fare un po' di corse che non avevo messo in preventivo. Ma questo è un altro post.

venerdì 28 aprile 2017

Scegliere

Ci sono persone che fin da bambini avevano le idee chiare su cosa sarebbero volute diventare da grandi, e hanno raggiunto i loro obiettivi. Altre non ce l'hanno fatta e hanno intrapreso strade diverse, o hanno cambiato idea mille volte come fanno di solito i bambini. Ma insomma, alla domanda "da grande cosa vuoi diventare?" una risposta più o meno fantasiosa la davano.
Ecco, il Power no. Mai fatto. Anzi si, c'è stato un periodo da piccolo (parlo dell'età da asilo) in cui diceva "voglio diventare come il mio papà", e si provava spesso il suo cappello e qualche pezzo di uniforme. E' durato poco: per la precisione ha smesso di dirlo quando si è accorto che il suo papà spesso va a lavorare di notte, e (cosa abominevole) vede sangue, gli capita di tirar su cadaveri dal Tiliment o da qualche campo, si infila in case puzzolenti. "Nonono mamma, troppa fatica e troppa puzza". Grazie al cà.
Qualche giorno è durato il "farei volentieri la guida turistica", che detto così in maniera molto leggera, si, pensando a quanto gli piacciono storia e lingue, i viaggi, i libri e parlareparlareparlare, tutto sommato non ce lo vedo così male. Ma è passata presto, per la precisione nel momento in cui la prof di lettere gli ha detto chiaro e tondo che per un mestiere del genere o si dà una regolata nei rapporti umani (e qui caliamo un velo pietoso) o no, non c'è trippa per gatti. E mister "mi spezzo ma non mi piego" ha ripiegato su sè stesso il concetto e l'ha messo in tasca. Almeno per il momento.

Per il resto, sull'argomento, in tredici anni e pochi mesi di vita, buio totale. "Sorvolamento" altissimo. Scansamento triplo carpiato del discorso. "Chi me lo fa fare di pensare al mio futuro, ho altro da fare adesso". Futuro, concetto questo molto astratto, per come me la raccontano i grandi.  Futuro è il voto che mi aspetto nella verifica di storia dell'arte di martedì scorso, che deve essere almeno un otto per compensare alle insufficienze nei disegni, o mi tolgono lo smarfono per una settimana. Futuro è cosa si mangia a cena. Futuro è non vedo l'ora che finisca la scuola, che viva le vacanze estive. Fine. Lasciami giocare una partita a Clash".
E ci sta eh. "Vivi qui e ora", filosofia tanto sbandierata come panacea di tutti i mali, il segreto per vivere felici. I gatti lo fanno sempre e sono felici (i miei, almeno, danno questa impressione), forse il Power ha preso da loro. E va anche bene, mica bisogna vivere l'infanzia anche con l'ansia del domani, altrimenti cosa si è bambini a fare? Basta a noi adulti, l'ansia e la preoccupazione di come invecchiare.

Perchè lo tiro fuori adesso?
Semplicemente perchè è ora. Non è una mia fantasia, no. O meglio, ho avuto il dubbio che lo fosse per un po', perchè noi mamme un po' avanti ci guardiamo sempre, no? E ci preoccupiamo, e ci fantastichiamo, eccetera eccetera. Poi qualcuno arriva da dietro e ti ricorda che "cacchio, è solo un bambino, lascialo in pace, ci si penserà al momento". 

Ma il momento arriva. Il momento di farsi un'idea di che scuola scegliere dopo la terza media. Che siamo ancora in seconda, anche se tra poco più di un mese sarà bella che finita (ma anche meno, togli le feste, i ponti, gli scrutini, i fine settimana... ). Abbiamo iniziato a parlarne nel periodo delle scorse festività natalizie, io e il Gatto Alfa. Qualche amico con i figli in terza media si preparava, finito il giro delle "scuole aperte", a fare la preiscrizione per la scuola superiore, ed è venuto naturale parlarne in casa tra me e lui (rigorosamente tra me e lui, dato che tutti, dai professori ai genitori senior, ci hanno fatto una testa pesa che "aaaaaaa non mettetegli l'ansia addosso che fate peggio". No no, per carità, i tic nervosi gli vengono già per altri motivi, non carichiamo la dose. Però magari smettetela di chiedergli "cosa vuoi fare da grandeeeeee?", allora. Decidetevi).
Ci siamo comprati un libriccino ad hoc (che mica andar di notte, eh).

Lo abbiamo letto e riletto. Un'idea ce la siamo fatta, e ce la siamo tenuta stretta per un po', lasciando "a portata di zampa" il libretto incriminato (che per inciso, è dedicato dichiaratamente ai genitori ma anche ai ragazzini, quindi leggi, Power, non te lo diciamo ma te lo lasciamo intendere, leggi).
La zampa in questione, una sera, ha azzampato. Eravamo soli io e lui.
Per dirla alla Lucia dei Promessi Sposi... "Madre, che d' è?".
D'è che voglio pungerti, figliuolo, su qualcosa che ti riguarda direttamente.
Abbiamo letto insieme, abbiamo parlato per due ore, ho cercato di fare la madre moderna che ascolta, la madre molto zen, la madre che non interviene se non è necessario, la madre che riformula, la madre che cerca di rispondere senza metterci del suo se non è richiesto.
Buio. Buio totale. "Ma secondo te cosa posso diventare?". Eh, tesoro, tante cose. Quello che vuoi, penso. Nella tua incertezza cosmica, nella tua totale assenza di progetti e nei tuoi trilioni di rotelline che girano in quel cervellino macrocosmico, solo tu puoi tirarne fuori qualcosa. Posso dirti la mia idea (che diciamocelo, basta con sta balla che per una mamma va bene tutto purchè sia felice e basta, non è vero gnnnnente, certo che va bene tutto e la felicità e via dicendo, ma le fantasie ce le facciamo eccome, se non altro perchè conosciamo i nostri polli e un minimo delle loro doti le vorremmo vedere esplodere in qualcosa di concreto), ma sarà la mia, e non è detto che debba essere per forza anche la tua. Questo deve essere chiaro.
"Una volta ho letto su un giornale che... ed ecco, mi è venuto in mente che potrei...".
"E' un obiettivo importante, Power. Potresti farcela, penso. La scuola che ti aiuterebbe ad arrivarci è la XXX. Ma devi metterti di impegno e studiare molto, perchè l'attività pratica di quella scuola è pari a quasi zero. Bisogna studiare. Cose che so che ti piacciono molto e che finora ti hanno fatto prendere voti molto buoni, ma c'è da studiare, e tanto. Ma a pensarci bene, secondo me ti piacerebbe. Quando si studia qualcosa che piace, si fa volentieri, no?"
Il discorso è stato abbandonato lì, con la speranza (nostra) che comunque la cosa inziasse a frullare nel cervellino del tredicenne. Che ne so, che si facesse almeno qualche domanda.
Manco per sogno. Ho sospettato sul serio di aver viaggiato io con la mia, di fantasia, un po' troppo in avanti. E va bene, mi sono detta, aspettiamo che lo stimolo arrivi dalla scuola: loro lo sapranno quando è il momento giusto, no? 

Guarda il caso, pochi giorni dopo il discorso di cui sopra l'insegnante di lettere, per una verifica di italiano, ha tirato la prima lenza. Tema a scelta: "Scrivi una lettera ad un immaginario amico di penna straniero annunciandogli la tua imminente visita nel suo Paese", oppure "Scrivi una lettera ai tuoi genitori parlandogli delle tue idee sul tuo futuro". Neanche dirlo, il Power ha scelto il primo tema. E va bene. (No, non va bene, apriamo una lunga e inutile parentesi, perchè quando mi ha detto cosa ha scritto e quanto ha scritto - mister Lingualunga Pennamozza - gli ho risposto da madre molto schietta senza troppa delicatezza che era un tema da 5, mi ha accusato di avergli rovinato la giornata - tsè, ti passa, figghiu, prima o poi ti deve entrare in testa che la manichetta corta non copre una ceppa, e che la prof non fa beneficenza -, e indovinate? La vera giornata rovinata l'ha avuta due settimane dopo quando la prof in questione gli ha vergato un bel 5 sul libretto dopo avergli consegnato la verifica corretta. Corretta? Manco per chissà cosa, ortografia ineccepibile, ma stesura da stitico cronico. "Ma', che hai la sfera magica? Che PRO che sei!!!". No more words about).

Dicevo.
La prossima settimana, sorpresa sorpresa, una prof accompagnerà la sua classe in visita ad un plesso scolastico (più scuole superiori in un unico istituto, che spaziano dai licei a diversi istituti tecnici e professionali) in uno dei due grossi Comuni limitrofi. La settimana successiva si recheranno nell'altro Comune ad una visita analoga.
Oggi la stessa insegnante di lettere ha assegnato come compiti per casa la stesura proprio del tema che il Power non ha scelto alla verifica di cui sopra, formulata in altro modo, ma quella è la sostanza che deve tirar fuori.

