Visualizzazione post con etichetta tra mamigà e mamigà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tra mamigà e mamigà. Mostra tutti i post

sabato 4 marzo 2017

Di teatrini e di ospiti indesiderati

Domenica scorsa, durante una chiacchierata, mia madre mi ha detto con gli occhi lucidi una frase che mi ha dato molto da pensare in questi giorni:
"Ti ea me vita tia vivi, ti ghe ze e ti vedi tante robe, cussì no devo domandarte quasi gnente parchè ti rivi, ti fa queo che me serve e ti me sparagni de doverme sbassar. Parchè ze diffissie accettar de aver bisogno, sa, aea me età. Cussì invense ze più facile".

Ecco, io auguro a ogni figlia di potersi sentir dire queste parole da sua madre, prima o poi. Perchè a me hanno gonfiato di orgoglio, sapete. Proprio perchè non mi sembra mai di fare abbastanza.

Chiedere non è mai facile per nessuno. Un regalo stesso, è più facile farlo che riceverlo. Chiedere mette in imbarazzo, perchè non si è mai certi della reazione che può arrivare dall'altra parte. Ci mette nella condizione di trovarci dalla parte del bisogno. Richiede di mettere da parte il nostro orgoglio. A volte il chiedere umilia. Anche quando non se ne può letteralmente fare a meno.
Quello che mi ha detto mia madre in quella occasione, ha confermato un pensiero che faccio ormai da qualche tempo. Mia madre non chiede quasi mai, non perchè non abbia bisogno: non chiede per non mettere in difficoltà altre persone. Da quando me ne sono accorta, ho smesso quasi del tutto di dirle una frase che di solito si dice quasi in automatico: "se hai bisogno, chiama". Perchè lei non chiama mai per chiedere, se non se c'è una urgenza per cui non può proprio evitarlo o ha bisogno per spostamenti in auto. Nemmeno in questi giorni, in cui le sue necessità si sono moltiplicate al quadrato: per cambiare le lenzuola, tagliarle le unghie, lavarle la testa, infilarle le calze, stenderle la biancheria, cucinarle un piatto di pasta, e tante altre cose che anche una persona giovane e sana con una mano sola farebbe fatica a fare, tanto più per lei che ha la schiena piegata a novanta senza bastone e un sacco di altri problemi. Ho capito che lei non chiederà mai. Perchè ha il suo (giusto) orgoglio, ammettere a sè stessa di avere bisogno di cure anzichè curare come è naturale per una madre, deve essere difficile. E a me il pensiero che lei si senta così in difficoltà nel dover chiedere aiuto fa stare proprio male, mi dispiace da morire. Non si può chiedere a una persona di quasi settant'anni di cambiare, di adeguarsi a quello che ci aspettiamo da lei, cioè che "se ha bisogno, chieda", se per lei è un passo difficile. O almeno, io la vedo così. Così ho preso le mie iniziative: ogni mattina entro a casa sua e dopo i saluti di rito fingendo di chiacchierare e basta mi guardo attorno, apro il frigorifero (mamma, hai mica un po' di limone/una cipolla/del grana grattugiato/un uovo, che sono senza?), controllo ogni cosa o quasi, la guardo come guardo mio figlio prima che esca di casa la mattina, scanso le sue proteste e faccio quello che devo ma lo faccio il più possibile a modo suo, perchè dopotutto è pur sempre casa sua, e io conosco bene il modo di condurre la casa che ha lei (che non è il mio), come so cosa può mangiare e cosa no. Poi la obbligo ad offrirmi il caffè (che ovviamente mi preparo io ora che ha il gesso), glielo faccio passare come "ricompensa" così si quieta, mi ci affianca i biscotti anche se poi non li mangio quasi mai (ma le fa tanto piacere guardarmi dietro il vaso di latta aperto...) e mi chiede con gli occhi lucidi a che ora passo il giorno successivo.
Questa cosa mi sta stancando molto. Lo dico fuori dai denti. Ma è mia madre, ha bisogno, ed è sola. Fino a quando non le rimuoveranno l'ingessatura non può nemmeno uscire a piedi, perchè appunto a spezzarsi è stato il polso destro, lei col destro tiene il bastone, e senza bastone non esce. E finchè durerà sta cosa del braccio fuori servizio, questo tran tran/sorta di tacito accordo si replica come un teatrino: lei recita la parte della refrattaria, io quella della rompiscatole invadente, calmiamo gli animi col calumet del caffè, le apparenze sono salve (davanti a chi, poi, non si capisce bene... il suo gatto forse), il suo orgoglio intatto, e l'appunto di due cose da farsi per il giorno dopo (che però ufficialmente è una lista di "mah... se puoi... quando puoi... sarebbe da...ma senza fretta... però... vedi tu...) già pronta ma solo da passarsi sottobanco sottovoce con nonchalance (io-non-ti-ho-detto-niente), per non tradire la verità a voce alta. E va bene, va benissimo così. Perchè il risultato è quello che sta all'inizio del post.

Mio marito mi ha detto, un po' di tempo fa, che una cosa è aiutare una persona, e un'altra sostituirsi a lei. Mi sono chiesta tante volte se io non mi stia sostituendo a mia madre, in questi ultimi mesi.
La risposta l'ho avuta un paio di settimane fa circa. L'ho accompagnata alla visita oncologica numero "ics". Prima di entrare in ambulatorio, proprio perchè mi stavo facendo questa specie di esame di coscienza (chiamiamolo così), mi sono imposta di intervenire il meno possibile durante la visita, nel limite di quando il medico si fosse rivolto a me anzichè a lei (come accade diverse volte, perchè la mamma non sempre afferra tutto e non sempre riesce a spiegarsi bene, è anche sorda da un orecchio, per questo mi vuole con sè, al di là del servizio taxi). Tre quarti d'ora di visita e colloquio. Nell'uscire dall'ambulatorio, prima ancora che l'oncologo chiudesse la porta dietro di noi, mi dice sottovoce "senti, adesso mi rispieghi bene tutto", e ghignando "perchè non mi ricordo già più niente e ho capito metà di quello che devo fare!". Mi sono messa a ridere, e a voce alta le ho risposto "tutto quello che vuoi, ma davanti a caffè e brioss a scrocco, o non ti dico una parola!". E ha iniziato a ridere anche lei. Evidentemente il caffè è il testimonial per eccellenza.
Ho iniziato da quel giorno a fare pace con me stessa, in questo senso. C'è un limite sottile tra il sostituirsi alla persona e lo starle a fianco: penso che sia il limite della esigenza reale. E non sempre mi è facile capire quale sia questa esigenza, se non sto un momentino più zitta e non mi metto un momentino più in ascolto. Se parto in quarta e mi paro davanti, rischio di umiliare chi si sente già umile di suo. Però se faccio da secondo paio di orecchi, secondo paio di occhi, da amplificatore vocale, da hard disc di riserva, o da bastone di riserva, allora si, nel caso di mia madre ho guadagnato la sua fiducia. Assolvo al mio compito. Ora ne sono più che certa. Anche quando mi chiedo se non stia facendo l'elefante in una cristalleria cercando di anticipare i suoi bisogni inscenando un teatrino degno di una commedia veneziana (che si conclude sempre a caffè e biscotti, anzi, scatola dei biscotti aperta), che a lei piace perchè, dice, "mi riempi la casa".
Se mi guardo bene dentro (e lei lo sa), il mio intento finale non è  semplicemente quello di risolvere le sue noie domestiche al posto suo finchè è invalidata, ma cercare di evitarle l'imbarazzo di sentirsi un peso più di quanto non si senta un peso già di suo, e gliene darei invece conferma se usassi gesti di riguardo e frasi di compassione, o mattoni di silenzio come "chiama se hai bisogno" con conseguente sparizione dalla scena in attesa di eventuale chiamata come farebbe un estraneo e non la figlia che ha cresciuto e che le moine non le ha fatte mai. Perchè alla fine non è sempre così difficile capire come sapere di cosa ha bisogno una persona a cui vuoi davvero bene (se non è tuo figlio adolescente, perchè lì apriamo una parentesi non quadra, graffa). E spero di riuscirci. Come ci riesce quasi (quasi) sempre mio marito (mio figlio... aurgh... un po', anzi, decisamente meno) quando ad essere il "mezzo fuori servizio" sono io.

-o-o-o-o-o-o-o-o-o-o-o-

Quella di oggi (ieri ormai, scrivendo scrivendo è passata la mezzanotte da che ho iniziato questo post) è stata una mattinata particolarmente difficile.
L'altro ieri, verso metà giornata, ho iniziato ad accusare un dolore molto forte sulla spalla destra. Nel giro di un paio d'ore è passato dal dolore della normale intensità di queste settimane a una cosa da farmi piangere, e farmi mancare la sensibilità di mezza mano. Sono andata dal medico quando mi sono resa conto che l'antidolorifico dopo due ore non faceva ancora effetto, fortunatamente ero al limite dell'orario di ambulatorio ma ancora in tempo per essere visitata: mi si sono infiammati un muscolo e un tendine, probabilmente dopo uno sforzo fatto in mattinata. Ero (e sono, anche se oggi già meno) gonfia e rigida. Ghiaccio, paracetamolo, spalla da tenere più ferma possibile. Bella impresa.
Lunedì scorso la mamma avrebbe dovuto fare la TAC di centratura per la radio. Senonchè il tecnico radioterapista ha voluto rinviare la cosa a dopo la visita ortopedica di controllo, quella di ieri, e le radiografie, sempre di ieri (sto pubblicando di sabato): avendo la mamma una frattura scomposta trattata solo con la manovra di trazione e l'ingessatura (per evitare altro ha detto l'ortopedico il giorno dell'incidente, in vista della radio appunto), se non stesse rinsaldandosi correttamente sarebbe dovuta essere sottoposta ad intervento chirurgico, con conseguente rinvio della radioterapia. Se la radio dovesse essere stata rinviata di oltre 20 settimane dall'intervento, così ci ha spiegato il medico, diverrebbe inutile, e si sarebbe probabilmente dovuto ricorrere ad altro. E qui mi fermo. Capitemi.
Contemporaneamente in mattinata io mi sono sottoposta al controllo oncologico per eccellenza, per noi: mammografia ed ecografia al seno annuali. Appositamente lo stesso giorno, per fare una corsa unica, visto che i tempi lo hanno consentito.
Si può immaginare con che spirito io e la mamma ieri mattina ci siamo recate in ospedale. Ma anche come abbiamo dormito la notte precedente tutte e due.

