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sabato 27 luglio 2019

Never give up

Sono qui, ci sono ancora eh. Stavo solo continuando a vivere. Mi ero fermata altrove, più presente nei social, tra le altre cose pensando a come portare avanti questo blog. Meno immediato dei social ma più personale.
Non era nato per parlare di malattia. Era nato per parlare della mia esperienza di mamma in primis, per raccontarmi, perchè mi piaceva e mi piace scrivere delle piccole cose quotidiane che mi succedevano e mi succedono, e condividerle. Quando i blogs erano ancora diari virtuali, non spazi per diventare qualcuno o guadagnarci qualcosa di diverso dalla soddisfazione personale. Altri tempi, i tempi di Splinder. Ma non è su questo che voglio soffermarmi oggi. Tornare dopo mesi a buttare giù ricordi e retorica non è quello che avevo in mente.

Cè che oggi sono ancora mamma, ma mamma diversamente da come lo ero agli albori del blog, e il mio posto ora nel fare da narratrice di ciò che è la mia mammitudine ha cambiato fila: me ne sto, come è normale, diverse file indietro. Per fare un esempio concreto che dia l'idea di cosa io stia parlando, ora sono le quattro (quasi) del pomeriggio, io sono qui a scrivere e ho un bel po' di tempo a disposizione per farlo, mentre mio figlio è al centro estivo parrocchiale. A fare l'animatore. Ad aprire le sale con le chiavi dell'oratorio, e probabilmente a prendere per il coppino due bambini delle elementari che se le danno di santa ragione per dividerli, non ad aspettare il pane e Nutella in fila mentre gli si asciuga il portapenne di Das fatto un quarto d'ora fa. Per dire. Anzi, per la precisione oggi sta preparando la sala grande con gli altri animatori per la festa di fine centro estivo di stasera. Festa alla quale, per inciso, madri e padri degli animatori che eventualmente volessero partecipare, sono caldamente invitati a presentarsi in incognito e tenendo il profilo basso. Ufficialmente un adolescente non ha genitori, si è autoriprodotto: lo vieni a sapere, e lo devi accettare, quando ti viene caldamente imposto di non attenderlo alle porte della scuola quando c'è lo sciopero delle corriere, ma devi aspettarlo nel parcheggio trenta metri distante, assieme alle altre madri o padri, rigorosamente senza scendere dalle auto: vuoi mica che si sappia in giro che la mamma lo va a prendere a scuola? E poi, piove? Meglio zuppi di pioggia per aver percorso quei trenta metri in autonomia, che con la testa asciutta sotto un ombrello portato appositamente dalla premura di chi ti ha cambiato il pannolino solo l'altro ieri.

Ah, che bella l'adolescenza. Che bello avere un figlio di quindici anni e mezzo alto una testa e mezza più di te, col 46 di piede e l'odore di muflone da cinque minuti dopo essere uscito dalla doccia al momento in cui vi rientra, che parla per lo più a monosillabi ("mmm... gnu... mboh... bah...") e col quale litigare ogni santo giorno per ogni sacratissimo motivo, ma scorgere tra un mugugno e l'altro i segni di quel grande lavoro della sua crescita che ti dicono anche che insomma, tanto malaccio tu mamma non hai mica lavorato.  E in fin dei conti ok, è stato promosso in seconda liceo con mezzo calcio nelle chiappe con tutti 6 e 7 (se esiste un santo protettore dei professori dei licei, benedica la magnanimità della sua insegnante di arte che gli ha tirato su mezzo voto per evitare il rimando a settembre), ma comunque non è stato segato, e già il fatto che FINALMENTE dopo otto anni di scuola e tre di asilo ha trovato dei compagni con cui imbastire dei rapporti sociali più accettabili (anzi, dei rapporti sociali - punto - , che prima... no, stendiamo un telone pietoso) per me è una conquista pari ad una vincita al superenalotto. Circa. Quasi.