Ci deve pensare. Non c'è storia, come si dice dalle mie parti, "o de riffa o de raffa, quea ze". Anche se non vuole. Magari farsi un'idea per poi cambiarla, ma farsela. Guardare sè stesso in prospettiva. Oggi, prima di iniziare a svolgere il compito, ha protestato. Per lui è un pensiero ostico. Ha le sue ragioni per evitare di addentrarsi in questa cosa, forse anche solo il rifiuto di lasciare la culla dei pensieri da bambino che sono comodi comodi. Questo lo sa lui. Ma non si può più prendere tutto il  tempo che si vuole. Bisogna crescere un filino, pensare un po' più in grande.
Giorni fa sono stata a colloquio con il professore di matematica e scienze, e tra le altre cose gli è scivolata la domanda "ha un'idea per le scuole superiori? Anche mezza?". "Prof, lui vorrebbe visitare tutte, ma proprio tutte le scuole superiori nel raggio di cinquanta chilometri e poi vagliare, sto tentando di fargli entrare in testa il concetto che su un angolo giro è il caso di ritagliarsi una fetta perlomeno di che so, trenta gradi, magari andando per esclusione". Io gli ho nominato l'unica mezza idea che gli è venuta durante il colloquio serale seguito alla scoperta del libretto-guida e subito messa da parte, e la risposta è stata "assolutamente no signora, perchè la testa per quella scuola ce l'ha tutta, ha la forma mentis adatta, ma se non cresce un minimo non ce la farà mai. Anzi, se non si responsabilizza un po' qualsiasi scuola non va bene ( ....... ok.....), è profondamente immaturo sa...". Confortante, grazie per la rivelazione.
"E allora tenetemelo indietro un anno, scusi, perchè detta così non mi aiuta di certo. Se serve tempo, diamoglielo". 
"Ah no, con questi voti il Power bocciato? Signora, non scherzi. Dovremmo bocciare tre quarti di classe".
Ok, mettiamo questa conversazione nel cassetto dei dialoghi inutili e ricominciamo da un altro lato quando sarà il caso.

Mi rendo conto che è facile, in questo tipo di situazioni, lasciarsi sfuggire commenti sui ragazzi di oggi e su quanto siano privi di determinazione, di idee, di progetti, di voglia di fare. Su quanto siano diversi da come eravamo noi al loro posto. E vi dirò la verità, questo tipo di discorsi e di luoghi comuni mi stanno irritando molto.
Non li si aiuta, facendo sempre paragoni. Non li si aiuta se ci si ferma a fare paragoni anzichè usare lo stesso tempo per capirli. Non so, sarà perchè adesso che mi trovo a questo punto della mammitudine devo schierarmi dalla parte del sostegno, e non del giudice. Da questa parte la voglia di giudicare ti passa. Da questa parte sento la necessità di comprendere come pormi, di come farmi da parte senza farmi da parte del tutto, la necessità di sapere come accompagnare senza impormi. Non è una cosa semplice nemmeno da spiegare. Cerco di guardare il passo che faccio man mano che si presenta.
Certo, viene naturale ricordare come abbiamo scelto noi "quella volta". Io? Io non ho avuto molta scelta. I criteri di scelta per la scuola superiore, in quegli anni e nel contesto sociale in cui sono cresciuta, e con la situazione famigliare che avevo al tempo (la peggiore della mia vita) sono stati decisamente altri. Alla fine non ho mai svolto la professione per cui ho studiato, e non ho nemmeno studiato per la professione che avrei voluto intraprendere. E' andata così. Io le idee chiare le avevo eccome, ma mi sono state tarpate le ali dalle circostanze, e mi sono reinventata con alti e bassi quello che è venuto dopo, un po' con la volontà, moltissimo col caso. Erano altri anni e c'erano altre esigenze. Avevo un'altra educazione.
Ma mio figlio non è me e non è della mia vita che si parla. Ha una situazione famigliare stabile e serena, basi molto più solide delle mie alla sua età, un carattere completamente diverso dal mio, attitudini diverse, due genitori con mentalità completamente diverse da quelle dei suoi quattro nonni rispetto allo studio, presupposti che se ci penso adesso, magari averli avuti io per poter fare della mia vita quello che volevo! E devo recitarlo come un mantra: mio-figlio-non-è-me. Ed è un sacrosanto diritto il non esserlo, l'avere il vuoto in testa, il cincischiare ancora, magari scegliere una scuola che poi si rivela sbagliata e ripetere un anno o cambiarla perchè ha capito di aver preso una cantonata atomica, che non è scritto poi da nessuna parte che sia sbagliato e non sarà mica la fine del mondo, perchè - e cerco di ripetermelo più spesso che posso - una persona che stimo molto mi ripete spesso "ricordati che le somme si tirano alla fine". 
Dovrò avere molta pazienza, forse più con me che non con mio figlio, perchè alla fine le aspettative sono le mie, non le sue, sono io che vorrei vederlo instradato e determinato (a tredici anni... forse siamo un po' tutti a pretendere un po' tanto da dei tredicenni...). Lui non le ha ancora.
Anzi, si, una ne ha. E molto, molto chiara.

"Mà, non so cosa fare da grande, ma voglio a tutti i costi fare un lavoro che mi faccia pensare con la mia testa, non con quella degli altri". 

Dai Mamigà, sforzati. Fatti da parte il giusto e lascia che la vita, la sua vita, faccia il suo corso. Non è più un bambino, mettitela via. Molla. Lascialo in pace. Magari si fa i suoi bei giri delle scuole con i prof e i compagni di classe e si entusiasma per qualcosa che manco ti immagini, torna a casa con la faccia stravolta, gli occhi illuminati a faro e WOW MAMMA! POTREI....  Oppure no, ma armati di pazienza e aspetta, e vedi, e stai positiva verso di lui, che il futuro può essere fantastico, e lui deve poterci guardare dentro con quegli occhi a faro, a questa età, per poter partire. Non fare come è stato fatto con te trent'anni fa, "no, no, no, potrebbe succederti questo e quest'altro, il disastro sopra il disastro", così tu non hai scelto, e stai ancora a rimuginare sui sogni che ti sono stati tolti, in perfetta buona fede, ma tolti. Il Power te lo ha dimostrato infinite volte, non puoi darlo per scontato. Magari fa come il suo papà, che quando eri incinta tentavi di farlo entusiasmare di questo cosino che cresceva e scalciava intra panza e lui ti diceva che finchè non lo vedeva uscire di lì non riusciva a entrare nella parte del paparino adorante, tu ci soffrivi perchè non la percepivi una cosa che prometteva bene e ti sentivi polla e sola dentro, e alla fine il primo pannolino glie l'ha cambiato lui, e sono diventati Yoghi e Bubu forever. Che i maschi le cose devono averle davanti agli occhi per vederle, non sempre sanno cercarle, anzi quasi mai, e se non le vedono non esistono, come il barattolo dei fusilli che non esiste perchè sta dietro a quello degli spaghetti, e mica sarà tutto sto dramma se la professoressa di lettere gli sposta gli spaghetti per mostrargli i fusilli mentre tu non potevi fare altro che spiegarglielo a parole. Alla fine sono le somme che contano, no? 

Stay tuned. 







sabato 4 marzo 2017

Adole-slag generazione Power

Dopo essere passata dal "LOOOOOOSER" con le dita a "L" sulla fronte per sfottere qualcuno che ha appena detto una scemenza catatonica, al "TI HO SPENTO" (o anche "che spenta") quando si riesce a controbattere qualcuno dimostrandogli di prendersi l'ultima parola senza possibilità di replica, dal "MI SONO SPAUNATO A SCUOLA" a significare "mi sono fiondato a scuola col teletrasporto" (...) al "I GATTI SI RISPAUNANO CONTINUAMENTE" (i gatti hanno nove vite), ieri ne ho imparata un'altra, anzi, un'altro paio.
Ai miei tempi (eh... mi pare di avere ottant'anni quando mi esprimo così... sopprimetemi, sto parlando come mia madre!) si diceva "CHE FIGO" e "CHE SFIGATO" per etichettare qualcuno, oggi sostituiti (mi sono rotolata nell'apprenderlo) da "CHE PRO" e "CHE NABBO".  
Non so se si è capito, ma sto stilando un vocabolario nuovo, che si implementa non solo ogni volta che mio figlio torna a casa con la novità del giorno, ma anche con il contributo di altre adole-madri, come una specie di Wikipedia. Che oh, bisogna rimanere aggiornate se si vuole capire qualcosa quando i polli parlano, e il più delle volte a chiedere traduzioni ai diretti interessati si fa davvero una magra figura, rischiando di essere liquidati nella migliore delle ipotesi con uno sguardo di sufficienza con tanto di roteamento all'indietro degli occhi e mani alzate ("ommioddio, allora avevo ragione, sono PLANATO nel pianeta sbagliato"). E a dispetto delle facce schifate che faceva mia madre, figlia di fine anni quaranta e adolescente nei sessanta, quando sentiva il linguaggio di noi ragazzini degli anni '80 (vi ricordate "che tooooogo" e "i miei sono dei matusa"?), a dispetto dicevo delle sue facce schifate, a me l'adole-slag "generazione Power" piace un sacco. Anzi, un "CUBO".
Vado a CLEANARE il pavimento. Buona giornata, e GACE per l'attenzione.