In sostanza: la frattura della mamma sta risolvendosi regolarmente, perciò lunedì prendo un altro appuntamento per la centratura e si va avanti con la pratica.
Per me c'è invece un piccolo ospite inatteso: un altro nodulo dall'aspetto di un fibroadenoma sul seno opposto rispetto a quello del tumore, un po' più in sotto rispetto a quello che mi tolsero ormai quasi vent'anni fa. La dottoressa che mi ha esaminato dice di essere tranquilla, ma mi rivaluta tra sei mesi.
Certo, non si può e non si deve sempre pensare al peggio, o ci si rovina la vita. E giuro, dal secondo anno di follow-up mi sono imposta di lasciarmi andare al nervosismo non prima dei tre giorni che anticipano i controlli, e con non poca sorpresa ci sono sempre riuscita stupendomi di me stessa, facendo in questi anni anche tantissime cose fantastiche che con la malattia non hanno nulla a che vedere, ma sono state solo vita e basta. Chi mi conosce, lo sa.
Ma per quanto siano anni che cerco di pensare positivo, credo di avere avuto sufficienti prove che in certi momenti avere un po' di strizza non è essere patetici o fare castelli in aria, ma un sacrosanto diritto. E per quanto io sia forte, e non è mancanza di modestia la mia perchè so di esserlo, questo diritto adesso me lo prendo senza dovermi giustificare con nessuno.


domenica 29 novembre 2015

Ce l'ho! Ce l'ho!

E' sempre stato così: arrivo tardi. In quasi qualsiasi cosa che non sia un appuntamento. Ma arrivo eh.
Non lo volevo, perchè sono sempre stata dell'idea che se sto al pc è perchè o sono in pausa, o perchè devo fare qualcosa che posso fare solo con il pc. Quindi non vedevo la necessità nè l'utilità di avere un pc-ino in borsa: se ho con me la borsa evidentemente è perchè sono fuori casa, fuori casa di tecnologico ho bisogno solo del cellulare, e un cellulare deve fare il cellulare, cioè telefonare e mandare sms. Tutto il resto sono orpelli inutili.
Pare, però, che il resto del mondo non la pensi così, e si organizza diversamente. Così il chiederlo è stato quasi obbligatorio: le mamme della scuola hanno il gruppo whatsup per girarsi le comunicazioni e i verbali degli interclasse, il coro degli adulti della parrocchia (canto di nuovo dopo quindici anni, veh che novità?) si passa le novità dell'ultima ora e le variazioni in corsa tramite whatsup, la mia "socia" per il mercatino di Natale (faccio il mio primo mercatino, veh che altra novità?) ed io abbiamo un milione di cose da dirci ogni santo giorno per organizzare le cose e via sms o telefonata costerebbe un mutuo, insomma, se non hai whatsup oggi sembra che tu sia tagliata fuori da una fetta di mondo piuttosto consistente.
Insomma, con la scusa del compleanno mi sono "calata", ed è arrivato.
Signore e signori, squilli di trombe, da una decina di giorni ho il mio SMARFONO. Che non è lo Smartphone, io sono veneta, e i veneti hanno lo SMARFON, italianizzato SMARFONO.
 E direte, "e quindi? Lo abbiamo tutti, non sei l'unica".
Grazie, lo so. Ma se lo scrivo è perchè in questi giorni sto riflettendo su quanto un cosino così piccolo effettivamente può cambiarti le abitudini. Per la serie, "come cappero facevo prima?".

Stiamo facendo conoscenza.
Litighiamo per diversi motivi:
-scivola dalle mani. E' sottile, superliscio, la custodia deve ancora arrivarmi (ne ho ordinata una superfighizzima, nera con disegnate delle farfalle rosa e arancioni, con i gatti non c'era, mannaggia), sguscia come un'anguilla. E a me le anguille fanno senso, da vive e da secondo piatto.
-La tastiera è piccola, i tasti sono piccoli, anche a girarlo in orizzontale.
-Il T9. Ho dichiarato guerra aperta al T9. Scrivo, correggo, invio la parola alla barra di testo e me la ri-corregge come vuole lui, sequenza a ripetersi un milione di volte. Fa passare la voglia di scrivere e fa venir voglia di fare direttamente una telefonata, non fosse che io detesto comunicare per telefono a voce. Mette gli spazi dove vuole, non capisce che "Latisana" e "La tisana" non sono la stessa cosa, e io una la raggiungo in auto e l'altra la bevo due volte al giorno, che gli piaccia oppure no, e non sono interscambiabili nella stessa frase. Tanto per dirne una. Il T9 deve morire, o cambiare spacciatore.
-La batteria dura il tempo di un respiro. Il Gatto Alfa dice che finchè lo uso nel modo in cui lo sto usando in questi giorni, non può durare di più. Avrà anche ragione. Ma io ero abituata a mettere in carica il cellulare due volte a settimana, non due volte al giorno. Una sana via di mezzo sarebbe una cosa sana, no?
-E' meno intuitivo del mio pc. Non mi è stato fornito un manuale d'uso, sto imparando ad usarlo a naso e coadiuvata dall'esperienza di amiche e conoscenti (via whatsup, e come sennò?), ma sto coso è pieno di misteri. Per esempio la mission di questi giorni è imparare a spostare la maggior parte dei dati sulla scheda di memoria aggiuntiva, ed è una impresa che pare titanica.
-Appunto, la memoria del telefono è quella di un criceto. E qui mi fermo, per rispetto ai criceti.
-Ha un milione di funzioni, ma faccio ancora pasticci per rispondere alle telefonate. Facendo peraltro figure assai magre, e per fortuna ridendoci sopra la gente all'altro capo della linea si intenerisce e di solito mi tranquillizza con un "non preoccuparti, ci sono passata anch'io", come se fosse il morbillo. Vero o no, è imbarazzante. E quando parte la marcia a squilli di trombe che ho impostato come suoneria (ma quanto mi manca la mia cara vecchia registrazione del Power che urla "mammaaaaa rispondi al telefonoooooo!", devo vedere se riesco a metterla anche qui) e appare la malefica striscia rosso-verde che ammicca, parte qualcosa di paragonabile ad un mini attacco d'ansia.

Peeeerò.
E' anche vero che molte cose, con lui, sono più facili di prima.
Ho internet dove voglio. Ho tutte le informazioni che voglio dove voglio e quando voglio. L'altro giorno ero da mia madre, mi racconta che la nonna ha un problema col medico: ha cambiato numero di telefono, non sa come recuperare quello nuovo, con la zia ha litigato e non vuole darglielo, non vuole fare brutta figura a chiederlo in giro, sull'elenco non c'è ancora. Ho googolato il numero della farmacia del posto, ho chiesto il numero, l'ho passato. In meno di due minuti. Una stupidaggine. Ma non per una donna di novant'anni che vive da sola.
Ho perso la lista dei fogli da preparare sul libro del coro. Una mia compagna di gorgheggi ha fotografato la sua lista e me l'ha passata via whatsup in un secondo.

E poi...
Si ha un bel dire che la tecnologia ammazza la comunicazione. Va di moda dire che abbiamo la testa china sullo strumento elettronico e siamo soli anche in mezzo alla folla. Ma anche che la comunicazione tramite il virtuale è solo una illusione.
Fino a un po' di tempo fa mio marito aveva l'abitudine di portare l'arma su e giù da casa al lavoro e viceversa (ora la tiene per lo più in ufficio, per motivi che non sto a spiegare). Capitava che di ritorno dal turno di notte la dimenticasse in soggiorno, scaricata ovviamente, anzichè portarla di sopra al suo posto; in quindici anni di matrimonio più due di fidanzamento ho imparato presto a considerarla parte dell'arredamento, ma quando mia madre arrivava di prima mattina per il suo solito giro e se la trovava davanti sul ripiano della libreria partiva sistematicamente l'ululo: "aaaaah! Porta via quea roba! Che no succeda calcossa!". Non ho mai capito cosa debba succedere con un arnese scarico, per giunta con la sicura innescata, appoggiato come un soprammobile. Avrei potuto batterci le bistecche, o al massimo usarla come piantabulbi per i crocus prendendola per il manico e forandoci il terreno in giardino. Ma quello che rappresenta spaventa (non me, ma io non faccio testo, per lo stesso motivo per cui quando vedo la Gazzella nei dintorni anzichè allarmarmi accendo la macchina del caffè).
Insomma, sono convinta che gli oggetti siano solo dei mezzi, sta a noi usarli bene o male.
E io al mo smarfono ho trovato una utilità per comunicare mica da poco.
Sono molto meno sola, e contemporaneamente riesco a fare più cose. Perchè se prima per stare al pc e chiacchierare con le amiche (anche e soprattutto quelle reali, ce ne sono poche che non conosco ancora di persona tra quelle con cui comunico quasi quotidianamente) dovevo appiattarmi in postazione e attendere i comodi di sua maestà il pc stesso (e usare taaaanto tempo in più per niente), adesso mi porto messenger, telefono e whatsup ovunque in poco spazio. Certo, non è come prendere un caffè vero (quello è insostituibile), ma per me è una cosa preziosa. E' stato prezioso nei giorni scorsi durante le attese in ospedale, perchè non c'è di meglio per calmare l'ansia di quattro battute alla cavolo con chi sa dove andare a parare per farmi ridere, o anche per farmi spostare l'attenzione su cose piacevoli o frivole alternate alle partite a Tetris (odi et amo). Ed è prezioso in questi giorni in cui il gelo, sommato al lavoro per il mercatino, mi tengono inchiodata in casa per molte ore.


martedì 23 dicembre 2014

Anno-links - Una breve, pigra riflessione

In questi giorni sui social network girano, tra gli altri, i soliti link riguardo alla fine dell'anno: "Che finisca presto questo anno di ***", "Questo 2014 ha ancora nove giorni di tempo per dimostrami che non ce l'ha con me", "Caro Babbo Natale, portati via questo 2014, e magari il prossimo anno portami qualcosa di meglio (che ci vuol poco)", potrei andare avanti ad oltranza.
Sinceramente?
A me non fanno sorridere.
Non mi fanno nemmeno pensare "toh guarda questo/a mio/a contatto/a quante ne deve aver passate".
Non mi spingono a compassione.
Non mi scoccia nemmeno trovarmeli davanti (che tanto sono ogni anno sempre uguali, sui social poi quello che non mi piace leggere lo salto a piè pari senza batter ciglio).