Ma veniamo a me. Aggiorniamo anche la situescion protagonista del momento. Che appunto, il blog non era nato per questo, ma oggi questa la mia vita è, c'è poco da fare. E lo sarà per sempre. E a chi venisse in mente di dirmi che forse mi sbaglio, in un apprezzabilissimo tentativo di tirarmi su il morale, rispondo una sola cosa.
Sappiate che sono perfettamente conscia di quello che mi sta accadendo. So anche perfettamente dove sto andando. Che sia un boccone amaro da digerire è scontato. Che umanamente sia un percorso durissimo è un problema mio. Ma sappiate che non ho bisogno di balle, perchè i miei oncologi per primi hanno il divieto di raccontarmele. Non potrebbero nemmeno: con loro ho sempre parlato chiaro e con confidenza, guardandoli dritti negli occhi. Non ho quindici anni e non ne ho ottantcinque. Se non siete oncologi, non azzardatevi a fare previsioni o buttarmi addosso informazioni reperite qui e là sul web ad cazzum. Sono metastatica da triplo negativo. La differenza rispetto agli altri tipi di tumori al seno è abissale. Non è un gioco che lascia spazio a molteplici tipi di finali, nè ad un numero illimitato di opzioni terapeutiche, o comunque al ventaglio di opzioni che ha il più difficile dei tumori ormonali e/o Her+. Qualsiasi oncologo lo sa. E lo so anch'io.

Sto facendo ancora chemioterapia. Abraxane e Carboplatino, due settimane si e una no, martedì scorso mi sono pappata la dodicesima dose di quattordici. Ho anche iniziato i bifosfonati e l'assunzione di un integratore di calcio e vitamina D.
Non la reggo male, di sicuro di tutti i protocolli fatti dal 2010 ad oggi è quello che tollero meglio: tre giorni di forte malessere, poi mi riprendo. Capelli, ciglia e sopracciglia, ovviamente, sono andati, il midollo è in sciopero fisso con neutropenia a go go (sono diventata una assidua consumatrice di Nivestim, i fattori di crescita per i white brothers), e in cambio ho guadagnato cinque o sei chili di ritenzione idrica da cortisone, facciotto di luna, occhiaie caratteristiche, occhi gonfi, bocca che sa di sale per 24 ore dopo ogni chemio, nausea, varie ed eventuali. Tutto gestibile e tutto superabile. Non so se per le dosi di cortisone che mi sostengono o per le sedute/bomba di radioterapia che ho dovuto fare sulle metastasi più brutte (acetabolo sinistro e una vertebra) o il mix di entrambe le cose, ma da tempo ormai ho anche smesso di assumere la terapia del dolore. Non ne sento più la necessità.
Da mesi ormai, al mio risveglio, sono così.
Segni, quelli del viso almeno, che dopo infinite prove sono riuscita a nascondere in maniera per me abbastanza accettabile. Perchè si, perchè nonostante la mentalità comune vuole che visto che stai sopravvivendo dovresti già essere grata di questo e fregartene degli aspetti secondari della minestra (ma vi accontentereste, voi, a 46 anni, di assomigliare ad una botte informe sapendo di poter fare di meglio con poco? Io no), io agli aspetti secondari di questo minestrone mi ci dedico come antiansia. La mattina, quando mi alzo, mi si piazza davanti allo specchio una immagine che detesto, questa è la verità. E la si smetta, per favore, di dire che sono bella ugualmente, è un insulto alla mia intelligenza, perchè non vedo dietro di me la fila per assomigliarmi. Fa un male boia. Farebbe un male boia a chiunque.
Insomma, in dieci, quindici minuti, anche di più se ho tempo (perchè voglia ne ho sempre) provo con le mie risorse fatte di colori a farci pace almeno finchè non è ora di tornare a dormire. E mi ci diverto pure. In poche parole, mi siedo al tavolino del make-up e torno a sorridere.


 Che si possano disegnare le sopracciglia è noto, ci sono centinaia di tutorial. Ma da sola sono perfino riuscita, con orgoglio, a camuffare l'assenza delle ciglia. Lo sapevate che sono una patita del make-up? Se "no", adesso lo sapete. 