ROTFLOL...

Di teatrini e di ospiti indesiderati

Domenica scorsa, durante una chiacchierata, mia madre mi ha detto con gli occhi lucidi una frase che mi ha dato molto da pensare in questi giorni:
"Ti ea me vita tia vivi, ti ghe ze e ti vedi tante robe, cussì no devo domandarte quasi gnente parchè ti rivi, ti fa queo che me serve e ti me sparagni de doverme sbassar. Parchè ze diffissie accettar de aver bisogno, sa, aea me età. Cussì invense ze più facile".

Ecco, io auguro a ogni figlia di potersi sentir dire queste parole da sua madre, prima o poi. Perchè a me hanno gonfiato di orgoglio, sapete. Proprio perchè non mi sembra mai di fare abbastanza.

Chiedere non è mai facile per nessuno. Un regalo stesso, è più facile farlo che riceverlo. Chiedere mette in imbarazzo, perchè non si è mai certi della reazione che può arrivare dall'altra parte. Ci mette nella condizione di trovarci dalla parte del bisogno. Richiede di mettere da parte il nostro orgoglio. A volte il chiedere umilia. Anche quando non se ne può letteralmente fare a meno.
Quello che mi ha detto mia madre in quella occasione, ha confermato un pensiero che faccio ormai da qualche tempo. Mia madre non chiede quasi mai, non perchè non abbia bisogno: non chiede per non mettere in difficoltà altre persone. Da quando me ne sono accorta, ho smesso quasi del tutto di dirle una frase che di solito si dice quasi in automatico: "se hai bisogno, chiama". Perchè lei non chiama mai per chiedere, se non se c'è una urgenza per cui non può proprio evitarlo o ha bisogno per spostamenti in auto. Nemmeno in questi giorni, in cui le sue necessità si sono moltiplicate al quadrato: per cambiare le lenzuola, tagliarle le unghie, lavarle la testa, infilarle le calze, stenderle la biancheria, cucinarle un piatto di pasta, e tante altre cose che anche una persona giovane e sana con una mano sola farebbe fatica a fare, tanto più per lei che ha la schiena piegata a novanta senza bastone e un sacco di altri problemi. Ho capito che lei non chiederà mai. Perchè ha il suo (giusto) orgoglio, ammettere a sè stessa di avere bisogno di cure anzichè curare come è naturale per una madre, deve essere difficile. E a me il pensiero che lei si senta così in difficoltà nel dover chiedere aiuto fa stare proprio male, mi dispiace da morire. Non si può chiedere a una persona di quasi settant'anni di cambiare, di adeguarsi a quello che ci aspettiamo da lei, cioè che "se ha bisogno, chieda", se per lei è un passo difficile. O almeno, io la vedo così. Così ho preso le mie iniziative: ogni mattina entro a casa sua e dopo i saluti di rito fingendo di chiacchierare e basta mi guardo attorno, apro il frigorifero (mamma, hai mica un po' di limone/una cipolla/del grana grattugiato/un uovo, che sono senza?), controllo ogni cosa o quasi, la guardo come guardo mio figlio prima che esca di casa la mattina, scanso le sue proteste e faccio quello che devo ma lo faccio il più possibile a modo suo, perchè dopotutto è pur sempre casa sua, e io conosco bene il modo di condurre la casa che ha lei (che non è il mio), come so cosa può mangiare e cosa no. Poi la obbligo ad offrirmi il caffè (che ovviamente mi preparo io ora che ha il gesso), glielo faccio passare come "ricompensa" così si quieta, mi ci affianca i biscotti anche se poi non li mangio quasi mai (ma le fa tanto piacere guardarmi dietro il vaso di latta aperto...) e mi chiede con gli occhi lucidi a che ora passo il giorno successivo.
Questa cosa mi sta stancando molto. Lo dico fuori dai denti. Ma è mia madre, ha bisogno, ed è sola. Fino a quando non le rimuoveranno l'ingessatura non può nemmeno uscire a piedi, perchè appunto a spezzarsi è stato il polso destro, lei col destro tiene il bastone, e senza bastone non esce. E finchè durerà sta cosa del braccio fuori servizio, questo tran tran/sorta di tacito accordo si replica come un teatrino: lei recita la parte della refrattaria, io quella della rompiscatole invadente, calmiamo gli animi col calumet del caffè, le apparenze sono salve (davanti a chi, poi, non si capisce bene... il suo gatto forse), il suo orgoglio intatto, e l'appunto di due cose da farsi per il giorno dopo (che però ufficialmente è una lista di "mah... se puoi... quando puoi... sarebbe da...ma senza fretta... però... vedi tu...) già pronta ma solo da passarsi sottobanco sottovoce con nonchalance (io-non-ti-ho-detto-niente), per non tradire la verità a voce alta. E va bene, va benissimo così. Perchè il risultato è quello che sta all'inizio del post.

Mio marito mi ha detto, un po' di tempo fa, che una cosa è aiutare una persona, e un'altra sostituirsi a lei. Mi sono chiesta tante volte se io non mi stia sostituendo a mia madre, in questi ultimi mesi.
La risposta l'ho avuta un paio di settimane fa circa. L'ho accompagnata alla visita oncologica numero "ics". Prima di entrare in ambulatorio, proprio perchè mi stavo facendo questa specie di esame di coscienza (chiamiamolo così), mi sono imposta di intervenire il meno possibile durante la visita, nel limite di quando il medico si fosse rivolto a me anzichè a lei (come accade diverse volte, perchè la mamma non sempre afferra tutto e non sempre riesce a spiegarsi bene, è anche sorda da un orecchio, per questo mi vuole con sè, al di là del servizio taxi). Tre quarti d'ora di visita e colloquio. Nell'uscire dall'ambulatorio, prima ancora che l'oncologo chiudesse la porta dietro di noi, mi dice sottovoce "senti, adesso mi rispieghi bene tutto", e ghignando "perchè non mi ricordo già più niente e ho capito metà di quello che devo fare!". Mi sono messa a ridere, e a voce alta le ho risposto "tutto quello che vuoi, ma davanti a caffè e brioss a scrocco, o non ti dico una parola!". E ha iniziato a ridere anche lei. Evidentemente il caffè è il testimonial per eccellenza.
Ho iniziato da quel giorno a fare pace con me stessa, in questo senso. C'è un limite sottile tra il sostituirsi alla persona e lo starle a fianco: penso che sia il limite della esigenza reale. E non sempre mi è facile capire quale sia questa esigenza, se non sto un momentino più zitta e non mi metto un momentino più in ascolto. Se parto in quarta e mi paro davanti, rischio di umiliare chi si sente già umile di suo. Però se faccio da secondo paio di orecchi, secondo paio di occhi, da amplificatore vocale, da hard disc di riserva, o da bastone di riserva, allora si, nel caso di mia madre ho guadagnato la sua fiducia. Assolvo al mio compito. Ora ne sono più che certa. Anche quando mi chiedo se non stia facendo l'elefante in una cristalleria cercando di anticipare i suoi bisogni inscenando un teatrino degno di una commedia veneziana (che si conclude sempre a caffè e biscotti, anzi, scatola dei biscotti aperta), che a lei piace perchè, dice, "mi riempi la casa".
Se mi guardo bene dentro (e lei lo sa), il mio intento finale non è  semplicemente quello di risolvere le sue noie domestiche al posto suo finchè è invalidata, ma cercare di evitarle l'imbarazzo di sentirsi un peso più di quanto non si senta un peso già di suo, e gliene darei invece conferma se usassi gesti di riguardo e frasi di compassione, o mattoni di silenzio come "chiama se hai bisogno" con conseguente sparizione dalla scena in attesa di eventuale chiamata come farebbe un estraneo e non la figlia che ha cresciuto e che le moine non le ha fatte mai. Perchè alla fine non è sempre così difficile capire come sapere di cosa ha bisogno una persona a cui vuoi davvero bene (se non è tuo figlio adolescente, perchè lì apriamo una parentesi non quadra, graffa). E spero di riuscirci. Come ci riesce quasi (quasi) sempre mio marito (mio figlio... aurgh... un po', anzi, decisamente meno) quando ad essere il "mezzo fuori servizio" sono io.