Quest'anno mi è caduto l'occhio su un aspetto singolare di questo fenomeno del "condividi il pessimismo, che tutti sappiano che non te la sei passata bene".
A parte il fatto che sono sempre le stesse persone, ogni anno, che lanciano questo messaggio (la lamentela va di moda).

Però.
Ho notato una cosa.
Sarò strana, avrò visto male, non so.

Le uniche persone che frequentano quotidianamente i social (e che quindi leggo spessissimo, o ci chiacchiero via messenger con una certa frequenza) che ho tra i miei contatti, e che non hanno finora lasciato un messaggio del genere in bacheca, sono quelle che in questo anno che sta terminando hanno affrontato o stanno affrontando malattie gravissime in prima persona o comunque in famiglia stretta, che hanno vissuto un lutto pesantissimo, che hanno affrontato una separazione o un divorzio. E sono tante. Anche amiche-amiche, e parentela, non solo conoscenti. Per qualcuna ho anche pianto, immaginandone la grande sofferenza, non potendo far nulla per essere in qualche modo di supporto.

Da queste persone, frasi sarcastiche riguardo all'anno trascorso... niente.

Ecco, a me questa cosa sta facendo davvero pensare.
Mi fa pensare che forse, quando il periodo nero è davvero Nero con la N maiuscola, o Intenso con la I maiuscola, ti fa dimenticare in quale giorno dell'anno ti trovi a viverlo. Finchè non passa la bufera.
E il più delle volte è più facile lamentarsi in pubblico di cose che hanno meno peso di quelle veramente serie (e ci sta eh, per carità... io giorni fa mi sono lamentata della rottura della lavatrice... una cavolata, ci si sfoga anche per queste scemenze per sbottare e trovare l'amica che ti ci prende anche in giro per tirarti su, si chiacchiera), che sono davvero, davvero poche. E a queste "poche", quando le si vive, non si ha la stupidità di attribuirne la paternità all'anno in corso, illudendosi che sia solo il cambio di un numero sul calendario a fare la differenza. In certe situazioni non lo si nota nemmeno. E di conseguenza non gli si fa nemmeno pubblicità.
Con le dovute eccezioni, si capisce.

mercoledì 19 febbraio 2014

Piccolo snervo extra (qualcuno me le tira fuori di bocca però...)

Vi avviso.
Se c'è una cosa che mi fa tirar fuori le zanne senza pensarci nemmeno una frazione di nanosecondo è quando un'altra madre (di solito basta che abbia il figlio di DUE anni più grande del mio, mica altro) si azzarda a dirmi "eh, questi non sono problemi, vedrai andando avanti quanti di più grossi te ne darà, IO NE SO QUALCOSA".
Oppure la classica frase "figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi".
Vi avviso, appunto: evitate di dirmi qualcosa del genere.
Le carceri sono sovraffollate, non ho i soldi per pagarmi un avvocato, e i lividi sulle nocche mi impediscono di usare agevolmente uncinetto ed ago da ricamo, che comunque eviterei di far infilare nelle arance dalle mie amiche perchè ne rovinano il gusto.

Madri tuttologhe del menga.

sabato 4 gennaio 2014

Di fine e di inizio

Natale lo abbiamo trascorso in famiglia: voglio dimenticarne la parte odiosa che si è svolta verso sera per tenermi stretto il ricordo dei restanti tre quarti, che sono stati inaspettatamente piacevoli.

L'ultimo dell'anno mio figlio lo ha descritto (nel tema svolto come compito di italiano ieri, la cui consegna era "racconta una giornata delle tue vacanze") come noioso, fuochi ed abbuffet - su sua richiesta - a parte (ma nello stesso tempo non ha fatto una cippa per renderlo più divertente, limitandosi a fare il passivo davanti alla tivù... e che cappero, dico io, a quasi dieci anni mica ti si deve imboccare, se qualcosa non ti va cerca di cambiarla, no?), mentre per me è stato, eccetto che per il lavoro di preparazione di una tavolata ricoperta di piatti pieni di stuzzichini in varietà e quantità industriale, di estremo domestico relax.

Capodanno è stato gradevole, in famiglia, stavolta da mia madre, pranzo tra i più classici, con l'unica variante "Gatto Alfa ammalato". Niente di che, la stessa tracheite che ha preso mio figlio prima delle vacanze scolastiche, ma ovviamente (data la mole e data l'età, come sempre) potenziata e caricata di febbre. Ma tutto sommato è stato un buon inizio.

Bilanci dell'anno passato non ne faccio mai, il tempo fluisce indipendentemente dalle scadenze, e gli eventi spiacevoli si alternano a quelli gradevoli ogni anno. Si, ok, ci sono periodi in cui la nera si concentra in lassi di tempo relativamente stretti, è vero, ma non li affibbio ai numeri o ai calendari. Ma è il mio personale modo di vedere questa cosa.

Propositi si, uno solo, uno all'anno, e quest'anno ho proposto a me stessa di stare alla larga dalle polemiche e di sforzarmi di evitare di crearne (perchè ho un carattere polemico, e mi sto rendendo conto che ultimamente mi sta rendendo parecchio detestabile, anzi, proprio odiosa, e ci soffro non poco).
Magari se riesco anche nei prossimi 365 giorni a fissare un appuntamento dal dentista per curare una carie, tornare dalla reumatologa (l'anno scorso ho saltato a piè pari il follow-up, vengo in ginocchio sui ceci col capo cosparso di cenere ma... non ne avevo proprio voglia, nè evidentemente questa grande urgenza, e aggiungo "per fortuna e finalmente") e perdere i tre chili che mancano per raggiungere il peso che avevo prima del tumore (che è comunque tanto, ma obiettivamente accettabile data la mia statura) sono ancora più contenta.

E ora diamoci da fare: dopodomani c'è un compleanno importantissimo da festeggiare. Dieci anni fa come stanotte entravo in un lunghissimo (36 ore, mica niente) travaglio.

venerdì 30 agosto 2013

Questione di visus

Lo specialista dice che è un regalo della menopausa anticipata; qualcun altro sostiene che a quarant'anni è una delle cose più normali che ci siano; la commessa del negozio dove li ho acquistati si è piacevolmente meravigliata, perchè anzichè sceglierli con l'aria affranta di chi deve arrendersi all'età che avanza, li ho presi con l'entusiasmo di chi con poco ha trovato la soluzione ad un fastidio fastidioso. E fastidioso lo era ormai da qualche mese.
Signore e signori, da oggi ho i superpoteri!

Ho i miei primi occhiali da ricam uncinet cazzegg cruciverb scrittur lettura.
E sono talmente masochista da sentirmici anche un tantino pheega.

mercoledì 31 luglio 2013

Dato!

Ce l'abbiamo fatta.
Abbiamo tolto questo benedetto neo, con soli tre quarti d'ora di attesa, dieci minuti di intervento, venti per la sutura, un po' di più per digerire il senso di schifo nel vedere il brandello di carne che il chirurgo (lo stesso che mi impiantò il port a suo tempo, peraltro) mi ha tolto e sventolato davanti per farmi vedere "quanto" ha dovuto asportare in profondità (non serviva, grazie), e molta, molta meno tensione di quanto avessi preventivato (anzi, nonostante in tv in sala d'attesa stessero trasmettendo un film d'azione giuro che mi stavo addirittura abbioccando. Sarà stata l'aria condizionata, non so). Stai a vedere che sto risalendo di nuovo la china delle crisi di ansia, veh? Chissà.
Di fatto ora non rimane che aspettare un mesetto per avere l'esito della biopsia.
E speriamo in bene. Che di problemini con la mia buccia ne ho già a sufficienza, senza che se ne aggiungano di ulteriori.

venerdì 31 maggio 2013

Mammitudine (post lungo)

E' la prima volta che lascio passare un mese tra un post e l'altro, e sinceramente non ne ho sentito la mancanza. Se è per questo è anche la prima volta che mi ritrovo ad avere la stufa a legna accesa l'ultima sera di maggio, il che può voler dire che è un periodo un po' così, fuori dal normale, nella piccolezza del mio piccolo quotidiano, fatto di piccole cose di piccola importanza paragonate a quelle che accadono fuori dal mio piccolo giardino. Non avevo nulla da scrivere che mi sembrasse degno di essere scritto, questo è l'unico motivo del mio silenzio. O quasi l'unico.

Comunque.
Sono qui. Sono qui e la prendo larga.

Oggi, nel pomeriggio, dopo uno scambio di commenti sul post di un'amica su FB (si Romina, sto parlando di te), mi son detta "ecco, oggi ho qualcosa da scrivere". Si parlava della sua bella panzotta, di epidurale, di paura, del dolore del parto e di compagnia bella, di tutte quelle cose in cui si è immerse nei nove mesi più particolari della vita di una donna che diventa madre, cose che adesso mi sembrano lontanissime e insignificanti paragonate a tutto quello che è venuto dopo, ma che in effetti fanno parte del percorso e non sono meno importanti mentre le si vive. Ho scoperto che mi infoio ancora come una belva quando leggo di donne che sventolano il loro rifiuto dell'analgesia (leggi epidurale) come segno del loro atto di eroismo nel voler godere a tutti i costi di tutto il dolore possibile nel diventare madri. Mi ci infoio perchè mi sembra stupido che di questi tempi ci siano donne così cricetocefale (passatemela) da quantificare il grado di "maternità" in base a quanto una soffre mentre dà alla luce una creatura (e le madri adottive? Ne ho conosciute di straordinarie, pur non avendo partorito). Perchè non so quante di quelle che leggono in questo momento sono passate in certi forum sulla gravidanza e sulla maternità mentre erano o sono in attesa, come direbbe una mia Amica sono veri e propri forum terroristici, ti infarciscono di sensi di colpa quando non ti fanno sentire una che viene da Marte, e io che speravo caldamente che col passare degli anni fossero cambiati i toni ho scoperto che no, anzi, forse è anche peggio. Quando leggi commenti del tipo "avete paura di partorire? Mammolette che non siete altro" (giuro, era scritto proprio così) ti cadono le tonsille (capitemi). Ma non è questo l'argomento del post.