La vita, in questi ultimi quasi cinque mesi, ha assunto un ritmo serrato. Di solito facevo chemio il mercoledì, ma siccome due settimane fa ho dovuto saltare una infusione perchè i bianchi erano esageratamente bassi nonostante l'iniezione e la settimana di pausa (1400, non gravissima, ma una neutropenia non accettabile per tollerare un ciclo di chemioterapia), la successiva è stata spostata di sei giorni anzichè sette, quindi le ultime quattro cadono di martedì.
E dunque: lunedì prelievo e psicologa, martedì (se il prelievo è a posto) chemio (a letto anche quest'anno, per via dei forti antistaminici con cui mi premedicano),

 mercoledi/giovedì/venerdì chemiobotta (leggi: poltrona, letto, semidigiuno, stipsi, giramenti di testa, sfinimento, mal di schiena, e guai a chi fiata o sbrano) e Nivestim, sabato e domenica recupero tra casa/cucina e poco altro.
Ogni due chemio c'è la settimana di pausa, la settimana in cui il recupero è un po' più lento (giustappunto, per questo è necessaria), ma riesco a fare una vita abbastanza normale. Che non vuol dire la vita di prima, ma almeno durante gli ultimi giorni prima di ricominciare l'ambaradan riesco a muovermi un po' di più, incontrare qualcuno, fare e ricevere visite (sempre se non sono neutropenica), uscire, andare in qualche negozio, partecipare al coro, occuparmi del mio povero giardino trascurato.

Ma c'è da dire anche che ultimamente si fa sempre più sentire la fatica, la stanchezza la fa da padrona. Devo dosare le forze. Si è innescato l'effetto accumulo, come è normale in qualsiasi protocollo chemioterapico, e non è automatico farsene una ragione e dare al fisico il tempo in più di cui necessita man mano per riprendersi. Certe giornate sono davvero eterne, pesanti, soprattutto per la testa che vaga per i fatti suoi, e (forse per la chimica che mi buttano in flebo, non lo so) nel giorno peggiore post-infusione (il terzo) fatico anche a rimanere razionale e a ricordarmi perchè lo sto facendo, gli attacchi di ansia vanno a palla, e l'unica cosa che mi dà sollievo oltre al riposo e ai miei salvagenti chimici è il silenzio, l'assenza di odori, di stimoli. Con l'unica presenza dei miei gatti, e da lontano quella delle ragazze del mio gruppo (di cui racconterò in un altro momento, magari), a cui posso dire qualsiasi cosa che ad altri può sembrare irrazionale, ma loro comprendono molto bene.

Mi va giusto bene che mio figlio è grande, e ho la fortuna che è anche abbastanza attento alle mie necessità e si è reso autonomo in tante cose, compreso di tanto in tanto preparare un pasto semplice e veloce, cosa che in altri tempi mi avrebbe innescato una catena di sensi di colpa addosso, mentre adesso mi rende orgogliosa di vederlo come un futuro uomo che (spero) non dovrà dipendere da una donna per lavarsi le mutande o farsi due bistecche. Mi chiede spesso se ho bisogno di qualcosa. Ha imparato dal padre. Si, forse non abbiamo lavorato così malaccio.