-o-o-o-o-o-o-o-o-o-o-o-

Quella di oggi (ieri ormai, scrivendo scrivendo è passata la mezzanotte da che ho iniziato questo post) è stata una mattinata particolarmente difficile.
L'altro ieri, verso metà giornata, ho iniziato ad accusare un dolore molto forte sulla spalla destra. Nel giro di un paio d'ore è passato dal dolore della normale intensità di queste settimane a una cosa da farmi piangere, e farmi mancare la sensibilità di mezza mano. Sono andata dal medico quando mi sono resa conto che l'antidolorifico dopo due ore non faceva ancora effetto, fortunatamente ero al limite dell'orario di ambulatorio ma ancora in tempo per essere visitata: mi si sono infiammati un muscolo e un tendine, probabilmente dopo uno sforzo fatto in mattinata. Ero (e sono, anche se oggi già meno) gonfia e rigida. Ghiaccio, paracetamolo, spalla da tenere più ferma possibile. Bella impresa.
Lunedì scorso la mamma avrebbe dovuto fare la TAC di centratura per la radio. Senonchè il tecnico radioterapista ha voluto rinviare la cosa a dopo la visita ortopedica di controllo, quella di ieri, e le radiografie, sempre di ieri (sto pubblicando di sabato): avendo la mamma una frattura scomposta trattata solo con la manovra di trazione e l'ingessatura (per evitare altro ha detto l'ortopedico il giorno dell'incidente, in vista della radio appunto), se non stesse rinsaldandosi correttamente sarebbe dovuta essere sottoposta ad intervento chirurgico, con conseguente rinvio della radioterapia. Se la radio dovesse essere stata rinviata di oltre 20 settimane dall'intervento, così ci ha spiegato il medico, diverrebbe inutile, e si sarebbe probabilmente dovuto ricorrere ad altro. E qui mi fermo. Capitemi.
Contemporaneamente in mattinata io mi sono sottoposta al controllo oncologico per eccellenza, per noi: mammografia ed ecografia al seno annuali. Appositamente lo stesso giorno, per fare una corsa unica, visto che i tempi lo hanno consentito.
Si può immaginare con che spirito io e la mamma ieri mattina ci siamo recate in ospedale. Ma anche come abbiamo dormito la notte precedente tutte e due.

In sostanza: la frattura della mamma sta risolvendosi regolarmente, perciò lunedì prendo un altro appuntamento per la centratura e si va avanti con la pratica.
Per me c'è invece un piccolo ospite inatteso: un altro nodulo dall'aspetto di un fibroadenoma sul seno opposto rispetto a quello del tumore, un po' più in sotto rispetto a quello che mi tolsero ormai quasi vent'anni fa. La dottoressa che mi ha esaminato dice di essere tranquilla, ma mi rivaluta tra sei mesi.
Certo, non si può e non si deve sempre pensare al peggio, o ci si rovina la vita. E giuro, dal secondo anno di follow-up mi sono imposta di lasciarmi andare al nervosismo non prima dei tre giorni che anticipano i controlli, e con non poca sorpresa ci sono sempre riuscita stupendomi di me stessa, facendo in questi anni anche tantissime cose fantastiche che con la malattia non hanno nulla a che vedere, ma sono state solo vita e basta. Chi mi conosce, lo sa.
Ma per quanto siano anni che cerco di pensare positivo, credo di avere avuto sufficienti prove che in certi momenti avere un po' di strizza non è essere patetici o fare castelli in aria, ma un sacrosanto diritto. E per quanto io sia forte, e non è mancanza di modestia la mia perchè so di esserlo, questo diritto adesso me lo prendo senza dovermi giustificare con nessuno.


martedì 28 febbraio 2017

Il mattoncino anarchico

Una manciata di giorni fa avevo preparato la bozza di un post in cui descrivevo la mia situazione di salute attuale, perchè nelle ultime settimane si è appesantita parecchio dal lato del dolore fisico. In soldoni, la terapia ormonale nuova (nuova si fa per dire, il letrozolo che ha preso il posto del Tam un anno fa) mi sta mettendo indirettamente fisicamente in ginocchio, e sto facendo accertamenti per capire se si può arrivare ad una soluzione che mi aiuti a vivere un po' meglio i quattro anni che ho ancora davanti di cura. Sempre che a caricare così violentemente non sia l'avanzare della malattia reumatica, il che mi mette davanti ad un percorso diverso. Ma non saprò nulla fino a metà marzo, quando avrò gli esiti degli esami in mano.
Non amo molto scrivere questo genere di post, e non so nemmeno perchè avessi preparato una manfrina del genere, ad essere sincera. Non so cosa mi spingesse a buttare lì una serie di dati di cui alla fine interessa solo a me. Di fatto un senso deve averlo avuto quando ho scritto quella pippa, fosse anche solo il volermi sentire per un po' il centro del mio mondo e cercare patpattate virtuali.
Ho scritto la mia bozza, l'ho riletta, ho avuto la sensazione di leggere un post qualsiasi di una blogger qualsiasi che ama sciorinare eternamente le sue magagne pietose, non l'ho sentita mia, non ho trovato un motivo valido per poi pubblicarla, e l'ho lasciata in standby.
E meno male, perchè dopo qualche giorno si è presentato un motivo valido per cancellarla del tutto. Come si dice, ubi maior, minor cessat. O meglio, "minor" lo mettiamo un po' in disparte per occuparci del più urgente "maior".

Giovedì scorso mia madre ha avuto la brillante idea di spezzarsi il polso destro (una frattura scomposta, perchè lei ricama ad ago il merletto col filo così sottile che Spiderman spostati, perciò le cose è abituata a farle proprio di fino-fino) , semplicemente cadendo a metà vialetto. Mattoncino non perfettamente allineato agli altri + bastone con donna ricurva al seguito (non il contrario) + osteoporosi = Mamigà pulisci di nuovo sangue, calma una madre con le convulsioni nervose, asciuga di nuovo lacrime di spavento, fatti aiutare a tirarla su e a sederla in auto, raccogli alla svelta il necessario, fai le capriole triplo carpiate per risolvere al volo il problema Power-at-school-and-then?-, ingoia la pasticca numero "ics" per impedire alle cervicali infiammate da tre giorni di farti svenire per strada, togli le ciabatte e metti le prime scarpe che capitano e fiondati al pronto soccorso. In quattro ore l'hanno visitata in PS, medicata (si è fatta un bucozzo sul mento assaggiando il mattoncino anarchico insurrezionalista... ma quanto cappero di sangue può uscire da un foro così piccolo su un punto del viso così insulso io proprio non me lo immaginavo :-O ), fotografata in radiologia, rivisitata in ortopedia, messa in trazione, ingessata, ri-fotografata in radiologia e rivisitata in ortopedia prima di dimetterla.
Prognosi: gesso per 35 giorni, controllo questo venerdì con radiografie e visita ortopedica per assicurarsi che la trazione sia stata sufficiente per avviare una guarigione corretta di ulna e radio. Se non lo è... sala operatoria.

Ora ha il braccio destro inservibile, con tutto ciò che ne consegue. Per lei. E per me che me ne occupo. Che in tutto questo, dal giorno in cui ha ricevuto la seconda diagnosi di cancro ed è stata operata al secondo intervento dopo meno di un mese (su cui non mi soffermo, perchè non tutto si può dire) fino a questa ennesima bastonata (più morale che fisica, perchè provate a mettervi nei suoi panni), ringrazio il cielo ogni giorno che:
  • -abitiamo a meno di 300 metri una dall'altra e posso occuparmene senza dovermi trasferire in pianta stabile, tranne quando le si alza la febbre (perchè io scusate, ma una donna di una certa età, che con un giramento di testa se mi cade sul pavimento rischia di spezzarsi un osso - come è successo anche prima di questo turno in sala gessi - quando ha la febbre col cavolo che la lascio da sola).
  • -non lavoro fuori casa
  • -non ho paura di niente tranne che delle bestie che strisciano e non mi fa schifo niente tranne gli animali morti sui cigli delle strade
  • -mio figlio è sufficientemente grande da adattarsi alle situazioni senza farne un dramma, anzi, quando può mi viene anche in supporto, per quanto può fare un tredicenne, e mio marito è l' Uomo che è e non un altro.
  • -mia madre con me non ha nessun pudore, nè per farsi curare fisicamente anche per le cose più intime, nè per togliersi la maschera di donna forte che si mette in pubblico e lasciar uscire tutto quello che ha dentro, piangendo.  E ultimamente l'ha fatto tanto. Tantissimo.  E si, io ringrazio anche per questo, perchè l'ho imparato crescendo mio figlio: quando capisci cosa passa nel cuore di una persona, è anche più facile capire di cosa ha bisogno e in che direzione provare a muoverti.

Di quello che mi/ci succede in questi ultimi mesi non parlo quasi con nessuno. Sul social soprattutto, non ne ho mai fatto parola. Non mi va. Non ne ho la forza, non lo ritengo necessario, non voglio.  E soprattutto io e mia madre vogliamo evitare a tutti i costi che queste cose arrivino all'orecchio della nonna, che ha 91 anni e vive in isola a più di 100km da qui, e gli anziani secondo me non vanno caricati di pesi oltre a quelli che già l'età gli dà da portare, quando è possibile. Tanto che in famiglia lo sanno solo una delle sue sorelle e la cugina con cui mi sento quasi tutti i giorni. E tra l' altro le persone che mi leggono qui e sanno chi sia realmente Mamigà e l'hanno vista in viso  le posso contare sulle dita di due mani, e avanza qualche dito. O forse la mano è addirittura una sola. E appunto, non tutto si può dire, non tutto si può esternare, non tutto si può, nel mio caso, anche sbloggare. Per un sacco di motivi. Un po' come fanno tutti, alla fine.

