E' partito felice come una Pasqua, brontolando perchè ho voluto accompagnarlo fino a raggiungere la sua fila (io volevo vedere i bambini di prima! Mi fanno tenerezza i bambini di prima, mi fanno!).
E' tornato musone, furibondo perchè gli hanno cambiato l'insegnante di storia (la sua materia preferita). Motivo della furia? "Questa maestra è severa! L'ho conosciuta gli scorsi anni quando ci dividevano per le classi se non c'era la nostra maestra, lei insegnava alle terze, è perfida! E PENSA! Se non lavori TI SGRIDA E TI METTE UN CINQUE!"
Apperò. Proprio perfida. Ma tu guarda. La denunceremo al ministero dell'istruzione.
E' tornato anche stizzito perchè ha fatto il primo bisticcio a ricreazione.
Contrariamente a quello a cui ci eravamo abituati, a pranzo ha fatto un preciso resoconto della mattinata. Roba che fa pensare che ci sia bisogno di una visita dallo psichiatra. O mi hanno sostituito il figlio.
E' arrivato anche il primo pacco di avvisi, con tanto di comunicazione che anche quest'anno c'è una variazione di orario a causa di una ulteriore riduzione del monte-ore settimanali (grazie Italia, che pretendi adulti formati professionalmente - quelli che ci pagheranno la pensione - e frigni perchè il resto d'Europa sostiene che i nostri ragazzi sono i più ignoranti, ma di fatto nell'istruzione investi sempre meno), e il cambio dei giorni del rientro pomeridiano.
Ah, udite udite: sapete quali ore hanno tolto dal totale? Le ore di tecnologia e informatica. Non commento, diventerei scurrile.
Tutto regolare, insomma. Ad ogni inizio anno la sua sorpresa.
Quanto manca alle vacanze di Natale?
lunedì 15 settembre 2014
mercoledì 10 settembre 2014
Ma la scuola no...
Un momento di sbotto.
Tutte le mamme di FB a postare la loro felicità per il ripartire dell'anno scolastico, tra oggi e lunedì. Tutte belle contente, corredate di faccine con gli occhi a stellina o a cuoricino.
Noi si ricomincia, appunto, lunedì 15. Si va in quinta elementare, per chi avesse perso il conto.
Ma io vi assicuro che se domani mi arriva la lettera del preside che mi comunica che per cause X l'inizio della scuola è rimandato di un mese, lancio il busto che mi fascia da dieci giorni fuori dalla finestra e mi metto a ballare sul tetto.
No, giusto per chiarire la mia posizione in merito, se interessasse a qualcuno.
Tutte le mamme di FB a postare la loro felicità per il ripartire dell'anno scolastico, tra oggi e lunedì. Tutte belle contente, corredate di faccine con gli occhi a stellina o a cuoricino.
Noi si ricomincia, appunto, lunedì 15. Si va in quinta elementare, per chi avesse perso il conto.
Ma io vi assicuro che se domani mi arriva la lettera del preside che mi comunica che per cause X l'inizio della scuola è rimandato di un mese, lancio il busto che mi fascia da dieci giorni fuori dalla finestra e mi metto a ballare sul tetto.
No, giusto per chiarire la mia posizione in merito, se interessasse a qualcuno.
martedì 9 settembre 2014
Ritardi
Lo abbiamo fatto tutti.
Anche noi, io e mio fratello: si abitava in un condominio con un cortile di pertinenza situato lungo tutto il perimetro dello stabile per la larghezza di quattro-cinque metri al massimo, uno stabile alto quattro piani e sufficientemente lungo da essere suddiviso in due gruppi di otto appartamenti ciascuno, ogni gruppo con il suo ingresso e la sua scala. Si scendeva a giocare, si prometteva di tornare ad una certa ora, e matematicamente a quella certa ora si fingeva di non avere l'orologio al polso: per eludere le chiamate materne si andava a nascondersi sull'unico lato del cortile da cui non potevamo essere visti. "Non avevamo mica sentito che ci chiamavi!", ci si scusava poi. No no... mica... Peggio ancora quando si ebbe, dopo una certa età, il permesso di andare a giocare con i ragazzini dell'isolato successivo, stesso quartiere, duecento metri più in là: lì davvero non si arrivava a sentire l'ululato di richiamo. Ma si sentiva il resto quando si tornava a casa. Immancabilmente. E immancabilmente dopo poco lo si era già dimenticato. Perchè quando si hanno dieci anni, soprattutto durante le vacanze di scuola, c'è molto da fare fuori casa.