Mentre andavo a prendere mio figlio a scuola riflettevo su quali fossero le cose che più mi ricordano che sono una mamma, visto che ho sempre sostenuto che si diventa madri solo un minuto dopo, e di cose me ne sono venute in mente decine e decine. E non tutte belle.
Dopo nove anni io mi sento "mamma" quando devo scegliere tra cosa è bene e cosa fa contento mio figlio, perchè non sempre le due cose coincidono, e ogni piccola o grande scelta devo farla guardando avanti nel tempo, non solo al qui ed ora. E son cavoli.
Mi sento mamma quando devo rinunciare a un piccolo piacere personale per soddisfare una sua necessità, piccola o grande che sia.
Quando prima di accettare o meno un qualsiasi impegno devo farmi delle domande obbligatorie: e lui? Riesco a portarlo/riprenderlo a scuola? Fargli da mangiare? Portarlo a judo? E via dicendo. Se anche una sola di queste domande rimane senza risposta non posso accettare, senza alternativa alcuna.
Quando devo imporre un "no" con tutte le mie forze, con tutta la mia determinazione e con tutta la mia fermezza, perchè solo la consapevolezza che è un NO giusto e sacrosanto non mi fa piegare davanti alla delusione ed al pianto di lui quando lo riceve.
Quando sento il cuore stringersi davanti alla conquista di una sua piccola libertà, perchè so che ogni passo verso l'autonomia è un passo in più lontano dal bisogno di me, ma il mio dovere è consegnarlo al mondo, non trattenerlo, e se cammina avanti è segno che sto lavorando bene.
Quando brontolo per la quantità esorbitante di pantaloni e calzini da lavare che mi ritrovo a raccogliere ogni giorno per casa, a gettare regolarmente nel cestone e a cui non riesco quasi a dare il giro, perchè se si sporca è segno che si diverte, ma accidenti, almeno imparasse a non lasciarli in giro.
Quando devo firmare i buoni pasto per la mensa scolastica, gli avvisi delle insegnanti, le note sul libretto, le pagelle, le autorizzazioni per le gite, per le foto a scuola, per i voti sulle verifiche, il libretto sanitario, il rinnovo dell'iscrizione a judo, e tante altre cose che adesso non mi vengono in mente.
Quando soffre nell'anima e sono consapevole che non ho i cerotti adatti, e vorrei che abbracciandolo si risolvese tutto ma non si può, perchè a nove anni non si hanno più per la testa solo i cartoni animati, e tu, mamma, lo sai.
Ogni sacrosanta mattina quando non c'è nessuno che lo svegli al posto mio, che al posto mio invece di iniziare la mattinata dolcemente e serenamente lo deve fare con l'orologio in mano e tirar giù rosari per farlo alzare (per me poi, narcolettica DOC, anche solo questo è uno sforzo sovrumano), predicare perchè riesca a vestirsi in meno di mezz'ora, per farlo andare in bagno prima e per farcelo uscire poi, per fare il conteggio dei biscotti e quantificare le cucchiaiate di miele nel latte nonchè i secondi impostati sul display del microonde per scaldarlo, per ricordargli ogni santa mattina che le scarpe vanno infilate entrambe e possibilmente una a distanza di pochi secondi dall'altra e non di un quarto d'ora, per fare in modo che controlli che in cartella ci sia tutto, sentirsi dire con tono seccato "si mamma non serve che me lo ripeti ogni giorno" e sistematicamente vedersi recapitare la nota della maestra sul diario: "si rende noto che anche oggi il Power si è presentato a scuola senza il quaderno di musica".
Quando inciampo nei mattoncini del lego, apro la portina dell'armadietto del bagno davanti al water per prendere un asciugamano pulito e ci trovo l'ultimo almanacco di Topolino, vado a fare la spesa e mi riempio la borsa di personaggi di Asterix di quelli che "ogni quindici euro di spesa uno in omaggio fino alla fine di giugno", valuto di volta in volta se valga la pena spendere qualche euro per mettere una toppa sulle ginocchia di un paio di pantaloni (che comunque dopo qualche settimana andrebbero messi tra color che son sospesi causa allungo delle gambe del proprietario), trovo carte di Yu-Gi-Oh in ogni angolo di casa.
Mi sento mamma quando devo ripetere la stessa cosa millemila volte, ricevo millemila volte la stessa risposta (si mamma ho capito) e mi ritrovo a doverla ripetere per la millemilaeunesima volta tre minuti dopo, e infine facendo mente locale realizzare tra me e me con rassegnazione che mi sto comportando esattamente come mia madre trent'anni fa.

Mi sento mamma quando devo spiegare qualcosa per cui non trovo le parole adatte. E nessuno può farlo al posto mio.
Mi ci sento quando vorrei evitare una spiegazione ma non posso farlo, e spiegare mi costa. E nessuno può farlo al posto mio.
Mi ci sento quando spiegazioni non ce ne sono e non riesco a farglielo accettare. E nessuno può farlo al posto mio.

Poi arrivo a scuola, due insegnanti mi aspettano a braccia conserte e con sguardo eloquente, inizio a sentire i brividi di terrore correre dal collo al fondoschiena passando lungo la spina dorsale, ne avverto il salto di vertebra in vertebra, lo stomaco si chiude e divento come la lancetta di un metronomo lanciata a massima velocità, passo da mamma-tigre a mamma-verme alternativamente, ripetutamente, di frazione di secondo in frazione di secondo. Oggi il Power l'ha combinata grossa, grossissima, enorme.

A distanza di sette ore circa meno quasi, mi sento mamma per aver ingoiato, per aver rimproverato, urlato, per aver castigato, il tutto sperando e pregando il cielo che serva a qualcosa, e nel terrore che non sia così; per essermi sentita per l'ennesima volta una madre incapace, fragile, esasperata, inadatta a svolgere il mio ruolo come si deve, inefficiente e inefficace, per non riuscire a capire l'origine dei miei errori e non riuscire a trovare una soluzione, per aver pianto ancora.

Altro che epidurale.






sabato 23 marzo 2013

Caduta

Sono una di quelle persone, e sono tante, che parlano bene e razzolano male. La buona volontà ce la metto, ma a volte c'è come qualcosa di incontrollabile che si inceppa. Dico sempre a mio figlio che le paure vanno affrontate, consapevole che non sempre ce la si fa da soli. Scappare non risolve i problemi.

Beh, ecco, oggi io sono scappata. Sono scappata da una situazione banale, ma che sul momento mi ha terrorizzata, e a dispetto di tutti i miei buoni propositi ha prevalso in me l'istinto di darmela a gambe. La riaffronterò, devo farlo per non peggiorare il problema, ma non lo farò da sola. Da sola ho fatto tante cose, cose anche molto più pesanti di questa, ma adesso ho bisogno di una stampella. Gnà fo. E mi vergogno da morire.

I momenti di debolezza sono cose che capitano nella vita. Nessuno è indistruttibile, nessuno è invulnerabile. Ma la cosa più difficile, quando la debolezza prende il sopravvento sulla ragione, è poi dover fare i conti con me stessa e con la mia immagine riflessa allo specchio e farci la pace.

lunedì 18 marzo 2013

Piove!

A me la pioggia piace. Mi piace il rumore che fa, mi piace schizzare nelle pozzanghere quando ho gli stivali ai piedi (come i bambini, ma non ditelo al Power), mi piace guardare il giardino che sotto l'acqua riprende vita, adoro l'odore della terra bagnata, e anche se poi devo stare a pulirli mi piace vederla scendere dai vetri. E pazienza se ci si bagna quando si esce, è acqua, che sarà mai. Basta attrezzarsi. Ma tutti si lamentano quando piove.
Qualche giorno fa, però, sono stata al centro commerciale per acquistare un ombrello nuovo. A dispetto delle proteste del Gatto Alfa, che dice che "fa troppo schiass", ho comprato l'ombrello più allegro che ho trovato.
Guardare la pioggia con addosso il riflesso multicolore di questo ombrello dà al grigio tutto un altro corredo di sfumature.

lunedì 4 febbraio 2013

Armi giocattolo

Vediamo se riesco a trovare le parole giuste per spiegare quello che mi sta passando per la testa in questo momento. E non è semplice sapete. Ma voglio provarci. In realtà si tratta di una sciocchezza, un fatto di una banalità estrema.
Mio figlio, come gli anni scorsi, quest'anno a Carnevale vuole vestirsi da sceriffo: il solito cappello con la stella di alluminio supersottile, la solita camicia in fresco di lana a scacchi rossi e neri riciclata dal papà (camicia risalente a un numero indefinito di taglie fa, diciamo almeno quattro o cinque) ogni anno meno abbondante ma che sembra fatta apposta, il solito bandana blu lavato talmente tante volte da sembrare quasi azzurra, il solito fodero allacciato in vita da una cintura in carton-eco-pelle a cui i buchi di anno in anno si aggiungono in cima anzichè in fondo. Niente baffoni disegnati con la matita nera dalla mamma: i connotati immutati sono la conditio-sine-qua-non per poter accettare un qualsiasi travestimento, da sempre.
Niente pistola.
Le maestre a scuola non vogliono armi. Sono diseducative. E hanno ragione, sotto certi aspetti. E ci hanno fatto notare che fin troppo spesso il Power a scuola, durante le ricreazioni fatte nell'androne interno a causa per esempio del maltempo, gioca con le costruzioni appunto costruendo pistole: non va bene, è un invito alla violenza, hanno dovuto vietarglielo.
Peccato che non gli abbiano mai chiesto il perchè di tutte queste pistole, prima di vietargliele. Ne avrebbero ricevuto una risposta sorprendente.
Sinceramente anche a me da un po' fastidio che mio figlio giochi spesso con armi fatte di cartoncino, di lego, di carta, di tubi di cartone ricavati dai rotoli dello scottex terminati, eccetera eccetera: dopo un po' stufa, e un po' dà da pensare, se non lo conoscessi mi darebbe l'impressione di un bambino che ce l'ha col mondo e vuole eliminarlo.

E invece no. La sua ispirazione è molto più semplice e di una tenerezza infinita, ed è la dimostrazione che spesso la malizia è solo nell'occhio di chi guarda.

Giovedì scorso la suora, al catechismo, ha chiesto ai bambini di disegnare un albero con tanti rami quanti sono i componenti della propria famiglia stretta (mamma, papà e bambini). Da ogni ramo dovevano spuntare almeno due foglie, su ciascuna foglia doveva esserci scritta una buona azione o un buon comportamento tenuto dalla persona rappresentata dal ramo.
Dal ramo del suo papà spuntavano la foglia del "mi accompagna a scuola", e del... "contribuisce a far rispettare la legge" (ha scritto proprio "contribuisce").