Davanti a me si prospetta, tecnicamente, questo. Se il midollo collabora, con il 13 agosto dovrei fare l'ultima infusione. Il protocollo ne prevedeva solo dodici, ma udite udite, a metà percorso ho fatto Tac e Risonanza di stadiazione, e NOTIZIONA, sembra che già dalla prima chemio le metastasi si siano bloccate in numero e dimensioni: segno che la combinazione di intrugli è quella giusta. Non solo: la risonanza rileva che le ossa, dove le metastasi avevano eroso, si stanno ricalcificando: il mio corpo sta reagendo e sta mettendo le pezze. Gli organi molli sono ancora tutti PULITI, cosa che mi ha strappato un pianto stile asilo Mariuccia in mezzo all'ambulatorio oncologico. 
Strano come cambia il senso di "buona notizia" a seconda del contesto, no? E' relativo. E' davvero tutto relativo.
In ogni modo, questo risultato ha portato il mio oncologo a voler prolungare la chemio di due infusioni aggiuntive, tutto considerato, per sicurezza. La cosa non mi entusiasma, ma bisogna fare di necessità virtù, e allora avanti, un ultimo colpo di reni.
A seguire mi ha promesso un mese di pausa, durante il quale ripeterò la stadiazione (TAC e scintigrafia ossea stavolta). A stadiazione fatta, dati alla mano, se tutto sarà come si aspettano, inizierò un periodo di chemioterapia diversa, stavolta per bocca, detta "metronomica". Con quale mix di farmaci non è ancora stato deciso: i miei oncologi ci stanno studiando sopra, ma sarà comunque più tollerabile, mi ricresceranno le pelurie desiderate e indesiderate, mi sgonfierò. Riprenderò a vivere quasi normalmente le mie giornate. Questo è l'auspicabile. Se non la reggerò bene si aggiusterà il tiro.
L'unica certezza è che mi accompagnerà, assieme ad un follow-up mensile, per il resto della mia vita, finchè non ci saranno cambiamenti strutturali della malattia. E ci saranno, su questo non ha dubbi nessuno. Mesi, si spererebbe addirittura qualche anno, ma ci saranno. E allora si cambierà di nuovo chemio. E brontolerò di nuovo, e piangerò di nuovo, e mi incazzerò di nuovo, e ricomincerò di nuovo. E spererò che nel frattempo qualche mente eccelsa abbia trovato un altro coniglio magico da tirare fuori dal cappello, che io nella ricerca ci credo, credo nelle teste dei giovani. Facendo sempre e comunque, insistentemente, inesorabilmente, buon viso a cattivo gioco. Sperando contro ogni speranza.

Aggrappandomi alla vita con le unghie e con i denti. Finchè ce n'è.







venerdì 4 agosto 2017

Lavori

Eccomi.
Non sono evaporata, benchè siano mesi che non aggiorno il blog e la temperatura di questi giorni possa far pensare ad una scomparsa per liquefazione.
Sono qui con i miei pensieri, le mie ansie, i miei mal di stomaco e i miei sbalzi di umore. E tutto il resto. O quasi.

Riassumo brevemente l'ultimo periodo.
Il Power è stato promosso (non c'era da dubitarne, anche se è arrivato al giorno dell'esposizione dei quadri alle porte della scuola con un carico di ansia non indifferente). Uno dei suoi due migliori amici, il Sam, è stato bocciato: l'altro, il famoso Gi di cui qui ho scritto decine di volte, è stato bocciato l'anno scorso. Ergo: siccome la cosa della bocciatura del Sam non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, perchè grazie al cielo in questi anni (a differenza dei nostri) le probabili bocciature vengono fatte ventilare alle famiglie e ai ragazzini alcuni mesi prima di giugno, nelle settimane precedenti la fine della scuola il Power era stato preso da un pensiero che è assurdo se fatto da un adulto, ma nella mente contorta di un adolescente sto imparando che... ci sta. Si era messo in testa che chiunque si fosse  affezionato a lui sarebbe destinato alla bocciatura. Inoltre, come conseguenza diretta, prima o poi toccherà a lui, e se mamma e papà continuano a dirgli "non abbiamo ricevuto lettere nè convocazioni da parte dei prof", mentono per non farlo smettere di lavorare sodo prima del tempo. Non ha nessun senso, se si pensa che basta fare due conti sommando i voti delle verifiche sul libretto e facendo le varie medie per vedere scritto nero su bianco che l'unico buco del semestre è in storia, e non si boccia nessuno per un solo "buco". Ma andateci voi ad esplorare la testolina di un tredic-e-mezzenne che vive nel suo mondo, con l'autostima sotto ai sandali, e per il quale i visionari sono gli adulti alieni che lo circondano.
In ogni modo adesso si sta facendo più serio il pensiero della scuola superiore, e si, faccio outing: il Power punta al liceo scientifico. Ne ha visti due con la scuola (vedi post precedente) e gli sono piaciuti moltissimo, se ne è discusso in casa, ha dato un'occhiata alle materie di studio e gli sono brillati gli occhi, i prof hanno tirato fuori il discorso durante gli ultimi colloqui (lo scorso maggio) e sono concordi nell'affermare che il Power ha una testa da liceo scientifico, anche se gli manca il senso di responsabilità necessario per intraprendere un percorso di studio che prevede tanto impegno su base teorica. In parole povere è ancora molto, molto crudo. Ma si tratta di un ragazzino che non ha ancora quattordici anni, che ha ancora mesi davanti per crescere in tal senso, che può anche darsi che cambi idea come pure no, e che se dovesse sbattere il naso si tamponerà il necessario, perchè non gli faremo mancare nè le garze nè la busta del ghiaccio. Ora tutto è possibile. Però, e qui lo dico sottovoce da mamma che nella vita ha fatto tutt'altro perciò in materia perfettamente ignorante, io quella testolina macchinatrice senza sosta e curiosa come un gatto di poche settimane, con una memoria da computer del fisco e la cui lettura preferita (romanzi fantasy a parte, quelle sono il top del top nella sua biblioteca personale) sono le riviste "Focus" da tempo immemore (si è pappato tutti i numeri arretrati che collezionava mio marito da giovane, conservati dai miei suoceri, e quelli di qualche anno fa che possiede mia madre li ha consumati a forza di sfogliarli a ripetizione)... si, ce lo vedo e mi inorgoglisco. Ma lo tengo per me.