Dicevo, lo abbiamo fatto tutti, e mio figlio pare non essere da meno. Quest'anno ha finalmente trovato la sua compagnia di giochi pomeridiani, anche lui un isolato più in là, stesso quartiere, duecento metri di distanza che copre in bicicletta (attaccato a casa non ci sono bambini), e finalmente - evviva - ci si può fidare a lasciarlo andare da solo. E' un gruppo di una decina di bambini e bambine più o meno della sua età, la zona è completamente residenziale e fuori da qualsiasi passaggio di veicoli eccezion fatta per quelli di chi ci vive, dietro casa della nonna, una corta e larga strada chiusa a formare quasi una specie di piazzale, e a ridosso di campi e strade bianche. Ce n'è da fare e da sporcarsi divertendosi un mondo in un posto così...
La regola è una sola: per le sette, a casa. E ligio al dovere, al Power non era mai, ma proprio mai-mai-mai passato per la testa di mancare all'obbligo.
Fino all'altra sera, quando si è finalmente (ahimè, dico io, ma ciò mi dimostra che è un bimbo normale almeno) reso conto che mamma e papà, in quell'angolo all'estrema periferia del paese, mica ci sono. E vuoi che si accorgano se sgarra? Certo che no... E in questo caso, dei genitori all'antica che non lo hanno ancora fornito, a differenza di alcuni suoi amici, di cellulare per il controllo-posizione (ma come cappero si fa a giocare nei fossi, sulle stradine bianche e tra le zolle dei campi arati con un cellulare in tasca, io mi chiedo?), è un bel vantaggio.
Insomma, ha tardato di venti minuti il rientro a casa.
Ed è rientrato solo perchè il padre, dietro mia insistenza, ad un certo punto ha inforcato la bici ed è andato a recuperarlo, non senza dover alzare di parecchio la voce per fargli capire chiaramente che non gli stava dando un consiglio, ma un ordine perentorio. E' tornato a casa paonazzo per la corsa, a testa bassa. E a dargli il colpo di grazia facendogli sporgere il labbro inferiore come quando aveva due anni ed era sull'orlo del pianto catastrofico, ma stavolta con la migliore sferzata di sensi di colpa della storia della famigliola in fondo al vialetto, ci ha pensato quella strega di sua madre, con pochissimi, brevi, ma ben piazzati dardi, spediti al destinatario via sguardo assassino dritto dritto negli occhi. Il meglio del meglio delle tecniche mortificatorie ripescate dal fondo della mia memoria di figlia.
Colpito e affondato.
Si arriva ad una età, o ad un certo punto della vita, in cui ci si rende conto che senza volerlo si ripetono le stesse gesta e le stesse parole che qualcun altro, trent'anni prima, ha compiuto con noi. Non ci si scappa. Perchè qualcun altro di cui si ha la piena responsabilità si trova a fare le stesse cose che noi, trent'anni prima, si faceva. Alla fine passano le generazioni, ma certe cose non cambiano mai. Ci si deve rassegnare. E brucia un po' dover ammettere che si è passati da quel lato della barricata che fino a pochi anni prima si criticava e a volte anche pesantemente, ma ce la si deve far passare, perchè è vero e in coscienza non se ne può proprio fare a meno. E in questa piccolezza di un primo, piccolo (mamme più navigate mi diranno la frase scontata "aspetta tra qualche anno quando saranno ore!". Ok, adesso ha dieci anni e sono venti minuti, una cosa alla volta perchè è stato così per tutte) ma meditato ritardo fatto passare per un "non mi sono accorto del tempo che passava" (balla colossale, te ne sei reso conto eccome, ce l'hai stampato in fronte, e tra l'altro non l'hai inventata tu per primo, sappilo), prima ci ho messo dentro tutta l'angoscia di "oddio oddio gli è successo qualcosa" (tralascio i particolari, le mamme hanno una fantasia degna dei migliori colossal cinematografici, ma credo sia anche in parte legittimo), poi ci ho piazzato il mio dovere (che lo ha fatto anche piangere un po', e non me ne pento), infine mi ha fatto ricordare con tenerezza tante cose. In primis che sono stata bambina anch'io, e le mie priorità non erano quelle di mia madre.
Cavolo però, quanto male si sta da "questa parte" quando i minuti sembrano dilatarsi a dismisura. Ho la sensazione che sia solo l'inizio di una progressiva "perdita del controllo totale" di quello che pare, piano piano, si tia trasformando in qualcuno che proprio il mio bambino non è più, ma un ragazzino ancora solo un po' tatone.
Non che mi dispiaccia. Tutt'altro.
Ma mi spiazza.