Il Power mi ha detto che vuole vestirsi da sceriffo perchè lo sceriffo faceva il lavoro che oggi fa il suo papà con i suoi colleghi. E lui ne è talmente orgoglioso che anche senza pistola il significato non cambia.
E sarà una spiegazione molto fantasiosa, ma a me ha commosso.
Perchè come i suoi compagni di classe che si vestono da Uomo Ragno, da Gormito o da tartaruga ninja, mio figlio desidera anche lui impersonare il suo supereroe, ma in una interpretazione personalizzata, che fa molta più scena, e il Power ha sempre modalità tutte sue per fare scena. Lui non costruisce pistole col lego per altri motivi al di fuori del sentirsi un po' come il papà, che difende le persone, cattura i ladri (si beh, ogni tanto ci riesce anche), sventa una rapina; nella sua fantasia il papà fa tutte queste cose con la stessa naturalezza con cui il papà di G. sforna chili di crostate e riempie le vetrine di pasticcini di ogni forma e colore, il papà di V. manovra lo scavatore e il papà della Vale vende secchi di vernice e pennellesse. E' un bambino di nove anni.

Ps. Giusto per puntualizzare, mio figlio conosce bene la differenza tra il suo papà, Rambo e i Power Ranger, non occorre che lo dica o che scenda in particolari. In nove anni di spiegazioni e di risposte ne ha già avute in modo più che esaustivo e continuativo, e ne avrà ancora quando ce ne sarà la necessità.

Ps 2 - Le "mie" foglie erano vuote, perchè non ha fatto in tempo a riempirle con le frasi ma solo a disegnarle. Ma a differenza delle altre erano entrambe enormi, e... a forma di cuore :D

lunedì 21 gennaio 2013

Ammucchiamento

Ho un blog creativo. Aaaaaaah, che novità. C'è tanto di iconcina qui a sinistra che lo dice, e cliccandoci sopra ci si arriva, se ci si fa prendere dal morso della curiosità (mamma mia tutti curiosi verooooo? Si certo come no :D ) Se non ci fosse l'iconcina me ne dimenticherei anch'io, visto che non lo aggiorno da circa meno quasi... un mese. Non perchè non abbia realizzato nulla di creativo in queste settimane, ci mancherebbe altro, Mamigà con le mani in mano non ci sta mai, è questione di sopravvivenza psichica.

C'è che sono pigra, enormemente pigra quando si tratta di lavorare con le immagini, e un blog di lavori manuali senza fotografie è come un dizionario, anzi anche meno visto che i miei lavori non sono mai niente di assolutamente nuovo che non si sia mai visto in giro. Come dire, reinterpretazioni di idee altrui, o almeno per il novanta per cento dei contenuti. Però, nella mia mania di dare un ordine a qualunque cosa (meno che alle idee), mi sono pensata di aprire il blog di lavori con entusiasmo un certo numero di anni fa, di importarlo nel periodo della chiusura di Splinder (perchè mai perdere tanto lavoro virtuale, mi sembrava un peccato), e poi è rimasto lì. E mentre faccio l'auto-lagna sul quanto mi stufi tenerlo lì in agonia ma senza farmi travolgere da un'onda di pietà e sistemarlo, navigo in rete saltellando qui e là lasciando scie di bava di invidia sulle pagine, a mio parere sempre e comunque più s-u-p-e-r e infinitamente più attraenti delle mie. Il fatto, poi, che la stragrande maggioranza di chi mi seguiva tramite blog(s) è diventata una piacevole compagnia su FB, mi porta automaticamente a condividere i miei progressi bricolosi lì piuttosto che qui, tant'è vero che capita casualmente di dover fare mente locale quando qualcuno legge di qua e mi risponde/commenta di là, accidenti a Facebook. Facebook ha ammazzato i blog, è tutta colpa sua (opera di autoconvincimento sulla efficacia della quale ho già di mio seri dubbi. Ok, scherzavo).

Stamattina l'illuminazione: attenti bene eh... "se importo Il Cesto Magico (nome iniziale del blog) qui e lo relego in una pagina a parte, ce l'ho a portata di zampa e il lavoro di aggiornamento viene più spontaneo. Sono un genio".
Bella l'idea, facile il trasbordo, ma praticamente inutile dato che i post importati si sono mescolati con nonchalance a tutti gli altri, compresi i doppioni, e Blogspot non ha l'opzione che mi permette di separarli in una pagina unica, ma solo di poterli rintracciare tutti tramite tags. Cioè, dopo questa bellissima trovata da medaglia di cartongesso, chi ha voglia di farsi del male e andare a leggere i post a ritroso si trova DUE post praticamente identici sul Mamigalbero 2012 con tanto di doppia foto (che uno dice "questa non è in menopausa forzata, ha l'Alzheimer giovanile"), e chi Googola (esempio) "SAL spazzatura" e ha il ridicolo suggerimento di cliccare da queste parti, si trova le foto di due o tre sacchetti "crocette e lavanda" seguite - chiaramente, perchè no? Praticamente naturale la cosa - da un post lamentoso sulla caduta dei capelli per la chemioterapia. Pheego.

Ecco, visto che sono giorni in cui rimugino sul fatto che  "fare gruppo" e "fare mucchio" sono due cose ben distinte (ma questo per altri motivi, ben lontani dai discorsi di cui sopra), credo oggi, qui,  di aver fatto un vero lavoro di... ammucchiamento. E sto ancora cercando un'idea che mi permetta di risolvere i miei fantasiosi, bricoleschi quesiti. Sempre che ne valga la pena.

mercoledì 9 gennaio 2013

E' andata...

Oggi mi hanno rimosso il Port-a-cath. E' stato un intervento veloce (una ventina di minuti in tutto, e sono entrata in ambulatorio dieci minuti prima dell'ora in cui avevo appuntamento), quasi indolore (ho sentito solo la puntura dell'anestesia, qualche strattone, e lo strappo della placca che l'infermiera mi ha applicato al braccio per il bisturi elettrico), e commovente. Per me, ovvio, perchè mentre il medico lavorava pensavo al motivo per cui l'ho messo, e al motivo per cui lo stavano rimuovendo. Nel momento in cui il chirurgo ha detto di aver estratto tutto il cateterino ho realizzato che è davvero finita questa cosa, e non ho retto.  Volevano darmelo, io sul momento ho pensato "perchè no?", ma poi quando l'ho visto ho detto "no, grazie no". Che vada, io non ne voglio sapere proprio più.
Poi sono uscita, sono passata in reparto ad abbracciare la mia amica che sta facendo ancora Herceptin e che si era appena alzata dalla poltrona, che mi ha detto un po' sconsolata "chissà quando toccherà a me?", e io le ho risposto sorridendo e cercando di ricacciare i lacrimoni che anch'io quando ero al suo posto pensavo che non sarebbe mai finita, e invece è finita eccome, e con ancora più grinta ci arriverà anche lei; ho schivato il dottor Clooney che non mi ha visto perchè era girato di schiena e come sempre di corsa, e ho infilato l'ascensore. Per poi tornare su di volata a recuperare una borsa che avevo dimenticato in ambulatorio chirurgico.
Sono stata a mangiare da mia madre, ho festeggiato con la mia famiglia con una torta tutta panna e cioccolato che mi sono meritata alla facciaccia della dieta, e sono tornata a casa. Ho aggiornato velocemente il mio status su FB per le persone che aspettavano news, fatto due chiacchiere piacevoli con un'amica via messenger, una breve telefonata altrettanto piacevole con la mia ancora di salvezza già de-port-izzata da mo' che ieri ha raccolto il mio SOS di panico del giorno prima (grazie Romina, la mia stima sia con te :D), e ho spento il pc.
E sono crollata. Ho dormito tutto il pomeriggio, forse per reazione allo stress nervoso. Adesso sono mezza stordita, ho cenato con un paio di toast e del tè, ho un filo di mal di testa che mi porto dietro da stamattina, la spalla brucia un po', e ho voglia di silenzio. Tanto silenzio. Mi sento un po' come quando si è immersi nella nebbia, con tutto il mondo attorno ovattato e quasi impercettibile, con in sottofondo solo il ticchettio dei tasti del pc e le fusa di Miki, la mia gatta bianca e nera che fa finta di pisolare qui, alla mia sinistra, sul lettone.  Giù, al piano di sotto, il Gatto Alfa e il Power stanno guardando i cartoni animati.

Le festività sono passate, e nonostante mio figlio domenica mi avesse chiesto di attenderlo per re-iscatolare tutta la nataleria di casa, ho preferito farlo io da sola tra ieri mattina e il primo pomeriggio. Rapido, indolore (o quasi), sistematico come è sistematica ogni mia procedura. Anzi, già che c'ero ho approfittato per eliminare un po' di decori diventati praticamente inguardabili per l'usura, che si sa (caro Power...), occhio (riciclone estremista, peggio di sua madre) non vede, cuore non duole.
E' passato anche il complePower, forse il più allegro in questi nove anni: abbiamo invitato qualche suo compagno/a di scuola a casa nostra, ed è stata una vera festa. E' stata una festa prima, perchè io e lui ci siamo impegnati insieme a preparare il rinfresco, in una catena di montaggio-cibarie ineccepibile. E' stata una festa durante, perchè ho lasciato liberi i bambini di giocare a loro piacimento come suggeritomi da Roberta, e due ore sono volate con tante risate e gridolini gioiosi a fare da sottofondo musicale, confesso che mi sono divertita anch'io a vederli e a sentirli. Ed è stata una festa dopo, perchè mio figlio si è reso conto - e me lo ha detto - che i suoi amici sono venuti per lui, lui che è sempre stato invitato alle feste altrui e per un motivo o per l'altro non ha mai potuto ricambiare prima, lui che era convinto che gli altri bambini non si sarebbero presentati perchè ha l'autostima di un chewing-gum spiaccicato dalla ruota di un tir. Però sono venuti, e lo hanno reso felice.


lunedì 24 dicembre 2012

Auguri!

