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martedì 15 marzo 2016

Non lo devi dire, perchè...

E insomma, il post precedente l'ho scritto di getto, di rabbia, di sfogo. In questo periodo sono così, letteralmente senza freni, non mi trattengo, quello che sento di dover dire lo dico, incurante (forse sbagliando, forse no) dell'effetto che fa. E' tensione nervosa. Ad inizio anno mi ero proposta di non farmi odiare per almeno 365 giorni. Beh, se non mi faccio odiare in queste settimane, non mi faccio odiare più.
In ogni modo, mi rendo conto di aver lanciato un sasso, quello che mi sono tolta dalla scarpa. Ho sbottato su una cosa che non tutti possono comprendere, ma oggi raccolgo il feedback di Francescabianca e provo a spiegare come è fatto questo sasso. Ci metto i sottotitoli insomma. Ci provo.

Non è difficile capire perchè un malato oncologico raramente accoglie positivamente la frase "è successo anche alla zia della mia vicina di casa, e sta bene".
Provate a pensare ad una vostra paura, di quelle paure che vi condizionano le scelte, vi tengono svegli di notte, vi fanno piangere. Una paura qualsiasi: del parto, di accollarvi un mutuo, di una malattia, del nubifragio che si sta abbattendo su casa vostra, un divorzio, qualsiasi cosa che non potete evitare e che sapete che vi metterà a brevissimo o vi sta mettendo alla prova in maniera pesante. State male, vi si stringe lo stomaco, o al contrario vi si allarga come un pozzo senza fondo, in ogni caso non riuscite a controllarlo. Non sentite che il vostro disagio, e il bisogno di comunicarlo a qualcuno che vi aiuti a sopportarne il peso, per sentirvi meno soli. Prima o poi, per un motivo o per l'altro, chiunque ci è passato.
E qualcuno arriva e vi dice con aria leggera "è successo anche alla cognata del fratello del marito della mia vicina di casa, ed è andato tutto bene".
Che effetto fa?

Allora, io parlo per me, nel senso che quello che sto per dire vale PER ME, perchè capisco che ognuno è fatto a modo suo e reagisce a modo suo.
Quando mi sono ammalata di tumore, ormai sei anni fa, dopo i primi giorni di angoscia, di stordimento, di caos totale su tutti i fronti, ho sentito anch'io il desiderio di comunicare con persone che avessero già fatto il percorso che stavo per intraprendere. Non le ho trovate subito, ma dopo un po' di tempo si, e mi hanno dato coraggio. Mi ha rassicurata il fatto che si, si potesse davvero uscirne vivi, che non erano solo parole al vento per tenermi buona. Ma il discorso di fondo è un altro.
Quando ci si ammala, e ci si ammala seriamente, la paura dell'intervento e/o delle terapie è solo una parte di quello che si affronta. E si sa, prima di noi si è ammalata tanta altra gente, sciocco chi crede di essere l'unico al mondo a doversi curare. L'iter è la maggior parte delle volte standard, ha un inizio e una fine, e quando non ha una fine ha comunque un programma, i medici monitorano e aggiustano via via, ci sono le file nelle sale d'attesa, i farmaci, gli esami, tutto l'ambaradan e lo stress da ambaradan. Imprevisti compresi. Che vivi tu, che vivono un miliardo di altre persone.
Ma non è solo il corpo ad essere in ballo. C'è tutto il resto. E il resto è la parte più grossa. E quando ti ammali (ma anche quando hai un problema grosso, grossissimo da affrontare, che non riguarda la tua salute fisica), dentro di te sei solo. Fondamentalmente solo. Solo nella gestione della paura, solo nel cercare di comprendere quello che ti sta succedendo, solo nel pianificare la tua vita nonostante la malattia, solo nel gestire i tuoi interrogativi, solo quando pensi "e se non dovesse andar bene?", solo quando ti senti sciocco perchè qualcuno ti ha detto che c'è chi sta peggio di te e ti vergogni di esserti lamentato, solo quando pensi che stai pesando sulle persone che ti amano e che ti devono sostenere concretamente e ci stai male perchè non vorresti dar loro questo peso ma non puoi evitarlo. Solo quando ti chiedi "perchè?", solo quando non trovi risposte, e passi ore la notte nella tua metà del letto a fissare in silenzio un soffitto che non vedi.
Quando mi dicono "anche tal persona l'ha fatto, e sta bene" mi vien voglia di rispondere "sicuro? Ma sta bene sul serio? L'hai guardata negli occhi? A te, TE che mi parli è successo e stai bene?".