Anche noi, io e mio fratello: si abitava in un condominio con un cortile di pertinenza situato lungo tutto il perimetro dello stabile per la larghezza di quattro-cinque metri al massimo, uno stabile alto quattro piani e sufficientemente lungo da essere suddiviso in due gruppi di otto appartamenti ciascuno, ogni gruppo con il suo ingresso e la sua scala. Si scendeva a giocare, si prometteva di tornare ad una certa ora, e matematicamente a quella certa ora si fingeva di non avere l'orologio al polso: per eludere le chiamate materne si andava a nascondersi sull'unico lato del cortile da cui non potevamo essere visti. "Non avevamo mica sentito che ci chiamavi!", ci si scusava poi. No no... mica... Peggio ancora quando si ebbe, dopo una certa età, il permesso di andare a giocare con i ragazzini dell'isolato successivo, stesso quartiere, duecento metri più in là: lì davvero non si arrivava a sentire l'ululato di richiamo. Ma si sentiva il resto quando si tornava a casa. Immancabilmente. E immancabilmente dopo poco lo si era già dimenticato. Perchè quando si hanno dieci anni, soprattutto durante le vacanze di scuola, c'è molto da fare fuori casa.
Dicevo, lo abbiamo fatto tutti, e mio figlio pare non essere da meno. Quest'anno ha finalmente trovato la sua compagnia di giochi pomeridiani, anche lui un isolato più in là, stesso quartiere, duecento metri di distanza che copre in bicicletta (attaccato a casa non ci sono bambini), e finalmente - evviva - ci si può fidare a lasciarlo andare da solo. E' un gruppo di una decina di bambini e bambine più o meno della sua età, la zona è completamente residenziale e fuori da qualsiasi passaggio di veicoli eccezion fatta per quelli di chi ci vive, dietro casa della nonna, una corta e larga strada chiusa a formare quasi una specie di piazzale, e a ridosso di campi e strade bianche. Ce n'è da fare e da sporcarsi divertendosi un mondo in un posto così...
La regola è una sola: per le sette, a casa. E ligio al dovere, al Power non era mai, ma proprio mai-mai-mai passato per la testa di mancare all'obbligo.
Fino all'altra sera, quando si è finalmente (ahimè, dico io, ma ciò mi dimostra che è un bimbo normale almeno) reso conto che mamma e papà, in quell'angolo all'estrema periferia del paese, mica ci sono. E vuoi che si accorgano se sgarra? Certo che no... E in questo caso, dei genitori all'antica che non lo hanno ancora fornito, a differenza di alcuni suoi amici, di cellulare per il controllo-posizione (ma come cappero si fa a giocare nei fossi, sulle stradine bianche e tra le zolle dei campi arati con un cellulare in tasca, io mi chiedo?), è un bel vantaggio.
Insomma, ha tardato di venti minuti il rientro a casa.
Ed è rientrato solo perchè il padre, dietro mia insistenza, ad un certo punto ha inforcato la bici ed è andato a recuperarlo, non senza dover alzare di parecchio la voce per fargli capire chiaramente che non gli stava dando un consiglio, ma un ordine perentorio. E' tornato a casa paonazzo per la corsa, a testa bassa. E a dargli il colpo di grazia facendogli sporgere il labbro inferiore come quando aveva due anni ed era sull'orlo del pianto catastrofico, ma stavolta con la migliore sferzata di sensi di colpa della storia della famigliola in fondo al vialetto, ci ha pensato quella strega di sua madre, con pochissimi, brevi, ma ben piazzati dardi, spediti al destinatario via sguardo assassino dritto dritto negli occhi. Il meglio del meglio delle tecniche mortificatorie ripescate dal fondo della mia memoria di figlia.
Colpito e affondato.
Si arriva ad una età, o ad un certo punto della vita, in cui ci si rende conto che senza volerlo si ripetono le stesse gesta e le stesse parole che qualcun altro, trent'anni prima, ha compiuto con noi. Non ci si scappa. Perchè qualcun altro di cui si ha la piena responsabilità si trova a fare le stesse cose che noi, trent'anni prima, si faceva. Alla fine passano le generazioni, ma certe cose non cambiano mai. Ci si deve rassegnare. E brucia un po' dover ammettere che si è passati da quel lato della barricata che fino a pochi anni prima si criticava e a volte anche pesantemente, ma ce la si deve far passare, perchè è vero e in coscienza non se ne può proprio fare a meno. E in questa piccolezza di un primo, piccolo (mamme più navigate mi diranno la frase scontata "aspetta tra qualche anno quando saranno ore!". Ok, adesso ha dieci anni e sono venti minuti, una cosa alla volta perchè è stato così per tutte) ma meditato ritardo fatto passare per un "non mi sono accorto del tempo che passava" (balla colossale, te ne sei reso conto eccome, ce l'hai stampato in fronte, e tra l'altro non l'hai inventata tu per primo, sappilo), prima ci ho messo dentro tutta l'angoscia di "oddio oddio gli è successo qualcosa" (tralascio i particolari, le mamme hanno una fantasia degna dei migliori colossal cinematografici, ma credo sia anche in parte legittimo), poi ci ho piazzato il mio dovere (che lo ha fatto anche piangere un po', e non me ne pento), infine mi ha fatto ricordare con tenerezza tante cose. In primis che sono stata bambina anch'io, e le mie priorità non erano quelle di mia madre.