Dunque.
Ho passato l'intera mattinata a fare pulizie e a stirare quattro cose in sordina, dato che il Gatto Alfa ha fatto il turno di notte, e dopo averci portato le brioches calde dal forno per colazione si è meritatamente e legittimamente tuffato tra le braccia di Morfeo, as usual, fino all'una.
Ho trascorso il pomeriggio tra i fornelli, per adempiere al mio dovere natalizio come la maggior parte delle mie amiche e parenti amorevoli mamme e/o mogli (ovviamente un occhio al lavoro e un occhio al messenger per tenersi aggiornate sui relativi avanzamenti, in questo la tecnologia è una gran sostituta del "poner" del secolo scorso :D). Ho prodotto:
-involtini di sfoglia e wurstel con semi di papavero e di sesamo
-grissini allo speck, grana e semi di finocchio
-crema di radicchio e filadelfia da spalmare sui crostini
-crema di gorgonzola, filadelfia e noci per riempirci i voul au vent
E questo per domani. Per cena ho fatto solo un risotto e dei grissini con l'affettato, il panettone con cioccolato e crema è arrivato di straforo.
Non contenta, dopo cena mi sono messa a fare delle crepes ripiene di besciamella (pronta), funghi ed emmenthal. Si da il caso che il Gatto Alfa oggi pomeriggio sia stato da sua madre, e l'ha trovata in disperazione per aver cucinato un'anatra risultata poi immangiabile: esageratamente salata. E credetemi, se mia suocera dice "salata" significa che è stata letteralmente travolta da una valanga composta da tutto il sale del Mediterraneo. In questo caso penso che un piatto in più la farà sentire meno in colpa per aver fatto qualcosa in meno di quanto si era prefissata. O forse la farà sentire in colpa un tic di più, ma tant'è, lì i sensi di colpa sono parte del materiale con cui sono fatte le piastrelle del pavimento, quindi... Ops, pardon, è Natale, niente sarcasmi.

Adesso dovrei fare Babba Natale: il Power si è addormentato da poco, e ci sono dei doveri a cui adempiere. L'ho scritto un anno fa, mio figlio sa di Babbo Natale dall'anno scorso, ma vuole continuare il gioco, e noi lo si asseconda più che volentieri perchè diverte anche noi. Vado a prendere il suo paccone (il Power ha chiesto il microscopio quest'anno), incarto e infiocchetto, e poi sinceramente prendo la via del materasso alla velocità della luce, perchè sono frantumata.
Ma non prima di aver lasciato il mio augurio personale a chiunque passerà di qui.
Io quest'anno non ho scritto web-letterine a Babbo Natale, mi pare una cosa ovvia e troppo usata qui sul web. E poi per chiedere cosa, che tanto qualsiasi cosa si chieda l'anno prossimo ci si trova a chiederla di nuovo, visto che non è certo Babbo Natale a risolvere i problemi o ad esaudire i desideri ma il più delle volte è solo una questione di volontà personale, assieme ad una tosta dose di fondoschiena? Ho pensato però che, se proprio dovessi chiedere, chiederei un incantesimo sulla legnaia: che la legna nella stufa potesse durare un po' di più, così da farmi risparmiare qualche viaggio dentro-e-fuori per caricare la stufa, con buona grazia della mia povera schiena. Poi una mia cugina mi ha suggerito un banalissimo carrello, e allora ho pensato vedi, siamo davvero noi Babbo Natale. E non solo per questo genere di incantesimi.

Buon Natale a tutti! Trascorretelo come volete, con chi volete e dove volete, ma cercate di portare del buono e di trarne del buono, tanto o poco che sia.
Auguri!

sabato 1 dicembre 2012

Magari tardi, ma ho iniziato anch'io a canticchiare "Jingle Bells" di tanto in tanto. Ho iniziato ieri sera.
C'è il primo delizioso pacchettino da infilare sotto l'albero (ho sbirciato il contenuto, lo ammetto, ma ho subito richiuso la scatola da brava ragattina)

C'è la frutta secca a tavola, che fa tanto Natale, fa tanto Inverno, fa tanto ingrassare, ma non c'è Natale senza sgranocchiamento di noci e noccioline (questo in foto è un presente che mi hanno portato gli ospiti che ho ricevuto ieri sera, nuove piacevoli conoscenze)

C'è il piacere di rimettersi ai fornelli (sempre a proposito di "due minuti in bocca e tutta la vita sul..." vabbè)
Ci sono i gatti che sistematicamente si prendono il posto migliore davanti alla stufa prima che passi per la testa a me
E c'è lo spirito creativ-natalizio che magari tardi, ma inizia a produrre anche quest'anno
Stasera, dato che sono sola in casa come accade spesso, mi sono messa di impegno nell'iniziare a confezionare una parte dei pensierini da spedire nei più disparati angoli del Bel Paese. Ci sono i parenti lontani, e le amiche, vorrei sempre raggiungere tutti e regolarmente mi dimentico qualcuno, che anche se c'è crisi ma magari qualcosa di piccino e pensato deve partire. Se poi una volta che riesco ad immergermi nello spirito adatto scopro che ho tutto tranne la carta da pacchi, senza la quale non parte un cavolo di niente...

Le visite sono andate bene. Circa meno quasi.
La reumatologa mi ha prescritto due farmaci nuovi, tanto per arricchire l'armadietto dei medicinali (e per fortuna periodicamente faccio una scrematura e scarto i farmaci scaduti o in scadenza a breve, altrimenti scoppierebbe): clorochina e un miorilassante. E io, come da manuale Mamigaesco, me li sono procurati solo a quattro giorni di distanza. Non ho assolutamente voglia di iniziare a prenderli (me lo dico da sola: e allora perchè vai dal medico se poi non fai quello che ti dice? Risposta: ci sono momenti in cui mi terrorizzano di più i farmaci del dolore stesso, ma siccome questa cosa è periodica, aspetto che passi e che si alzi l'altro piatto della bilancia. Succede sempre, prima o poi). Ho vinto esami del sangue, ecografia a mani e piedi da eseguirsi assolutamente in reparto, visita oculistica e corso di ginnastica adatta alla patologia. Niente cioccolatini in omaggio. E questo mi brucia. Accidenti.
Il cardiologo, che ho visto giovedì, dice che teoricamente sono guarita: non sono più cardiopatica. Ma devo comunque prendere le pastigline per il cuore, almeno fino alla prossima visita, tra un anno. Per precauzione, ha detto la dottora, e perchè in vista dell'assunzione della clorochina, potenzialmente cardiotossica anch'essa, è meglio continuare ad assumerle. E io sono stufa di vivere appesa ai blister.

La reumatologa mi ha bacchettata perchè non le ho portato quelli che dovevano essere i miei compiti per casa: misurare la pressione due-tre volte a settimana e segnarla.
La cardiologhessa mi ha bacchettata per lo stesso motivo.
Il mio MMG, a seguire, mi ha raccomandato di farlo. Come i vecchietti, avete presente? Quelli che al mattino accendono prima la macchinetta per la pressione di quella per il caffè.

Io invece vorrei vivere continuando a dimenticarmene come ho fatto fino ad oggi, avendone le scatole più che piene di queste cose.
Intanto mi sono fatta il pomeriggio stesa con il mal di schiena.

venerdì 16 novembre 2012

Uscite

Genero 1 non si capacita che tutto il mondo ruoti attorno a Suocera Secolare in questi giorni difficili, così prende ogni pretesto per dire la sua e usare il telefono in duplex ogni volta che qualcuno chiede notizie, anche quando la sua opinione non è richiesta. Beninteso, tu non sai che il telefono è in duplex fino a quando, mentre parli con Figlia 1, non senti sospiri e singhiozzi che sembrano appartenere ad una interferenza aliena transitante su una linea parallela, che diventano esclamazioni particolari di tanto in tanto.
Figlia 2 si fa un mazzo tanto per assistere la madre ogni giorno, ma non essendo automunita e abitando in un paese dove i trasporti pubblici sono una fantasia, si fa portare in ospedale ogni giorno dal marito pensionato, e venire a riprendere dopo ore. Il marito, cioè Genero 2, ha chiesto un rimborso delle spese della benzina a Figlia 1, non si capisce bene a che titolo visto che si tratta dell'assistenza di sua suocera, e non di una persona estranea.
Nipote 2, cioè mio marito, si è permesso di chiedere ai medici notizie della nonna, non essendo in grado Figlia 2 di fornirgli informazioni esaustive, cioè che vadano oltre al "mah... boh... intanto le mettono le flebo, no sai nuje". In seguito si è permesso di parlare apertamente con Nipote 3, figlio trentacinquenne di Figlia 2, dando per scontato che Nipote 3 (con due lauree sul groppo, mica stupido) sapesse che la nonna sta preparandosi per il Grande Viaggio. Figlia 2 ha in seguito letteralmente fatto nera al telefono Figlia 1, in quanto secondo lei Nipote 2 in qualità appunto di nipote (e non di figlio) non aveva nessun diritto di presentarsi al medico a chiedere informazioni. Inoltre si è macchiato della orribile colpa di aver parlato di morte con il cugino, Nipote 3 appunto, che Figlia 2 si illudeva di tenere all'oscuro della bruttissima verità.
Nessuno fino a qualche giorno fa si era accorto che per quattro giorni la bisnonna non veniva alimentata in alcun modo, nè con del cibo, nè artificialmente. La mancanza è saltata all'occhio alle ausiliarie, dopo che per l'ennesima volta servivano il pasto alla vecchietta e al ritiro del vassoio non era stato toccato nulla. Da allora, e solo da allora, al suo capezzale c'è sempre qualcuno, 24 ore su 24.

Moglie di Nipote 2, cioè la sottoscritta, ha deliberatamente deciso di tenersi lontano da tutto questo, perchè ritiene che quello che pensa realmente di tutta questa faccenda non sia affatto utile a migliorare la situazione, e quello che i più si aspettano che faccia sarebbe una recita fatta proprio male. Quindi, supporta Nipote 2 in tutto e per tutto quanto è possibile per aiutarlo a sostenere i suoi genitori (perchè via, in fondo non sono mica una bestia nè una scheggia di iceberg), lo libera da ogni minima e immaginabile incombenza che vada oltre al suo orario di lavoro, così da lasciargli il maggior tempo possibile per occuparsi di loro e di tenere ferma la testa, ma lo fa dietro le quinte nel modo più concreto possibile, per motivi personali e non sbloggabili.
Le hanno mandato a dire che sembra che non gliene importi nulla di quanto sta accadendo in famiglia.
Sulla mia lapide, al tempo, incideranno a caratteri gotici dorati la dedica "sostenne per tutta la vita la causa del chi se ne frega".

No, in realtà non è che non me ne importa nulla. Tutt'altro. Sono estremamente emotivamente coinvolta in tutto questo, anche se cerco di non darlo a vedere a nessuno, sopratutto perchè tutto si sta trascinando oltre quello che si pensava, ed è esasperante. Ma faccio una fatica tremenda a relativizzare il tutto, a dirmi "le persone in situazioni come questa non sempre sono razionali, e spesso esce quello che in tempi tranquilli non passerebbe nemmeno per l'anticamera del cervello, perdono la testa, non è il caso di dare più peso del necessario a queste uscite". Non mi capacito che, pur riconoscendo che in virtù dello scarso legame che la bisnonna ha stretto con chiunque (compresa la parentela) non ci si poteva aspettare le lamentazioni bibliche in processione a capo coperto in ginocchio sui ceci, in questo momento così difficile troneggi un così spiccato ingegno in chiunque (o quasi, perchè fare di tutta l'erba un fascio è sempre sbagliato) per tirar fuori il peggio di sè. E per non esplodere evito, perchè le esplosioni ora sono fuori luogo e controproducenti.