Le prime settimane delle (sue) vacanze l'Omo ha preso licenza, e ci siamo dedicati a due lavori molto... fisici. Il primo, il più pesante: abbiamo ridipinto le camere da letto.
Arancio e giallo per la camera del Power


 (bleah... per me sarebbe una cosa intollerabile aprire gli occhi al mattino e vedermi schiaffata addosso una parete color zucca, ma de gustibus...), azzurro molto intenso quasi blu la nostra

(come era prima). Un lavoro più pesante del preventivato, soprattutto la cameretta, che una volta finito di svuotarla, guardando a tutto quello che siamo riusciti a tirar fuori da quella stanza, non mi capacito di come sia riuscito a starci tanto materiale dentro. Ho colto l'occasione per costringere i miei uomini ad eliminare un po' del loro ciarpame assieme al mio, avendo scoperto quella manna dal cielo che è il metodo Konmarie che mi sta aiutando non solo a fare spazio ed ordine, ma a rivedere anche alcuni parametri della mia vita. Ma è un discorso a parte. Comunque, il Power ha finalmente buttato (BUTTATO) un discreto quantitativo di giocattoli rotti, e si è liberato di giochi di quando era molto piccolo ancora in perfetto stato destinandoli al centro d'ascolto di zona che li ha presi volenteri, mentre uno scatolone di libri cartonati e con le finestrelle ha preso la strada della biblioteca comunale. Mi ha meravigliato la serenità con cui il Power ha affrontato questo distacco, è la prima volta che si libera di qualcosa di suo in questo modo. L'operazione gli ha richiesto un intero pomeriggio, e ho lasciato fare totalmente a lui. L'ho sorpreso solo un momento guardare un vecchio gioco in plastica con gli occhi lucidi, una vecchia locomotiva rossa con i particolari dorati grande come due mani spalancate, l'ho sentito sospirare a fondo, non ho voluto che notasse che lo stavo guardando e mi sono nascosta dietro alla porta socchiusa. E' durata un paio di minuti. Poi ha riposto il vecchio gioco nello scatolo da mandar via, e ha proseguito ricominciando a canticchiare come prima.
Cresce. E devo sforzarmi di lasciarlo fare a modo suo.
Seguitamente al lavoro di pittura (e con quello che è seguito dopo di sistemazione, decluttering, riordino, pulizia, eccetera eccetera) l' Omo ha aperto e pulito la canna fumaria della stufa a legna, con annessi e connessi. Immediatamente dopo è arrivata la prima metà del carico di legna per il prossimo inverno (la seconda è arrivata la scorsa settimana), perciò lui e il Power si sono dedicati allo svuotamento della legnaia e alla sistemazione dell'ambaradan nuovo.