Cavolo però, quanto male si sta da "questa parte" quando i minuti sembrano dilatarsi a dismisura. Ho la sensazione che sia solo l'inizio di una progressiva "perdita del controllo totale" di quello che pare, piano piano, si tia trasformando in qualcuno che proprio il mio bambino non è più, ma un ragazzino ancora solo un po' tatone.
Non che mi dispiaccia. Tutt'altro.
Ma mi spiazza.
mercoledì 27 agosto 2014
Rosso!
Deve essere l'età, il "dopo i quaranta", che fa cadere certi tabù estetici che ex-ragazze come me si sono sentite inculcare fin da bambine. C'è che a quasi quarantadue anni sto scoprendo che non mi importa assolutamente nulla di non avere una dentatura perfetta, o un viso regolare, o la bocca con le rughette, o chissà che altro impedimento a indossarlo.
Cosa?
Un rossetto rosso. Una piccola conquista di una donna che ha sempre pensato, perchè le è stato inculcato da sempre, che "certe cose" bisogna essere perfette per portarle, e che sempre "certe cose" necessitano anche di una dose di coraggio per poter essere portate, perchè attirano gli sguardi, e le donnine "perbene" dagli sguardi è meglio che si discostino con discrezione.
Sapete che c'è?
C'è che ho una cascata di capelli neri, non ho più la carnagione cerulea che avevo fino a trent'anni (chissà perchè? Metamorfosi post parto?), il mio bel rossetto rosso non è il pugno in un occhio che poteva essere quando avevo la faccia scavata nei miei cinquantacinque chili, e soprattutto l'unica opinione di cui mi importa veramente è la mia. Finalmente.
Lo porto a spasso con orgoglio anche solo per andare a fare la spesa, essere guardata o meno non rientra tra le cose che noto quando esco, e mi ci sento pure a mio agio.
Adoro i miei quarant'anni. Sto scoprendo essere l'età in cui quello che pensa il resto dell' universomondo se ne va dritto dritto a quel paese passando tranquillamente un centimetro sopra alla mia testa. Avessi passato con questo stato d'animo anche i quattro decenni precedenti, mi sarei fatta molti meno complessi per niente.
Cosa?
Un rossetto rosso. Una piccola conquista di una donna che ha sempre pensato, perchè le è stato inculcato da sempre, che "certe cose" bisogna essere perfette per portarle, e che sempre "certe cose" necessitano anche di una dose di coraggio per poter essere portate, perchè attirano gli sguardi, e le donnine "perbene" dagli sguardi è meglio che si discostino con discrezione.
Sapete che c'è?
C'è che ho una cascata di capelli neri, non ho più la carnagione cerulea che avevo fino a trent'anni (chissà perchè? Metamorfosi post parto?), il mio bel rossetto rosso non è il pugno in un occhio che poteva essere quando avevo la faccia scavata nei miei cinquantacinque chili, e soprattutto l'unica opinione di cui mi importa veramente è la mia. Finalmente.
Lo porto a spasso con orgoglio anche solo per andare a fare la spesa, essere guardata o meno non rientra tra le cose che noto quando esco, e mi ci sento pure a mio agio.
Adoro i miei quarant'anni. Sto scoprendo essere l'età in cui quello che pensa il resto dell' universomondo se ne va dritto dritto a quel paese passando tranquillamente un centimetro sopra alla mia testa. Avessi passato con questo stato d'animo anche i quattro decenni precedenti, mi sarei fatta molti meno complessi per niente.
martedì 26 agosto 2014
Gatteria: Amy e il guanto.
Ho speso otto euro di guanto spazzolatore. Non che non avessi una spazzola, ma l'unica che la gradisce maniacalmente è Maya. Maya che, alla vista del guanto, si catapulta in una dimensione parallela, cosa che gli altri quattro fanno quando mi vedono armarmi della spazzola.