Un paio di mesi fa ho portato per la prima volta dal dentista mio figlio. Era terrorizzato. Ho cercato in tutti i modi di tranquillizzarlo, commettendo a mia volta un errore grossolano: gli ho detto che dal dentista ci sono stata decine di volte anch'io, e sto bene. I ragazzini non sono stupidi. Il Power non lo è. Mi ha guardato, e con gli occhi pieni di paura mi ha detto "si mamma, ma adesso ci devo andare io!". E primo, anch'io alla sua età vivevo la paura come una paralisi. E anche dopo, in certe situazioni. Secondo, LUI NON E' ME.
C'è che come andare dal dentista non è solo stendersi su una poltrona comoda e farsi ravanare da uno specialista che sa bene quello che fa (e lo pagate per farlo), ma anche simbolicamente è molto altro, così partorire non è far passare una creatura dal vostro ventre all'aria aperta e sentire del dolore fisico, e curare un cancro non è solo fare chemioterapia e andare sotto i ferri. Sapete che prima di voi l'hanno fatto milioni di altre persone. Ma quelle persone non eravate voi.

E c'è un'altra cosa. A volte ho l'impressione che quando dite a una persona una cosa "pesante" che vi riguarda, chi vi sta davanti può reagire in due modi: accoglierla o respingerla.
La frase che comincia con "è successo anche a... e sta bene" sembra respingerla. Come se servisse a liquidare il problema: "tranquillo, sono cose che capitano, si risolve, basta, se l'altra persona ne è uscita ne esci anche tu, che vuoi che sia, parliamo d'altro". Parliamo d'altro? Se ti ho detto una cosa che per me è importante e ci passi sopra come un trattore, che appiana tutto per permettere di camminarci sopra e andare oltre, significa che non hai capito il peso di quello che ti ho detto e non hai capito che ho bisogno di parlarne. Oppure non sei in grado di accoglierlo, perchè magari anche tu hai le tue e sei saturo, o perchè non hai tempo, sei di fretta, non ti interessa una ceppa o hai paura che ti faccia star male. In ogni caso, per me il discorso finisce qui. Posso arrabbiarmi, avvilirmi, nelle migliore delle ipotesi arrivare a prenderla con leggerezza e pentirmi di averti detto quello che ti ho detto perchè ho capito che sei impermeabile, ma la comunicazione (quella vera) si interrompe. E iniziamo a parlare del tempo. Poi magari tu avevi tutte le buone intenzioni di questo mondo nel rivolgerti a me in quel modo, pensavi di essermi utile, ma hai toppato in pieno. Non conosco la persona di cui mi parli e che dici star bene, per me può essere chiunque e nessuno, può esserne uscita allegra come un fringuello o depressa fino ai limiti dell'umano tollerabile e tu non lo sai o non me lo puoi/vuoi dire perchè una volta che l'operazione/la cura ha avuto esito positivo secondo te il problema è risolto e accantonato, quello che mi hai detto non mi è di nessun aiuto. Fine.

Ma allora cosa dire?
L'altra sera ho sentito al telefono una mia zia, una zia che ha tanti di quei problemi fisici che si fatica a crederci quando lei li elenca, finchè non la si guarda bene. Non ho mai avuto tanta confidenza con questa zia fino al momento in cui non mi sono ammalata io. Insomma, l'altra sera tra una chiacchiera e l'altra mi ha detto di aver saputo dalla mamma del mio intervento imminente. So che lo ha fatto anche lei non tanto tempo fa, e lei sa che io so. Non mi ha raccontato del suo. Mi ha chiesto come mi sentissi, e se avessi paura del dopo, "perchè sappiamo che per una donna..., no, tesoro?". Che "tesoro" lei non mi ha mai chiamato nemmeno quando ero una bambina, che io ricordi. Solo allora mi è venuto spontaneo chiederle come si fosse sentita lei al tempo, come fosse andato.
Perchè mi sono sentita raccolta, capita, ho trovato spazio.

Io lo ammetto, anch'io ho fatto errori grossolani con le persone in questo senso, errori di cui mi vergogno, che se tornassi indietro mi cucirei la bocca, e a ripensarci mi sale ancora l'imbarazzo. Nessuno ha un manuale d'uso sulla sensibilità. Ho fatto di quelle figure che a volte mi sono costate l'intero rapporto, proprio da campionato, e da sensi di colpa profondi come pozzi artesiani. Ma cosa ci posso fare? Ormai niente. Forse solo cercare di imparare ad ascoltare prima di, eventualmente (ma non è detto), aprire la bocca.
Che è la cosa più difficile.










domenica 6 marzo 2016

Questo sassolino me lo tolgo

Lo butto fuori, perchè la misura è colma e la tolleranza alla canna del gas. Che almeno se lo faccio qui i danni sono limitati.
Al prossimo che mi dice che "l'ha fatto anche la sorella del cognato di mia zia, quella che ha sposato il pronipote del cugino del bisnonno della madre della mia vicina di casa, e sta bene eh", giuro, conio un insulto da far arrossire l'accademia della Crusca.
Altro che petaloso.

Ci sono momenti in cui mi rendo conto che starmene per i fatti miei, occasionalmente, salva la vita. Quella altrui.