Ho passato la fase dello sconforto, a dicembre.
Ho passato la breve fase della rabbia, anche se ce n'è ancora in abbondanza, ma non di sicuro per le malattie.
E' in corso, da dicembre ormai, la fase attiva. Mio marito la chiama "la fase moglie-macchina da guerra".
Reggo. Rifuggo ciò che non è essenziale, in alcuni momenti mi rannicchio nel mio angolo per respirare e ricaricare le batterie tra i miei colori, i miei attivatori di positivo, i miei auto-regali per l'anima, i miei piccoli "ganci dall'alto". Finchè riesco ad immaginare, a creare, a vedere colori ovunque e a inventare modi sempre nuovi per dar loro forma ed espressione, va tutto bene.

Ma c'è che sono anche tanto, tanto stanca.








lunedì 6 febbraio 2017

Due peli sulle gambe e due brufoli in fronte

E arriva il giorno in cui ti vien voglia di salire sul tetto della scuola con un megafono in mano e urlare "ok, adesso prendete tutte le vostre belle teorie sull'educazione dei figli, tutte le congetture sul lavoro fatto male dai genitori degli altri, i vostri bei link di pedagogia tirati giù da Google, tutta la vostra saccenza... ripiegateli per bene, fateci un pacchettino bello ordinato, legatelo con uno spago rigorosamente in raffia naturale, ed usatelo per accendere le braci per il prossimo barbecue".

Quello che segue è un dialogo a tre. Una sono io. La seconda (in blu) è la mia coscienza. La terza, o il terzo, (in verde) è il giudizio che mi sento addosso. Che se pensavate che esistessero solo le "doppie personalità"... ta-daaaaan! vi sbagliavate, esistono anche le triple. Un lavoro arduo, quello di capire bene da che parte stare. O anche solo di leggere, penso.

Venerdì scorso dovevo portare mia madre a visita chirurgica, per avere l'esito dell'istologico del secondo intervento della seconda turnata (si, non avete fatto male i conti, è stata operata una seconda volta per il terzo tumore... cioè il secondo, che poi ha rivelato il terzo, quindi sotto un'altra volta dieci giorni fa... un bel macello di informazioni e di emozioni, ma se mi gira lo racconto un'altra volta). Avevamo appuntamento poco dopo mezzogiorno. Ero piuttosto tranquilla, perchè il Power avrebbe dovuto finire la scuola verso le tre del pomeriggio, quindi a posto. Alle dieci mi chiama la scuola: "signora, il Power sta poco bene, può venirlo a prendere?". Cappero. E ora che faccio? In pochi minuti chiamo la suocera, mi dà la sua disponibilità, mi cambio al volo (stavo facendo i soliti mestieri di casa leggi "tuta e ciabatte e ciappo in testa"), vado a prendere il Power. Lascio le persiane alzate e la stufa accesa, spengo solo i fornelli su cui avevo quasi finito di cuocere una minestra e chiudo le finestre. Avrei sistemato il resto dopo.
Lo porto dai nonni (15km più su), faccio benzina (riserva!), torno indietro, mi do una pettinata, un filo di mascara, chiudo casa, rimonto in auto, parto. Arriviamo all'appuntamento giuste giuste a filo-filo. Nel frattempo torna a casa il Gatto Alfa dal lavoro e va a riprendersi il pollo. Che aveva solo un po' di mal di pancia.

-Nel pomeriggio si presenta il problema di alcuni appunti di storia da chiedere ai compagni. Alla fine ha fatto solo due ore di scuola su 7, c'è da recuperare. Li chiede sulla chat di classe su whatsapp. Passa un'ora, di sedici partecipanti alla chat non risponde un'anima.
-Maleducati sono. Punto. E' già successo, e ho dato la colpa al fatto che il Power non aveva lo smartphone. Li ha chiesti alla fine dell'ora di atletica pomeridiana in palestra, ci sono due compagne di classe che frequentano, e nessuna delle due ha voluto (VOLUTO) darglieli, nè dargli il numero di telefono. Ho anche portato la questione in classe durante la riunione che si è tenuta pochi giorni dopo, le madri (che si sono identificate anche se non ho assolutamente fatto nomi) si sono scusate. Beh, quel pomeriggio siamo andati io e lui da un compagno la cui mamma è amica mia, glieli ha dati parziali. Il giorno seguente l'insegnante ha rimproverato il Power perchè mancavano compiti, quando lui si è giustificato lei non gli ha creduto, sono andata a colloquio un paio di giorni dopo per parargli il sedere, l'insegnante il giorno seguente ha fatto il predicozzo ai ragazzini perchè i compiti vanno dati. Insomma, ho fatto il mio dovere, no?
-Doveva passarti per la testa che se i figli degli altri snobbano il tuo un motivo ci deve essere. Svegliati.

-Passano un altro paio d'ore. Il Power torna a chiedere gli appunti. Nessuno gli risponde. Controlla la visualizzazione del messaggio, nel giro di pochi minuti lo hanno visualizzato tutti, ma non risponde un'anima.
-Mi monta il nervoso. Ma le altre mamme non controllano il cellulare dei figli come faccio io???
-Tu controlli il suo telefono? Violi la sua privacy. Devono arrangiarsi. Non intrometterti.

-Il mattino dopo viene a casa mia la mamma di un compagno per motivi di lavoro, doveva parlare col Gatto Alfa. Finito il colloquio ovviamente salta fuori il discorso "adolescenti", e lei inizia a lamentarsi delle stesse cose di cui ci lamentiamo un po' tutti: che sono incontrollabili, che sono difficili, che sono inattendibili. Talmente inattendibili che un giorno imprecisato suo figlio le è tornato da scuola dicendo che il mio gli avrebbe detto "c...ino tu e tua madre", e "mio figlio ingigantisce sempre le cose, sono sicura che il vostro queste cose non le dice".
-No, non le dice. Ma verifico. Vuoi mai che mi/ci si debba scusare per qualcosa. Lo sento tutti i giorni fuori dalla scuola, le mamme che si lamentano "ecco, vedi? Hanno litigato, mia figlia per colpa sua ha preso una nota, e sua madre nemmeno scusa è venuta a dirmi!". Mi vergognerei da morire se si parlasse di me.
-Ah no? Non le dice? Ma tu tuo figlio lo segui o fai finta? Coi professori non ci parli mai, ci scommetterei!

-All'uscita della scuola lo blocco prima di entrare nel parcheggio: "Power, hai dato del c...ino al Pi e a sua madre?". "No ma io...". "SI-O-NO???" perentoria. Mi sembrava di essere il giudice di una corte marziale. "A lui. A sua madre no. Giuro!".
Fermo la madre del Pi. Gli impongo di chiedere scusa. Lui si giustifica. Lei, di fretta, mi dice di lasciar perdere, che sono ragazzate, di non starci male.
-Eh no, caRso, sono ragazzate ma io non ho insegnato a mio figlio che le beghe si risolvono insultando le persone. E non voglio che così si pensi. Nè che si faccia.
-Intanto però l'ha fatto. Bella educazione che dai a tuo figlio. Non sei nemmeno in grado di tenerlo d'occhio. I genitori non sono mai dove dovrebbero essere. Chissà cosa sente in casa, sta creatura.

-Andiamo a casa, pranziamo. Il Power mi dice che a scuola nessuno aveva gli appunti di storia che aveva chiesto. Guarda la chat di classe, ancora nessuno li ha passati. Alchè io stizzita gli dico "senti, adesso scrivi un bel messaggio di ringraziamento per la cortesia che ti hanno riservato. Cappero".
Gli risponde il Pi.
"A scuola ci tratti male tutti quanti, ci riempi di parolacce, e adesso vuoi gli appunti? Arrangiati".
Sul momento mi monta il fumo per la maleducazione del Pi, intimo il Power di lasciare la chat (quando scrive nessuno lo calcola, per i compiti nessuno lo aiuta, si lamenta che si comunicano solo scemenze che a lui non interessano e gli blinka il telefono tutto il pomeriggio per niente, che ci sta a fare in chat? Fuori!").
-Ecco. Non dovevo intromettermi. Se già prima aveva difficoltà a relazionarsi, adesso gli ho troncato le gambe. Dovevo farmi i cavoli miei. Gli ho rovinato i rapporti. Al diavolo me e la mia lingua, e i freni che non ho più. Però qualcosa non mi torna. Mi si sta accendendo una lampadina. Petta petta...
-Certi gentitori fanno più danni dei ragazzini stessi. Non si hanno davvero più parole.