E la Ghighie intanto è ancora qui, non si sa bene per quanto. Obiettivamente potrebbe anche tornare a casa, in pratica spostarla dal letto di ospedale dove si trova è un rischio, del quale nessuno si prende la responsabilità. Ma nel mentre si diverte a  fare il gesto dell'ombrello a chi le sta metaforicamente prendendo le misure per la bara.

sabato 10 novembre 2012

La Ghighie

In questi giorni di metà autunno nei nostri pensieri c'è una sola persona: Ghighie P., classe 1912, furlanata DOC, di quelle che ce ne sono rimaste non moltissime ormai. Furlanata in tutti i sensi, e credo che solo altre furlanate siano in grado di comprenderne il vero senso.
Trattasi della centenaria nonna di mio marito, di cui parlai in un post mesi e mesi fa, dieci esattamente, in occasione del suo appunto secolare compleanno. Ne torno a parlare perchè la Ghighie ci dà da pensare parecchio, per il motivo più ovvio: ci sta facendo credere di essere arrivata al capolinea. Beh, niente di più normale, in fondo l'aspettativa media di vita dell'uomo lei l'ha già superata da un pezzo, e passare oltre la frontiera a cent'anni non è certo una cosa che uno può dire "e chi se lo aspettava", tutt'altro.
E io che non sono particolarmente legata a lei affettivamente, con il distacco che mi è proprio verso di lei, ogni tanto mi ci perdo a pensare a questa vita lunghissima.

Cento anni. Tanti. Tantissimi. Mia madre ad ogni compleanno ci ricorda che lei si è prefissata di arrivare a compierne cento, e per quel compleanno fuori dal comune vuole tutte e cento le candeline su una torta adeguata (e anche un buon adesivo per dentiera per spegnerle, non si sa mai). Mia madre è arrivata a sessantaquattro, e ne ha viste tante. Immaginate chi ne ha viste per cento anni.
La Ghighie ha al suo attivo due guerre, un numero ics tra fratelli e sorelle (non ricordo se cinque od otto, comunque tutti già morti da tempo), una matrigna, un marito, tre figli di cui uno già passato a miglior vita, sei nipoti, e un numero imprecisato di bisnipoti (me ne sono noti solo due, dato che con una parte della famiglia ha interrotto ogni tipo di rapporto una trentina di anni fa). Ha visto nove Papi (lei è credente infervoratissima), due re, undici presidenti della Repubblica. E' nata in anni in cui la donna non aveva diritto al voto, la scolarizzazione femminile era cosa approssimativa, corrente elettrica e acqua dal rubinetto erano cose da ricchi, il Titanic faceva il suo primo ed ultimo viaggio, il cinema era muto e la televisione non esisteva. E ne ha passate tante, la Ghighie, tante che mai, nella sua vita da persona semplice, che ha conosciuto povertà e fame fino a quando i tempi non hanno reso la vita più vivibile e dignitosa a chi lavorava. E la Ghighie ha lavorato tanto. Mi raccontava spesso, quando ancora era in grado di esprimersi, degli anni in cui lavorava in filanda, "a giornata", facendosi i chilometri in bicicletta o sui carretti ogni giorno. Storie che a sentirle raccontare sembrano favole, e in realtà non lo sono, storie come altre migliaia, tutte uguali e tutte diverse. Andavamo a trovarla ogni tanto io e mio marito, quando eravamo ancora fidanzati e lei viveva da sola. Sola in una casa a due piani, di cui si era riservata una sola piccolissima stanza per mangiare e dormire (jo no ai voe di stà a netà dute la cjase, mi baste che cjamarute chi, e l'ort). Al piano di sopra viveva il marito. Si, perchè i due si detestavano caldamente e cordialmente, ma il matrimonio è cosa sacra e non si tocca. Così, onde evitare di ammazzarsi l'un l'altra, uno su e l'altra giù, finchè morte (di lui) non li ha separati. Ci faceva entrare in casa (dove viveva chiusa a chiave) dal retro e ci preparava il caffè, con il suo macinino elettrico che mentre frantumava i chicchi scuri lei fissava compunta (se tu lu chialis, al ven mior, diceva).  Poi ci faceva uscire dal davanti, non so per quale motivo. E ho ancora impresso il senso di terrore che ho provato la prima volta che sono uscita da quella porta, nel notare posata in un angolo sul pavimento... un'ascia. Era convinta che se qualcuno avesse tentato di entrare in casa contro la sua volontà se la sarebbe vista con lei, armata di ascia.

La Ghighie poco prima dei quarant'anni si è chiusa in casa e non è uscita più, se non per curare il giardino e l'orto. O meglio, ha chiuso fuori dal cancello tutto il resto del mondo, e ha continuato a vivere nel suo universo. Pochi anni prima di trasferirsi da mia suocera le si è rotto il televisore, e non ha mai voluto farlo riparare o sostituirlo, perchè diceva, non le interessa sapere cosa succede fuori di casa sua. L'unico contatto con il resto dell'umanità (si fa per dire) è radio Maria, che ascolta 24 ore su 24, e a cui è appesa come ci si appende al maniglione del corrimano degli autobus. Anche di notte. 
Non si è mai capito il perchè di questa sua reclusione, non ne ha mai voluto parlare, e me ne sono fatta l'idea di una psicosi che oggi cercheremmo di risolvere con l'aiuto di un buon professionista e di farmaci adatti, ma ai tempi della Ghighie e con la Ghighie... no, non se ne può nemmeno fare accenno. Perchè la Ghighie era ed è furlanata di vecchio stampo, e ho detto tutto. Anche perchè lei a modo suo l'ha risolta questa cosa: ha addestrato i figli a vivere per lei, a pensare per lei, ad agire per lei, e a sentirsi incommensurabilmente in colpa nel momento in cui avessero l'ardire di pensare per un momento a loro stessi. E in questo, è da dirlo, è stata una campionessa. Di fatto ha trasformato questa sua vita nascosta, con tutto quello che ne è seguito per forza di cose, in un motivo per non farsi amare praticamente da nessuno al di fuori delle figlie, e di un nipote. Non è che la detestino, semplicemente nessuno ha per lei quell'attaccamento che più o meno si ha con una nonna o con una zia. E non per cattiveria, ma perchè non ha fatto praticamente nulla per farsi amare. Allergica alle manifestazioni di affetto più comuni come possono essere un bacio od un abbraccio, si guardava bene dall'interessarsi di chiunque, nemmeno una telefonata, in nessun caso e per nessuna ragione, fosse anche la nostalgia. A parte una unica chiamata in occasione del primo compleanno di mio figlio, il nulla. Fuori dal suo cancello è cambiato il mondo via via, è cambiata la sua cittadina, ci sono state nascite, morti, diplomi e prime comunioni, matrimoni e divorzi, e lei se ne è tenuta stoicamente al di fuori, senza ripensamenti, mai. Come se per lei il mondo fosse troppo da sopportare, troppo da accettare, come se affrontarlo o solo farne parte  richiedesse un sacrificio troppo grande da fare, e lei in un terzo della sua vita aveva già sacrificato troppo. In famiglia si dice che è questo suo egoismo ad averla fatta vivere fino a cento anni. Il suo medico ci aggiunge il fatto che da sempre ha l'abitudine di bere un bicchierino di grappa all'una di notte (si si, avete letto bene), e il giorno in cui mia suocera gli ha chiesto se non fosse una abitudine nociva, lui si è limitato ad alzare le mani e a risponderle "signora...". Mia suocera quando ne parla la giustifica con il fatto che le serve per sciogliere quel poco di catarro che le si deposita in gola stando sdraiata, perchè ha la gobba. Ma lo sappiamo tutti che è perchè il grappino le piace, solo che si sa come va, si fa ma non si dice, e se si deve dire almeno diciamolo elegantemente.

L'ho criticata spesso, non posso negarlo, e chi non lo farebbe. L'ho criticata e giudicata fino al giorno in cui qualcuno si è permesso di criticare e giudicare apertamente il mio modo di condurre la mia esistenza, senza peraltro conoscere le ragioni delle mie decisioni, e ho capito che no, non si può. Non sono diversa da lei in fondo, nessuno lo è, fino a quando cerchiamo di vivere quello che ci è dato di vivere sbagliando e cercando di migliorare, cercando la felicità con quello che abbiamo a disposizione, in mezzi concreti e risorse umane, nè più nè meno. Ma poi, a cent'anni, cosa vuoi andarle a dire, che ha sbagliato tutto? Che ha fatto soffrire più di qualcuno? Che tu avresti fatto diversamente? Ti risponderebbe, ne sono quasi certa, che lei ha già dato, adesso tocca a te.  A cento anni ha ancora la lucidità per zittirti con al massimo quattro o cinque parole, e dette in un modo che non ammette repliche. Ha ancora la capacità di farti sentire piccolo come un granello di sale,  anche se ti poni davanti a lei sicuro delle tue ragioni e carico della tua istruzione e delle tue esperienze, o quelle che credi essere tali. Che lei vive in sedia a rotelle da un pezzo, è piantata davanti alla televisione per ore senza peraltro riuscire a sentire perchè è sorda come una campana, ha la pelle incartapecorita e non le sta più su la dentiera, ma basta guardarla in quegli occhi vitrei per capire che la sa molto, molto più lunga di quello che credi.