Finito tutto, l'Omo ha ripreso a lavorare, il Power ha iniziato a fare i compiti e a frequentare il centro estivo della parrocchia (che termina proprio oggi), e io proseguo nel konmarizzare casa e vita un po' alla volta mentre mi occupo di loro. E di una mastite che mi sta facendo fare un po' di corse che non avevo messo in preventivo. Ma questo è un altro post.

venerdì 28 aprile 2017

Scegliere

Ci sono persone che fin da bambini avevano le idee chiare su cosa sarebbero volute diventare da grandi, e hanno raggiunto i loro obiettivi. Altre non ce l'hanno fatta e hanno intrapreso strade diverse, o hanno cambiato idea mille volte come fanno di solito i bambini. Ma insomma, alla domanda "da grande cosa vuoi diventare?" una risposta più o meno fantasiosa la davano.
Ecco, il Power no. Mai fatto. Anzi si, c'è stato un periodo da piccolo (parlo dell'età da asilo) in cui diceva "voglio diventare come il mio papà", e si provava spesso il suo cappello e qualche pezzo di uniforme. E' durato poco: per la precisione ha smesso di dirlo quando si è accorto che il suo papà spesso va a lavorare di notte, e (cosa abominevole) vede sangue, gli capita di tirar su cadaveri dal Tiliment o da qualche campo, si infila in case puzzolenti. "Nonono mamma, troppa fatica e troppa puzza". Grazie al cà.
Qualche giorno è durato il "farei volentieri la guida turistica", che detto così in maniera molto leggera, si, pensando a quanto gli piacciono storia e lingue, i viaggi, i libri e parlareparlareparlare, tutto sommato non ce lo vedo così male. Ma è passata presto, per la precisione nel momento in cui la prof di lettere gli ha detto chiaro e tondo che per un mestiere del genere o si dà una regolata nei rapporti umani (e qui caliamo un velo pietoso) o no, non c'è trippa per gatti. E mister "mi spezzo ma non mi piego" ha ripiegato su sè stesso il concetto e l'ha messo in tasca. Almeno per il momento.

Per il resto, sull'argomento, in tredici anni e pochi mesi di vita, buio totale. "Sorvolamento" altissimo. Scansamento triplo carpiato del discorso. "Chi me lo fa fare di pensare al mio futuro, ho altro da fare adesso". Futuro, concetto questo molto astratto, per come me la raccontano i grandi.  Futuro è il voto che mi aspetto nella verifica di storia dell'arte di martedì scorso, che deve essere almeno un otto per compensare alle insufficienze nei disegni, o mi tolgono lo smarfono per una settimana. Futuro è cosa si mangia a cena. Futuro è non vedo l'ora che finisca la scuola, che viva le vacanze estive. Fine. Lasciami giocare una partita a Clash".
E ci sta eh. "Vivi qui e ora", filosofia tanto sbandierata come panacea di tutti i mali, il segreto per vivere felici. I gatti lo fanno sempre e sono felici (i miei, almeno, danno questa impressione), forse il Power ha preso da loro. E va anche bene, mica bisogna vivere l'infanzia anche con l'ansia del domani, altrimenti cosa si è bambini a fare? Basta a noi adulti, l'ansia e la preoccupazione di come invecchiare.

Perchè lo tiro fuori adesso?
Semplicemente perchè è ora. Non è una mia fantasia, no. O meglio, ho avuto il dubbio che lo fosse per un po', perchè noi mamme un po' avanti ci guardiamo sempre, no? E ci preoccupiamo, e ci fantastichiamo, eccetera eccetera. Poi qualcuno arriva da dietro e ti ricorda che "cacchio, è solo un bambino, lascialo in pace, ci si penserà al momento". 