-"Power... io ti ho sempre difeso, ma non è che per caso... no, così sai, non è che "per caso" qualche parolaccia ti è uscita fuori? Perchè io e tuo padre in casa non le usiamo, ma hai insultato qualcuno???"
Al Power sembra salire una scalmana. Quelle che salgono a me da quando sono in menopausa, solo che io non divento viola in volto, inizio solo a sudare come un pezzo di formaggio al sole di luglio un secondo per l'altro, e mi dà fastidio all'improvviso anche l'ombra del moscerino che mi passa davanti, e cerco inutilmente di mandarla via con le mani. Ecco, lui ha iniziato a scalmanare come me, ma è diventato anche del colore della brace in un nanosecondo. Nemmeno balbetto durante una scalmana, credo di aver balbettato poche volte in vita mia. Lui ha iniziato anche a balbettare. E lui balbetta, e a me inizia a salire il fumo alle orecchie. Bell'esempio di causa-effetto.
"E, rarissimamente. No, ogni tanto. Beh si, qualche "str...zo" è volato. E mamma, ho litigato anche col mio compagno di banco. Per scherzare mi ha messo un dito sulla testa e ha iniziato a girarlo, ha detto che così mi passano le arrabbiature, io mi sono arrabbiato di più e ho urlato".
-Dove. Dove ho sbagliato. Per essermi sfuggita una cosa enorme, così "non-si-fa" come questa, dove cappero ho messo gli occhi? Sul cestone della sua biancheria sporca, anzichè dove dovevo metterli? Cioè, mio figlio insulta i compagni? Ma quando mai??? Ma dove, DOVE l'ha imparato???
-Tutta - colpa - dei - genitori. Se i figli si comportano male è tutta-colpa-dei-genitori. 

Già. Facile dirlo.
Che mio figlio non sia mai stato un compagnone è assodato. All'asilo e alle elementari le maestre ne hanno sempre fatto un dramma. Come se non ci dovessero essere persone come lui, come se l'essere solitari fosse la piaga più piaga di una carestia di sette anni senza sette anni di abbondanza prima. E noi giù di psicologa, e compra libri che parlano di come si crescono i figli, e iscriviti a forum di mamme, e cerca di saltarne fuori in tutte le maniere. L'ho portato per tre anni al "Tempo per la Famiglia", ha fatto sei mesi in più di scuola materna perchè ha perso l'anno essendo a gennaio e volevo che iniziasse il prima possibile a stare in mezzo ai suoi coetanei, non gli abbiamo fatto perdere un compleanno finchè arrivavano gli inviti, durante le vacanze c'è sempre stato il parco, quando quello del paese era deserto ci si spostava al parco del paese vicino, se pioveva si andava ai giochi per bambini del centro commerciale a 20km da qui, sotto ad una campana di vetro non lo abbiamo mai tenuto. Lo abbiamo iscritto ad una attività sportiva extra scolastica dalla prima elementare più per farlo stare con altri bambini che non per lo sport in sè. E lui niente: ha sempre allontanato tutti. Fino a credere di aver capito, in prima media, che non c'è proprio nulla da cui saltar fuori: io non ho una cerchia di amiche numerosa quanto la curva di uno stadio, mio marito nemmeno. Abbiamo pochi amici come coppia, pochi amici ma fidati singolarmente (io le mie amiche e mio marito i suoi amici), e stiamo bene. Non ci manca niente: se mi sento sola so con chi andare a prendere un caffè, a chi chiedere un consiglio, da chi farmi ascoltare, con chi togliermi due risate, con chi fare qualcosa di bello, da chi farmi ritirare il Power da scuola quando proprio non ne ho la possibilità e non può rientrare da solo. Eravamo così anche a scuola, ma nessuno ci ha mai chiamato "disadattati". Eravamo riservati, fine.  Io avevo Laura e Cinzia, mio marito non so chi avesse ma aveva due amici anche lui, il Power ha il Gi. Gi che ha sempre meno. Perchè, e lo sto intuendo in questo periodo, evidentemente si sta stufando del Power anche lui, dopo tredici anni. Che loro si conoscono da quando io e sua madre frequentavamo il corso preparto, per inciso.
I professori, fin dall'anno scorso, hanno sempre preso il Power per quello che abbiamo sempre pensato che sia, non per "un problema". Una volta soltanto, in occasione di una sua uscita poco felice (anzi, proprio fuori dai canoni della normale convivenza civile, successe durante la terza settimana della prima media... la prima ed ultima piazzata Poweresca alle medie) mi azzardai a chiedere all'insegnante prevalente se fosse il caso di contattare di nuovo la psicologa che lo ha seguito durante il periodo della mia malattia (cappero, le maestre delle elementari mi chiedevano se ce lo portassi ancora ogni volta che metteva piede a scuola infilando il sinistro prima del destro...). La prof, lo ricordo ancora, nella sua altezza (più alta di me... o forse la percepisco io così, vista la personalità) abbassò gli occhiali, mi guardò dritta e mi rispose "psicologa? E perchè? Non ne vedo il motivo. Queste, signora, sono cose che si sistemano a scuola, non fuori. Gliele togliamo noi certe abitudini, è il nostro lavoro". E così è parzialmente stato. Aveva undici anni. E a noi ancora non pare vero che l'ultima pagella riportasse un "nove" in condotta, nonostante tutto.

Lo dico fuori dai denti. Se fossi una compagna di scuola del Power, lo terrei lontana anche io come fanno gli altri. Ho sempre difeso mio figlio su questo aspetto della sua vita perchè pensavo, convinta, che lo tenessero a distanza perchè è particolare, perchè non si adegua, non si conforma alla massa.
Ma maltrattare le persone non è essere riservati e solitari. Insultarle non è solo non contenere le emozioni. Non è essere particolari. Dire parolacce in mezzo alla gente non è non adeguarsi alla massa, tantomeno dire le cose come le si pensa. E' maleducazione.

Sabato pomeriggio, dopo che sono caduta dal pero della madre che scopre che suo figlio adolescente non è più il bambino che conosceva, mentre lui stava in camera sua (a fare i compiti, pensavo. E invece no: alle sette di sera gli ho intimato di stoppare coi compiti e di andare a lavarsi, e lui candido "quali compiti? Non mi hai mica detto di fare i compiti, tu!". Volevo appenderlo al lampadario. Come è bravo a girare la frittata lui, io non arrivo) io ho fatto di tutto: ho cucinato, stirato, fatto un'ora di cyclette, tutto con foga. Tutto sperando di scaricare tensione nervosa senza urlare, che tanto urlare ormai non serve più a nulla se non a farmi stare peggio. Me.  E ho pianto.
Ho pianto perchè al di là delle parolacce che ha detto e del fatto che maltratta i compagni (che comunque sono cose che hanno un peso enorme, e cercherò di affrontarle, anche se non so ancora come, e per ora - per ora, poi si vedrà - intanto è scattata la punizione), mi sto chiedendo chi sia oggi mio figlio.
Io e mio marito (più io che lui, per forza di cose) non siamo mai mancati a riunioni e colloqui con gli insegnanti. Anzi, ne abbiamo fatti più di quelli previsti dal protocollo, proprio per cercare di farci sfuggire il meno possibile. Ma evidentemente non è bastato.
Non solo. Io e mio marito bisticciamo quando capita, come bisticcia qualsiasi coppia (dove "bisticciare" non è "litigare", che sia chiaro). Sfido chiunque a dire che col proprio partner non bisticcia mai, e se lo dichiara o mente, o non bisticcia perchè non comunica. Ne sono più che certa. Siamo sposati da quasi 17 anni. E in 17 anni di bisticci e rappacificazioni, ma anche di qualche (pochissime, ma ci sono state) litigata tosta, non ci siamo mai, MAI insultati. Mai. Non è mai volato uno "stupido" neanche sussurrato. Perchè si, perchè posso anche pensare che non hai capito niente, ma appellarti con un insulto è un disprezzo, e il disprezzo non riallaccia i rapporti, non risolve la questione, anzi, offende e apre il divario ancora di più. E "per favore-grazie-prego" anche per passarsi il sale a tavola, e "scusa-posso-ti serve?", e "buongiorno, ciao, a dopo". Mia suocera ci prende perfino in giro: "Non servono tanti convenevoli tra marito e moglie". Ma noi no, ligi, ferrei.

E allora, santi tutti del cielo, se tutti mi dicono che è con l'esempio che si educa un figlio, perchè cappero mio figlio sta facendo l'esatto contrario di quello che vede in casa? Non lo capisco, mi sto s-cervellando ma proprio non ci arrivo.
Dicono che con i propri figli bisogna parlare. E sono tredici anni che con mio figlio parlo. Lui parla con me più che con suo padre, perchè con lui passo più tempo, e forse la mamma ha più la vocazione del contenitore che non il papà, chissà. Sempre a spiegare, sempre ad approfondire le cose, sempre a rispondere ai suoi interrogativi, sempre ad analizzare gli eventi, si parla durante i pasti, durante i tragitti in auto, la sera, quando capita e quando serve. Dare spiegazioni quando gli si impone qualcosa, spiegazioni quando lo si sgrida, quando lo si punisce. E ascoltare, ascoltare, ascoltare sempre, anche quando quello che dice annoia da morire o riguarda solo le sue fantasie, ma ascoltare. Ore. E sentirmi orgogliosa perchè mio figlio ancora mi fa le sue confidenze, raccoglierle, trattnerle. Onestamente io non ricordo che i miei genitori, pur nella problematica della mia famiglia, mi abbiano mai parlato tanto. Ma adesso dicono che bisogna parlare ai figli, e non mi/ci siamo mai tirati indietro dal farlo. Bello, bellissimo, fantastico, difficile a volte, ma gratificante.
Fino a ieri.
Perchè adesso che ha tredici anni non va più bene: i suoi "si mamma" adesso servono a chiudermi la bocca perchè c'è altro da fare che non stare ad ascoltare, o "si mamma" perchè non ho voglia di intavolare un discorso, o "si mamma" ma quello che state dicendo non mi interessa perchè non è una cosa pheega, o "si mamma" ma tanto voi non capite niente e come va il mondo lo so io, o "si mamma, la solita pippa". "Si mamma", ma tanto quando sono fuori tiro agisco secondo il mio esclusivo giudizio. "No mamma, non ho niente da dire, posso prendere il pc?".
Come si fa a dialogare in questo modo? Non è il caso di dialogare più? Abbiamo dialogato troppo? Se parlare come prima non si riesce più, per capire perchè si comporta così cosa caspita devo fare???