Ho scoperto che, invece, per gli altri il guanto.... aaaaah, il guanto, che manna quegli otto euro! Magari averlo scoperto prima!
Amy, detta "gatta-melassa".
Ho scoperto che, invece, per gli altri il guanto.... aaaaah, il guanto, che manna quegli otto euro! Magari averlo scoperto prima!
Amy, detta "gatta-melassa".
domenica 24 agosto 2014
Quattro anni senza cancro
24 agosto 2010 - 24 agosto 2014
Quattro anni senza cancro.
Quattro anni senza cancro.
Ancora un anno, e posso tirare il sospiro di sollievo che aspetto dal giorno della diagnosi.
Sono viva. Non ho ancora recidive.
Sono fortunata.
Oggi, per me, è festa.
Come un secondo-quarto compleanno.
E come quando ho urlato al mondo lo schiaffo peggiore che mi sia mai arrivato in viso, di notte, sono così emozionata al pensiero da non essere riuscita ad aspettare che si faccia mattino per voler condividere questa cosa così bella.
Una cosa, questo "conteggio", che solo chi l'ha vissuta sulla sua propria pelle può comprendere fino in fondo, perchè ne conosce il significato stretto relativo alle probabilità di sopravvivenza, ma anche i pensieri, il terrore, le speranze, le fatiche, tutto quello che si cela dietro all'apparenza, soprattutto quello che non si svela a nessuno, e che rimane custodito nel profondo dell'anima.
Come tutte le cose pesanti, intense, che in bene o in male ti cambiano profondamente la vita.
Come tutte le cose pesanti, intense, che in bene o in male ti cambiano profondamente la vita.
martedì 19 agosto 2014
Liz
Non l'ho fatto io di testa mia, mi è stato chiesto dalla mia mamma, e alla mamma come si può dire di no?
Ci ho messo un anno per farlo, compreso il tempo in cui lavorarlo mi era impossibile (l'inverno, per il tipo di luce che i miei occhi non riescono a sfruttare per queste cose).
Sono dieci toni di grigio compresi il bianco e il nero, più tre toni di violetto, e il lavoro è stato fatto su lino 14ct color terracotta. Una sfaticata. Ma lei, la "signora" in questione, la merita. Perche come lei, nella storia del cinema, nessuno mai. O solo poche altre elette. Con quegli occhi particolari che l'hanno sempre contraddistinta...
... e che stavano incastonati in un volto immortalato innumerevoli volte, e che ho immortalato anch'io, posato su un paio di mani che pare si sfiorino appena. Punto dopo punto.
Mi sono solo pentita di non aver inserito delle perline bianche mentre lavoravo gli orecchini, ma tutto sommato sta bene anche così. E questo è il risultato finale.
Quadro che andrà a fare il paio, sullo stesso muro della stessa casa, con un'altra "divina" che occupa un posto speciale nelle passioni di gioventù di mia madre: Audrey, finita l'anno scorso, ricamata sullo stesso identico supporto.
Entrambi i disegni sono stati tratti da dei vecchi numeri de "Le Idee di Susanna". Suoi ovviamente, perchè io non compro più la rivista da tanti anni.
Io le trovo stupende. Ma mai più lavori del genere.
Ci ho messo un anno per farlo, compreso il tempo in cui lavorarlo mi era impossibile (l'inverno, per il tipo di luce che i miei occhi non riescono a sfruttare per queste cose).
Sono dieci toni di grigio compresi il bianco e il nero, più tre toni di violetto, e il lavoro è stato fatto su lino 14ct color terracotta. Una sfaticata. Ma lei, la "signora" in questione, la merita. Perche come lei, nella storia del cinema, nessuno mai. O solo poche altre elette. Con quegli occhi particolari che l'hanno sempre contraddistinta...
... e che stavano incastonati in un volto immortalato innumerevoli volte, e che ho immortalato anch'io, posato su un paio di mani che pare si sfiorino appena. Punto dopo punto.
Mi sono solo pentita di non aver inserito delle perline bianche mentre lavoravo gli orecchini, ma tutto sommato sta bene anche così. E questo è il risultato finale.
Quadro che andrà a fare il paio, sullo stesso muro della stessa casa, con un'altra "divina" che occupa un posto speciale nelle passioni di gioventù di mia madre: Audrey, finita l'anno scorso, ricamata sullo stesso identico supporto.
Entrambi i disegni sono stati tratti da dei vecchi numeri de "Le Idee di Susanna". Suoi ovviamente, perchè io non compro più la rivista da tanti anni.
Io le trovo stupende. Ma mai più lavori del genere.
Iscriviti a:
Post (Atom)