Ma il momento arriva. Il momento di farsi un'idea di che scuola scegliere dopo la terza media. Che siamo ancora in seconda, anche se tra poco più di un mese sarà bella che finita (ma anche meno, togli le feste, i ponti, gli scrutini, i fine settimana... ). Abbiamo iniziato a parlarne nel periodo delle scorse festività natalizie, io e il Gatto Alfa. Qualche amico con i figli in terza media si preparava, finito il giro delle "scuole aperte", a fare la preiscrizione per la scuola superiore, ed è venuto naturale parlarne in casa tra me e lui (rigorosamente tra me e lui, dato che tutti, dai professori ai genitori senior, ci hanno fatto una testa pesa che "aaaaaaa non mettetegli l'ansia addosso che fate peggio". No no, per carità, i tic nervosi gli vengono già per altri motivi, non carichiamo la dose. Però magari smettetela di chiedergli "cosa vuoi fare da grandeeeeee?", allora. Decidetevi).
Ci siamo comprati un libriccino ad hoc (che mica andar di notte, eh).

Lo abbiamo letto e riletto. Un'idea ce la siamo fatta, e ce la siamo tenuta stretta per un po', lasciando "a portata di zampa" il libretto incriminato (che per inciso, è dedicato dichiaratamente ai genitori ma anche ai ragazzini, quindi leggi, Power, non te lo diciamo ma te lo lasciamo intendere, leggi).
La zampa in questione, una sera, ha azzampato. Eravamo soli io e lui.
Per dirla alla Lucia dei Promessi Sposi... "Madre, che d' è?".
D'è che voglio pungerti, figliuolo, su qualcosa che ti riguarda direttamente.
Abbiamo letto insieme, abbiamo parlato per due ore, ho cercato di fare la madre moderna che ascolta, la madre molto zen, la madre che non interviene se non è necessario, la madre che riformula, la madre che cerca di rispondere senza metterci del suo se non è richiesto.
Buio. Buio totale. "Ma secondo te cosa posso diventare?". Eh, tesoro, tante cose. Quello che vuoi, penso. Nella tua incertezza cosmica, nella tua totale assenza di progetti e nei tuoi trilioni di rotelline che girano in quel cervellino macrocosmico, solo tu puoi tirarne fuori qualcosa. Posso dirti la mia idea (che diciamocelo, basta con sta balla che per una mamma va bene tutto purchè sia felice e basta, non è vero gnnnnente, certo che va bene tutto e la felicità e via dicendo, ma le fantasie ce le facciamo eccome, se non altro perchè conosciamo i nostri polli e un minimo delle loro doti le vorremmo vedere esplodere in qualcosa di concreto), ma sarà la mia, e non è detto che debba essere per forza anche la tua. Questo deve essere chiaro.
"Una volta ho letto su un giornale che... ed ecco, mi è venuto in mente che potrei...".
"E' un obiettivo importante, Power. Potresti farcela, penso. La scuola che ti aiuterebbe ad arrivarci è la XXX. Ma devi metterti di impegno e studiare molto, perchè l'attività pratica di quella scuola è pari a quasi zero. Bisogna studiare. Cose che so che ti piacciono molto e che finora ti hanno fatto prendere voti molto buoni, ma c'è da studiare, e tanto. Ma a pensarci bene, secondo me ti piacerebbe. Quando si studia qualcosa che piace, si fa volentieri, no?"
Il discorso è stato abbandonato lì, con la speranza (nostra) che comunque la cosa inziasse a frullare nel cervellino del tredicenne. Che ne so, che si facesse almeno qualche domanda.
Manco per sogno. Ho sospettato sul serio di aver viaggiato io con la mia, di fantasia, un po' troppo in avanti. E va bene, mi sono detta, aspettiamo che lo stimolo arrivi dalla scuola: loro lo sapranno quando è il momento giusto, no? 