Insomma, la Ghighie aveva detto stop. Aveva.
E' ricoverata in lungodegenza da due settimane, perchè mia suocera ha dovuto subire un piccolo intervento al ginocchio e l'ha ricoverata, con l'opportunità di farle fare il solito ceck-up che fa ogni anno. Una settimana fa ha avuto un piccolo infarto ed è stata portata al Big Hospital d'urgenza. L'hanno tenuta in osservazione.  Due notti fa ne ha avuto un altro, e i medici ci avevano avvertito di prepararci al peggio: entro qualche ora al massimo avrebbe incontrato nostro Signore. Non l'hanno nemmeno messa in terapia intensiva, non avrebbe avuto senso.
E invece no. E' ancora qui.  Mio marito è stato a trovarla ieri sera e l'ha trovata sveglia, lucida, consapevole, ciarliera, e ben determinata a seppellire ancora qualche anima prima di lei. Cose che se capitassero a un comune mortale sarebbe andata ben diversamente. Come quando qualche anno fa si convinse che il suo mal di denti non era un mal di denti ma un tumore alla bocca che l'avrebbe portata via nel giro di poco, o il raffreddore che doveva essere un tumore ai polmoni fulminante, mentre invece le analisi fatte poco tempo fa le diagnosticavano solo un lieve calo di pressione e un abbassamento della vista. Il minimo della pena. Come quando vai in farmacia a fare spesa e paghi solo il ticket.
E' inutile farsi illusioni, immagino (ma non ne sono nemmeno tanto sicura) che sia come il canto del cigno. Obiettivamente, non ci si può aspettare che rinsavisca e viva altri dieci o vent'anni. In ogni caso, prima o dopo che succeda, tanto o poco che le si sia voluto bene, mancherà. Se non altro perchè nel suo ruotarle attorno nell'organizzazione della vita, chi ha dovuto e voluto starle vicino ha comunque imparato qualcosa.

martedì 30 ottobre 2012

Declutterando

Ci sono stati anni, e parlo più o meno del periodo in cui ero adolescente (ma anche dopo) in cui reagivo agli eventi dolorosi ed alle delusioni facendo quello che ironicamente qualcuno chiamava "sciopero della fame". Non era proprio così, diciamo che mi si chiudeva lo stomaco per dei giorni, ma l'acqua passava. Ecco.
E' evidente che se sono arrivata a pesare quasi novanta chili qualcosa è cambiato in questo senso, che posso incolpare i farmaci fino a un certo punto per questo cambio drastico di mole, punto oltre il quale c'è una fame da reazione nervosa che periodicamente si ripresenta dopo ogni piccola batosta, da un paio di anni in qua. Ma è un altro discorso.
A periodi ci sono stati degli episodi un po' più creativi: una volta ad esempio, dopo aver ricevuto una lettera bruttissima da una persona bruttissima in un momento bruttissimo (ah? Che fantasia) mi sono chiusa nel bagno del piano di sopra (che è il più grande dei due), e ho - in termini venessianassi - svarechinato le piastrelle, dandoci dentro con tanto di quell'olio di gomito da averne credo consumato il primo strato di lucidatura della fabbrica. Ci si poteva spalmarci sopra la Nutella e leccarcela con la lingua, da tanto erano pulite alla fine. Un'altra volta, la scorsa estate, per non spaccare contro il muro qualcosa di solido, atto che mi avrebbe procurato probabilmente una vacanza-premio dove si vede il sole a quadratini dato che il "qualcosa" era un paio di teste umane, ho inforcato la bicicletta (erano tipo le nove di sera) e ho fatto il giro della zona industriale del paese a tempo di record. Ci stava che, oltre ai nervi tesi, mi portavo dietro anche una certa dose di inquietudine per la zona che avevo istintivamente scelto di percorrere a quell'ora, ma ormai, fatta era. Durante il periodo della malattia con la M maiuscola, poi, ho dato il meglio di me riversando sulla tastiera tutto il riversabile, ma è cosa nota.
Insomma, tutto concorre a riequilibrare un po' le energie, come direbbe il mio maestro di Qi Gong. E finchè non fai del male a qualcuno, aggiunge mia madre, ogni sistema "ze bon par tornar in qua".
Ecco, in questi giorni sto scaricando un paio di delusioni abissali facendo... Decluttering.

Che?

Faccio spazio. Elimino, taglio, ordino, seleziono e mi libero di tante cose.  Ho anche scoperto che è una cosa a cui hanno dato il nome gli inglesi, una pratica che ha iniziato ad andare di moda un paio di anni fa o poco più, c'è chi tiene perfino dei corsi di decluttering (ma c'è chi ne ha bisogno? Mah.). Sul web si trova veramente di tutto. Ho anche letto che qualcuno l'ha definito "passatempo per casalinghe annoiate", evidentemente qualcuno che non ha la vaga idea di quanto difficile sia per una casalinga annoiarsi.

Taglio ed elimino per necessità, ma non di spazio (beh, si, anche, nel senso che ben venga questo secondo scopo, anche se come primo impatto con la mia furia eliminatoria così può sembrare - e per un momento lo è sembrato anche a me).

Qualcuno anni addietro mi ha detto che non sono molto brava a nascondermi le cose,  ed essere sinceri con sè stessi sarà anche una virtù sotto certi aspetti, ma spesso è un po' una condanna: non puoi evitare di guardare in viso le tue miserie. Ci provo, ogni tanto. Stavolta ho provato a convincermi che non ha senso tenere qualsiasi cosa perchè un giorno potrebbe tornare buona, perchè tanto i tempi cambiano e cambiano abitudini e gusti, quindi che senso ha lamentarsi che la casa è piccola e non c'è mai spazio a sufficienza se tengo con me l'impossibile?

Ma che grossa, grossissima balla. Voglio liberarmi di quella parte di me che non accetta le sconfitte, che non tollera le umiliazioni, che mal sopporta i silenzi propri e altrui, che non vuole piegarsi ed accettare di vivere in quella mediocrità che mi vedo addosso da qualsiasi lato mi guardi. Voglio eliminare quel senso di frustrazione dilagante che mi pervade in questi giorni, quando tutto quello che cerco di fare che vada al di là del banale e del piccolo, sistematicamente sfuma, scoppia come una bolla di sapone, lasciandomi lì come un salame a darmi della stupida per averci provato. E non è che nel momento in cui l'ho capito mi sia messa a fare i salti di gioia per la bella scoperta, sia chiaro. Non ne vado fiera. Ma ognuno deve fare i conti con sè stesso, e i conti li sto facendo a colpi di... decluttering.

E così in questi giorni hanno preso la strada della raccolta differenziata un mucchio di cose, tra cui vecchi appunti, pezzi di spago, fogli stampati venuti male, depliant dei supermercati super scaduti, vecchie riviste, scatole e scatoline che tenevo da parte per contenere le tempere, pennarelli consumati, matite rotte, fotografie sfocate, sacchetti di nylon che ormai non si possono nemmeno più usare per le immondizie, calzini bucati con più buco che calzino attorno (di cui già ho un paio di scatole piene, e che uso per lucidare le scarpe e spolverare), ciabatte rotte, pezzi di cartone, ganci piegati, garanzie degli elettrodomestici scadute da anni, videocassette talmente usurate che non si capisce nemmeno più che film contenevano, rossetti ed ombretti che avrebbe potuto benissimo aver acquistato mia madre negli anni settanta, costumi da spiaggia di quando portavo la taglia 42 (a ricordarmi che si, c'è stato un tempo in cui entravo in una 42 e un push-up serviva solo ad aumentare e non a sostenere), e via dicendo.  Tutto eliminato, e da eliminare ce n'è ancora. Tutto diviso tra sacco per la plastica e sacco per il secco residuo, scatolone per la carta e sacchi per la Caritas, la stufa a legna per la carta combustibile eccetera eccetera. Grazie a Mia, poi, ho scovato su Facebook un gruppo di utenti regionali che tramite la pagina offre e scambia (gratis) gli oggetti che non usa più, mi ci sono iscritta e spero di riuscire a dare una degna destinazione agli oggetti in buono stato. Perchè va bene eliminare, ma ho ancora una testa per farlo secondo certi criteri.

Fare questo lavoro mi sta dando una strana sensazione di leggerezza, come se respirassi l'aria a bocconi e mi si aprissero i polmoni. Di sicuro la casa ci guadagna in spazio, e io che sono un po' maniaca dell'ordine mi sento soddisfatta nel poter diradare le mie partite a Tetris tra me e  il mio lavoro quotidiano in casa. Che tanto poi ci pensa il resto della ciurma a reincasinare tutto di nuovo, in un modo o nell'altro. Ma si sa, la convivenza richiede dei compromessi, e nessuna famiglia ne è esente.
Ma di solito tra la mia sistemazione e il loro recupero del disordine casalingo passa un po' di tempo, qualche giorno, forse un paio. E in questa parentesi spero di riuscire a liberarmi di quello che non è possibile buttare nei sacchi.
Quello che, come dice qualcuno, fa riequilibrare l'energia interiore e torna ad orientarla in positivo.

domenica 21 ottobre 2012

Od-ori e raffredd-ori :-)

Sono fiorite le piante di incenso: manco sapevo che l'incenso producesse dei fiori, che peraltro trovo splendidi!
 E profumati, ovvio.
Questo autunno non è iniziato nel migliore dei modi: sto ospitando la sorella dell'influenza del mese scorso, tale et quale ma molto più violenta. Ieri ho trascorso la giornata a letto, niente febbre perchè tengo preso l'antipiretico, ma con dolori alle ossa tali da non riuscire a stare in piedi. C'è di buono che il clima e il tempo sono quelli giusti per trasformare l'influenza in un modo per godersi il tepore della stufa, che da qualche giorno abbiamo iniziato ad accendere la sera. La stufa, ma anche le tisane calde, la compagnia di quattro gatti che da quando la temperatura si è assestata sotto i venti gradi hanno ricominciato a gradire le coccole (se non a pretenderle), il piacere di avere tra le mani lana e cotone da lavorare senza dover buttare gli aghi ossidati con la frequenza con cui si usa la carta igienica, le domeniche pomeriggio dedicate ad attività piacevoli, con un sottofondo di musica piacevole, chiacchiere piacevoli in famiglia, progettando piacevolmente l'inverno che arriva tra mille attività, mille impegni e tanti incontri. Anche se sinceramente con il raffreddore non mi viene voglia di fare niente di quanto sopra, limitandomi a leggere qualche rivista e, quando possibile, dormire. Svegliandomi di tanto in tanto per liberare i polmoni dal peso del gatto di turno.

lunedì 17 settembre 2012

Sinusite, tracheite, ho fatto il pieno

C'è che dopo due settimane di naso chiuso, mal di testa, dolori alle ossa e la sensazione continua di essere appena uscita da una lavatrice dopo la centrifuga, il consumo di un bancale di fazzoletti di carta e due di scatole di kleenex, e questo nonostante diversi suffumigi di acqua e sale e un numero ics di dosi di paracetamolo, stamattina mi sono decisa ad andare dal medico.
Ho vinto dieci giorni di antibiotico, aerosol di cortisone, antinfiammatori e un badile di fermenti lattici.
Circolava la voce che in farmacia c'erano i saldi di mezza stagione.