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martedì 9 settembre 2014

Ritardi

Lo abbiamo fatto tutti.
Anche noi, io e mio fratello: si abitava in un condominio con un cortile di pertinenza situato lungo tutto il perimetro dello stabile per la larghezza di quattro-cinque metri al massimo, uno stabile alto quattro piani e sufficientemente lungo da essere suddiviso in due gruppi di otto appartamenti ciascuno, ogni gruppo con il suo ingresso e la sua scala. Si scendeva a giocare, si prometteva di tornare ad una certa ora, e matematicamente a quella certa ora si fingeva di non avere l'orologio al polso: per eludere le chiamate materne si andava a nascondersi sull'unico lato del cortile da cui non potevamo essere visti. "Non avevamo mica sentito che ci chiamavi!", ci si scusava poi. No no... mica... Peggio ancora quando si ebbe, dopo una certa età, il permesso di andare a giocare con i ragazzini dell'isolato successivo, stesso quartiere, duecento metri più in là: lì davvero non si arrivava a sentire l'ululato di richiamo. Ma si sentiva il resto quando si tornava a casa. Immancabilmente. E immancabilmente dopo poco lo si era già dimenticato. Perchè quando si hanno dieci anni, soprattutto durante le vacanze di scuola, c'è molto da fare fuori casa.

Dicevo, lo abbiamo fatto tutti, e mio figlio pare non essere da meno. Quest'anno ha finalmente trovato la sua compagnia di giochi pomeridiani, anche lui un isolato più in là, stesso quartiere, duecento metri di distanza che copre in bicicletta (attaccato a casa non ci sono bambini), e finalmente - evviva - ci si può fidare a lasciarlo andare da solo. E' un gruppo di una decina di bambini e bambine più o meno della sua età, la zona è completamente residenziale e fuori da qualsiasi passaggio di veicoli eccezion fatta per quelli di chi ci vive, dietro casa della nonna, una corta e larga strada chiusa a formare quasi una specie di piazzale, e a ridosso di campi e strade bianche. Ce n'è da fare e da sporcarsi divertendosi un mondo in un posto così...
La regola è una sola: per le sette, a casa. E ligio al dovere, al Power non era mai, ma proprio mai-mai-mai passato per la testa di mancare all'obbligo.
Fino all'altra sera, quando si è finalmente (ahimè, dico io, ma ciò mi dimostra che è un bimbo normale almeno) reso conto che mamma e papà, in quell'angolo all'estrema periferia del paese, mica ci sono. E vuoi che si accorgano se sgarra? Certo che no... E in questo caso, dei genitori all'antica che non lo hanno ancora fornito, a differenza di alcuni suoi amici, di cellulare per il controllo-posizione (ma come cappero si fa a giocare nei fossi, sulle stradine bianche e tra le zolle dei campi arati con un cellulare in tasca, io mi chiedo?), è un bel vantaggio.

Insomma, ha tardato di venti minuti il rientro a casa.

Ed è rientrato solo perchè il padre, dietro mia insistenza, ad un certo punto ha inforcato la bici ed è andato a recuperarlo, non senza dover alzare di parecchio la voce per fargli capire chiaramente che non gli stava dando un consiglio, ma un ordine perentorio. E' tornato a casa paonazzo per la corsa, a testa bassa. E a dargli il colpo di grazia facendogli sporgere il labbro inferiore come quando aveva due anni ed era sull'orlo del pianto catastrofico, ma stavolta con la migliore sferzata di sensi di colpa della storia della famigliola in fondo al vialetto, ci ha pensato quella strega di sua madre, con pochissimi, brevi, ma ben piazzati dardi, spediti al destinatario via sguardo assassino dritto dritto negli occhi.  Il meglio del meglio delle tecniche mortificatorie ripescate dal fondo della mia memoria di figlia.
Colpito e affondato.

Si arriva ad una età, o ad un certo punto della vita, in cui ci si rende conto che senza volerlo si ripetono le stesse gesta e le stesse parole che qualcun altro, trent'anni prima, ha compiuto con noi. Non ci si scappa. Perchè qualcun altro di cui si ha la piena responsabilità si trova a fare le stesse cose che noi, trent'anni prima, si faceva. Alla fine passano le generazioni, ma certe cose non cambiano mai. Ci si deve rassegnare. E brucia un po' dover ammettere che si è passati da quel lato della barricata che fino a pochi anni prima si criticava e a volte anche pesantemente, ma ce la si deve far passare, perchè è vero e in coscienza non se ne può proprio fare a meno.  E in questa piccolezza di un primo, piccolo (mamme più navigate mi diranno la frase scontata "aspetta tra qualche anno quando saranno ore!". Ok, adesso ha dieci anni e sono venti minuti, una cosa alla volta perchè è stato così per tutte) ma meditato ritardo fatto passare per un "non mi sono accorto del tempo che passava" (balla colossale, te ne sei reso conto eccome, ce l'hai stampato in fronte, e tra l'altro non l'hai inventata tu per primo, sappilo), prima ci ho messo dentro tutta l'angoscia di "oddio oddio gli è successo qualcosa" (tralascio i particolari, le mamme hanno una fantasia degna dei migliori colossal cinematografici, ma credo sia anche in parte legittimo), poi ci ho piazzato il mio dovere (che lo ha fatto anche piangere un po', e non me ne pento), infine mi ha fatto ricordare con tenerezza tante cose. In primis che sono stata bambina anch'io, e le mie priorità non erano quelle di mia madre.

Cavolo però, quanto male si sta da "questa parte" quando i minuti sembrano dilatarsi a dismisura. Ho la sensazione che sia solo l'inizio di una progressiva "perdita del controllo totale" di quello che pare, piano piano, si tia trasformando in qualcuno che proprio il mio bambino non è più, ma un ragazzino ancora solo un po' tatone.
Non che mi dispiaccia. Tutt'altro.
Ma mi spiazza.





1 commento:

Patrizia Gabibba ha detto...

davvero, son tutti passaggi che ci toccano come genitori, e il fatto che ci siano passati altri non aiuta,un bacione:)