L'ho letto scritto a caratteri cubitali su un link di Facebook, giusto ieri. Il link rimandava ad un articolo di non so che testata giornalistica online, scritto da non so quale luminare di pedagogia adolescenziale piuttosto che da una mamma-blogger che si inventa dispensatrice di consigli educativi dell'ultimo minuto:
MAMMA, SE TUO FIGLIO E' MALEDUCATO E' COLPA TUA.
Bam! Come una pugnalata sullo stomaco, dopo che hai appena scoperto che tu a tuo figlio insegni rosso e appena scompare dalla tua vista fa verde. Così. Perchè fa figo. Perchè ha deciso che lui è grande e capace di giudizio. Perchè a un certo punto ti si sveglia adolescente e ti rabalta tutte le teorie educative che ti sei pappato fino al giorno prima, e che hai cercato di seguire pedissequamente, sentendoti pure in colpa e inadeguata quando ti rendevi conto di aver saltato dei passaggi perchè, da persona umana perfettamente imperfetta, del mantello di Megawoman-maman in vendita alla sanitaria fuori dall'ospedale nel periodo in cui hai partorito, non sei riuscita ad accaparrarti che un modello in saldo, della taglia sbagliata e anche difettato (l'orlo era cucito male, e solo da lì avresti dovuto annusare la fregatura...). Ma non c'era altro. Un minuto prima c'era la ressa, e a te è rimasto quello. Era anche giorno festivo, e non potevi assolutamente andare a casa senza. Prendere o lasciare.

E non si tratta solo di maleducazione. A me tutto sto allontanare gli altri quando non conformi alle sue aspettative o quando non si comportano secondo i suoi dettami, fa paura. Tanta. Come mi spaventa quel suo modo di risolvere il problema con la filosofia del "non posso averlo ma tanto mi faceva pure schifo": "sto bene anche da solo".
No, quel "sto bene anche da solo" a tredici anni è un ripiego bello e buono per non dover fare lo sforzo di cambiare qualche cosa.
No, non stai bene da solo, se ci soffri così tanto perchè il Gi durante le vacanze ti aveva detto che sarebbe venuto a passare una giornata con te, e poi non l'ha fatto.
No, non stai bene da solo, se non vedi l'ora di avere lo smarphone per metterti in chat, e ci stai male perchè più di qualcuno non ti calcola.
E non stai bene da solo anche perchè quando stai assente da scuola hai bisogno che qualcuno i compiti te li passi. E gli altri non sono macchinette, che basta inserire la monetina e ti sputano il prodotto che desideri: sono persone, e se vuoi ricevere cortesia devi prima dare perlomeno cortesia. E figlio mio, imparalo alla svelta. Perchè domani avrai bisogno di un lavoro. Domani ti innamorerai. Domani vorrai costruirti un futuro. E a me questo fare spallucce, guardando al tuo domani, fa una paura che nemmeno immagini. Ne conoscevo una di persona che litigava anche con l'aria che respirava, e disprezzava anche le ombre di chiunque passava. E sta passando una vecchiaia ben triste.

Dicono che bisogna fregarsene dei giudizi altrui.
Provateci. Quando ascoltate i telegiornali, quando leggete i commenti a certi post su Facebook, quando sentite le chiacchiere delle altre donne fuori dalla scuola o in coda al supermercato, ovunque ci sia la possibilità di sparlare dei problemi altrui. Provate a non sentirvi addosso il giudizio quando il giorno prima ne avete dato uno anche voi, e vi mordereste la lingua un miliardo di volte per aver parlato a vanvera usando luoghi comuni per sentirvi migliori di qualcun altro.
Pure io ho sputato sentenze. Lo facciamo tutti. Ho sparato a voce troppo alta (e un sussurro è già troppo alto) "dove cappero sono quei genitori" nel vedere certe situazioni, prima di scoprire che pure io sono perfettamente cieca più e più volte, e non me ne capacito. 
Quando dite ai figli "la mamma ha gli occhi anche dietro la testa e ai lati", assicuratevi che ci credano, e non fate come me che quando mio figlio ha smesso di crederci non me ne sono manco accorta e ho continuato a crederci solo io. E ho scoperto anche che l'equazione "A+B=C" quando i figli oltrepassano una certa soglia di età anagrafica non vale più. Non ce n'è per nessuno. Vale la sfida. Vale la presunzione (loro), l'arroganza (loro), vale l'esatto contrario di tutto. Quando escono di casa, tu non ci sei. E ancora ti viene sussurrato in un orecchio che devi vigilare, e se tuo figlio si comporta male è sempre e comunque colpa tua. Ti guardi dentro come un pulitore di silos. Ti passi centimetro per centimetro.
Io, mi passo dentro centimetro per centimetro. E il più delle volte mi torna indietro solo il mio eco dentro al silos.

Ultimamente non ho voglia di parlare con nessuno. O quasi. Ci sono cose che non voglio sentirmi dire. Tipo "fai così e colà" da chi non ha figli suoi o li ha ancora piccoli (ti aspetto al varco, tesoro), o "eh aspetta, questo è niente, il peggio viene dopo" (grazie al cavolo, sarebbe di aiuto? Ah, volevi che sapessi che tu stai peggio, è di te che vuoi parlare?).
Quelle che mi fanno sentire meglio  sono solo le mamme che hanno i figli grandi. Oh, che sollievo quando ti dicono "tredici anni? Oh... ", e roteando gli occhi all'indietro "sono solo tre più dieci, nient'altro, mettitela via sai... è il periodo peggiore, ma passa. Si sono solo svegliati una mattina, si sono visti due peli sulle gambe e due brufoli in fronte e si credono uomini perchè sono costretti ad usare un deodorante. Ma gli passa. Tu c'entri relativamente". 
Ecco, ditemelo dieci, cento, mille volte, perchè adesso ne ho tanto bisogno. Mi fa sentire tanto normale. Adesso ho l'autostima sotto le scarpe. Adesso ho solo voglia di sbattere una testa contro un muro, che sia la mia o quella di mio figlio, e sapere che in entrami i casi l'operazione non risolverebbe una beneamata fava è alquanto frustrante.

E speriamo che queste ultime abbiano ragione. Perchè alla mia adolescenza sono sopravvissuta. A quella di mio figlio... non lo so.











giovedì 19 gennaio 2017

Pezzetti di diario

Le feste sono belle che andate. E stavolta dico "finalmente". Solitamente sono contenta quando si avvicina il periodo natalizio, e mi dispiace quando volge al termine (sempre con la festina di compleanno del Power, naturalmente). Quest'anno sono state, invece, piuttosto intense, e non nel senso migliore. Le ho lasciate andare volentieri.
L'ambaradan è iniziato con i mercatini. No, non sono andata a visitarne, seppure mi sarebbe piaciuto molto, ma vi ho partecipato con un banco. L'anno scorso ne ho fatto uno con la mamma del Gi, in un paesino poco lontano da qui, con esiti piuttosto deludenti in termini economici. Quest'anno abbiamo bissato e raddoppiato: nel paesino dell'anno scorso, e due settimane dopo nel paese dove viviamo. Non solo: si sono unite a noi altre tre signore (mi fa specie chiamare "ragazze" le mie coetanee...), una delle quali è una delle più care amiche che ho qui. Inizialmente la prospettiva di raddoppiare le uscite e ingrandire il gruppo non mi ha entusiasmato molto, di mio sono molto diffidente verso i cambiamenti, soprattutto quando mi viene imposta la presenza di altre persone in faccende come questa. Ma mi sono dovuta ricredere: alla fine sono state due esperienze divertenti, la compagnia si è rivelata piacevole, e il ritorno economico soddisfacente (sono rientrata, a spanne, delle spese sostenute, e qualcosa in più è arrivato). E soddisfatta sono stata anche dei miei lavori, perchè ho cambiato un po' faccia alla produzione rispetto ad un anno fa, mi sono dedicata negli ultimi mesi al chiacchierino ad ago e ho scoperto che mi dà molto più spazio creativo di quanto pensavo, e cosa più importante, mi rilassa moltissimo.
Nella foto si vede solo un pezzetto piccolissimo, ma il banco occupava ad L due lati del gazebo più la parte antistante a terra, ed era super carico di oggetti e colori. Ognuna di noi ha portato tipologie di oggetti fatti a mano diverse, e la vista dell'insieme era, a mio modo di vedere, originale!


Archiviata la pratica, è andato su il Mamigalbero 2016, tutto bianco, oro e color juta.
Ho la fissa che l'albero di Natale deve essere ogni anno diverso, e ogni anno deve avere una connotazione particolare. Solo l'anno scorso è stato un albero-discarica, nel senso che lo ricoprii di qualsiasi cosa mi fosse capitata a tiro, ma fu per non protrarre eccessivamente la discussione col Power che lo voleva a suo gusto cioè "a scatolone degli addobbi rovesciato sopra". Salvo poi dare il suo contributo per i primi dieci canonici minuti, e sparire. Quest'anno invece si è dato da fare fino alla fine, ha capito la mia idea (suonino i tamburi), l'ha accettata, si è impegnato fino alla fine, e il risultato lo ha inorgoglito più di quanto abbia inorgoglito me. Si, mi è piaciuto proprio. Più di quanto mi sia piaciuto il Presepe, anche quest'anno piccolo e relegato in un angolo, fatto solo per far piacere al Power, perchè io di mio ho un pessimo rapporto col Presepe per motivi che non sto a spiegare. Fosse per me nemmeno lo allestirei. Tanto non va nemmeno guardato, tranne il pomeriggio in cui viene messo su.
Questo è il coperchio di una scatola particolare: l'ho fatto io. Il ricamo è su lino, ma è di secondaria importanza rispetto al contenuto.
Che è questo.
Sono statuine del Presepe. La loro particolarità è che sono molto, molto vecchie: appartenevano ai miei nonni paterni, mi sono state mandate da mio padre diversi anni fa nella loro confezione originale, che altro non era che una scatola di cartone riparata innumerevoli volte, e che mi è giunta letteralmente a pezzi infilata a sua volta in un robusto scatolone di recupero. Sono statuine in coccio dipinte a mano, qualcuna è scheggiata, sarebbero da ripulire bene. Credo che abbiano anche un certo valore, ma non mi sono mai preoccupata di accertarmene. Quando mi arrivarono preparai loro una scatola nuova, questa, e le riposi.
Non le ho mai usate: ufficialmente è perchè con cinque gatti in casa, e al tempo anche un bambino piuttosto piccolo in giro, qualsiasi decorazione natalizia io esponga da quindici anni a questa parte è rigorosamente in materiale infrangibile. Ma il motivo vero è che non riesco ad affrontare la loro presenza ai miei occhi, se pur non desideri separarmene per nessun motivo al mondo. Ci sono cose con cui evidentemente devo ancora fare pace. Intanto se ne stanno lì. Al loro posto in soggiorno continuano a fare la loro messinscena natalizia quelle in plastica, collezionate negli ultimi sedici anni pezzetto per pezzetto.

Comunque.
Il 20 dicembre la mamma è stata operata. Sono stata con lei dalla mattina presto a sera tardi, e il giorno dopo. L'ho assistita, l'ho maneggiata come maneggiavo mio figlio quando era piccolo e faceva il peso morto, le ho fatto le punture di routine per i giorni successivi necessari, come ho fatto altre volte e come farò ancora quando e se servirà. La macchina sta lavorando, c'è un ulteriore piccolo intoppo da risolvere la prossima settimana, ma va avanti. E non mi ci voglio dilungare su questa cosa: il tempo delle cose da digerire è passato, la digestione è avvenuta, e io ho scoperto di essere diventata, in questi ultimi anni, una specie di macchina da guerra: passato il momento difficile di metterla in moto, la faccio viaggiare e basta. Anche se non è per niente semplice, e le cose da vomitare sarebbero tante e grosse. Ma ci tornerò su più avanti.

C'è stato Natale:  la cena e lo scambio dei regali la Vigilia dato che il giorno dopo il Gatto Alfa sarebbe partito prestissimo per andare al lavoro,  il pranzo di Natale in famiglia da mia cognata, la Messa solenne con il coro, gli auguri, le telefonate, le uozzappate dalla mattina alla sera, il paccone/regalo annuale dai parenti lontani che si è incrociato come ogni anno da 16 anni a questa parte con il nostro, la parete laterale del frigorifero ricoperta di biglietti di auguri come ogni anno, i pensierini dalle amiche lontane a strappare tutti i sorrisi possibili, le teglie di biscotti speziati e arancia/cioccolato regalate a chi so apprezzarle (e anche pappate noi), e tutto l'ambaradan come da tradizione.

Ho avuto l'influenza: quattro giorni di febbre alta, raffreddore, dolori ovunque. KO totale. Quella che ti mette a letto e non ti lascia alternative, perchè come metti giù un piede da sola vai giù sul parquet come un pero.

Abbiamo festeggiato capodanno come al solito, in famiglia. Cena cinese da asporto, gli Aristogatti in televisione, il Power e il Gatto Alfa fuori a fare i botti (niente di che, non sono due piromani...) nonostante le mie proteste, io in casa a rassicurare i felini e con la coda dell'occhio fissa fuori dalla finestra, a guardare i fuochi d'artificio che probabilmente partivano dal campo sportivo, circa un chilometro a nord in linea d'aria.

Si è pranzato qui, il primo dell'anno. In famiglia, con la mamma. Ho cucinato io. Non ricordo nemmeno cosa, ad essere sincera, ma so che la cena l'abbiamo risolta con tè caldo e poco altro, perchè eravamo ancora imbottiti :-D
Poi è iniziata la mia settimana, teoricamente, di riposo. In quei giorni ho mollato tutto. Ho fatto solo l'indispensabile: il Gatto Alfa era in ferie, e ci siamo divisi il da farsi per moltiplicare il tempo per stare insieme. Siamo stati fuori a cena due volte, ed è stato come respirare aria buona: una sera in ristorante per il compleanno della suocera, la sera successiva in casa di amici. A parlare di tutto e di niente, fuorchè di problemi.
Il giovedì di quella settimana ho caricato il Power in macchina e ho affrontato l'autostrada da sola  per la seconda volta (la prima è stata un anno fa, una 30ina di km in tutto, già un traguardo per me): sono andata a far visita a una cugina che sta dalle parti di Treviso, e a riabbracciare una zia. Erano mesi che non ci si vedeva, anche se via whatsapp ci si sente ogni giorno. E' stato piacevole. E piacevole, devo dirlo, è stato anche il viaggio: col Power che per farsela passare mi faceva da navigatore all'andata, e al ritorno ogni volta che andavo in sorpasso recitava la parte del cecchino :-D Poche volte io e lui usciamo da soli senza obblighi nè fretta, e man mano che cresce la sua compagnia è sempre più bella. Sono le uscite in cui non si litiga mai, quelle in cui il Power approfitta per aprire l'anima a sua madre. E a me piace essere "mamma" così. Mamma di un figlio grande. Quando non devi minacciare punizioni, mostrare il cucchiaio di legno, firmare note sul libretto o ripetere per la milionesima volta che i calzini non si tuffano da soli nel cestone della biancheria da lavare, ma devi diventare "contenitore" per lui. Il lato difficile e contemporaneamente straordinario della medaglia. E finchè dura, me lo godo.
Il giorno di Epifania, come di consueto, si è festeggiato il compleanno del Power!
Tredici anni. E l'è dura, oh se l'è dura... Si è festeggiato dai nonni, con tutti i nonni, con una merenda. Il Power non vuole più che si parli di "festa di compleanno": si imbarazza. Così l'abbiamo chiamata "merenda". Ci siamo tenuti sottotono, non abbiamo usato le candeline (abominio!!!), e il primo che si è azzardato a intonare le prime due note del "tanti auguri a te" si è visto recapitare un urlo di raccapriccio dal festeggiato, che lo ha fatto trattenere le restanti. E io, madre degenerata e insensibile, davanti a queste sue reazioni mi sono compiaciuta da morire: inutile sperare che rimangano pulcini per tutta la vita, è contro natura, e alla sua età trovo più normale il rifiuto di quello che è stato fino al giorno prima che non il contrario. Non vuole essere trattato da bambino, sebbene abbia lasciato l'infanzia da ben poco (e per certi versi ci sia ancora dentro con tutte e due le scarpe) e a tredici anni eravamo tutti così. Sbaglierò, ma io lo trovo un tantino sano.


Poi è ricominciata la scuola. Anzi, c'è stata una finta. Cucù! Lunedì 9 alle otto meno un quarto porto il Power a scuola, alle dieci mentre mi do da fare col ferro da stiro mi chiama la scuola perchè vada a riprendermelo. Riscaldamento rotto, due giorni di chiusura. E siccome in quei giorni si toccavano i -8 gradi alle sette e mezzo del mattino, dopo 20 giorni di scuola chiusa ci si può immaginare la temperatura che c'era nelle aule (ho varcato il portone della scuola poco dopo, ed è stato come attraversare una tenda di plastica...).

Il resto, quello che è venuto dopo, è normale quotidiano. Con una infinita voglia di tornare a scrivere, e la mancanza di forze per farlo. Con una stanchezza interiore che mi fa perdere non solo il sonno, ma anche le forze, e la voglia di arrabbiarmi o usare energie per qualsiasi cosa o persona non sia strettamente indispensabile.
Ma sono altri pezzetti di diario.