Guarda il caso, pochi giorni dopo il discorso di cui sopra l'insegnante di lettere, per una verifica di italiano, ha tirato la prima lenza. Tema a scelta: "Scrivi una lettera ad un immaginario amico di penna straniero annunciandogli la tua imminente visita nel suo Paese", oppure "Scrivi una lettera ai tuoi genitori parlandogli delle tue idee sul tuo futuro". Neanche dirlo, il Power ha scelto il primo tema. E va bene. (No, non va bene, apriamo una lunga e inutile parentesi, perchè quando mi ha detto cosa ha scritto e quanto ha scritto - mister Lingualunga Pennamozza - gli ho risposto da madre molto schietta senza troppa delicatezza che era un tema da 5, mi ha accusato di avergli rovinato la giornata - tsè, ti passa, figghiu, prima o poi ti deve entrare in testa che la manichetta corta non copre una ceppa, e che la prof non fa beneficenza -, e indovinate? La vera giornata rovinata l'ha avuta due settimane dopo quando la prof in questione gli ha vergato un bel 5 sul libretto dopo avergli consegnato la verifica corretta. Corretta? Manco per chissà cosa, ortografia ineccepibile, ma stesura da stitico cronico. "Ma', che hai la sfera magica? Che PRO che sei!!!". No more words about).

Dicevo.
La prossima settimana, sorpresa sorpresa, una prof accompagnerà la sua classe in visita ad un plesso scolastico (più scuole superiori in un unico istituto, che spaziano dai licei a diversi istituti tecnici e professionali) in uno dei due grossi Comuni limitrofi. La settimana successiva si recheranno nell'altro Comune ad una visita analoga.
Oggi la stessa insegnante di lettere ha assegnato come compiti per casa la stesura proprio del tema che il Power non ha scelto alla verifica di cui sopra, formulata in altro modo, ma quella è la sostanza che deve tirar fuori.

Ci deve pensare. Non c'è storia, come si dice dalle mie parti, "o de riffa o de raffa, quea ze". Anche se non vuole. Magari farsi un'idea per poi cambiarla, ma farsela. Guardare sè stesso in prospettiva. Oggi, prima di iniziare a svolgere il compito, ha protestato. Per lui è un pensiero ostico. Ha le sue ragioni per evitare di addentrarsi in questa cosa, forse anche solo il rifiuto di lasciare la culla dei pensieri da bambino che sono comodi comodi. Questo lo sa lui. Ma non si può più prendere tutto il  tempo che si vuole. Bisogna crescere un filino, pensare un po' più in grande.
Giorni fa sono stata a colloquio con il professore di matematica e scienze, e tra le altre cose gli è scivolata la domanda "ha un'idea per le scuole superiori? Anche mezza?". "Prof, lui vorrebbe visitare tutte, ma proprio tutte le scuole superiori nel raggio di cinquanta chilometri e poi vagliare, sto tentando di fargli entrare in testa il concetto che su un angolo giro è il caso di ritagliarsi una fetta perlomeno di che so, trenta gradi, magari andando per esclusione". Io gli ho nominato l'unica mezza idea che gli è venuta durante il colloquio serale seguito alla scoperta del libretto-guida e subito messa da parte, e la risposta è stata "assolutamente no signora, perchè la testa per quella scuola ce l'ha tutta, ha la forma mentis adatta, ma se non cresce un minimo non ce la farà mai. Anzi, se non si responsabilizza un po' qualsiasi scuola non va bene ( ....... ok.....), è profondamente immaturo sa...". Confortante, grazie per la rivelazione.
"E allora tenetemelo indietro un anno, scusi, perchè detta così non mi aiuta di certo. Se serve tempo, diamoglielo". 
"Ah no, con questi voti il Power bocciato? Signora, non scherzi. Dovremmo bocciare tre quarti di classe".
Ok, mettiamo questa conversazione nel cassetto dei dialoghi inutili e ricominciamo da un altro lato quando sarà il caso.

Mi rendo conto che è facile, in questo tipo di situazioni, lasciarsi sfuggire commenti sui ragazzi di oggi e su quanto siano privi di determinazione, di idee, di progetti, di voglia di fare. Su quanto siano diversi da come eravamo noi al loro posto. E vi dirò la verità, questo tipo di discorsi e di luoghi comuni mi stanno irritando molto.
Non li si aiuta, facendo sempre paragoni. Non li si aiuta se ci si ferma a fare paragoni anzichè usare lo stesso tempo per capirli. Non so, sarà perchè adesso che mi trovo a questo punto della mammitudine devo schierarmi dalla parte del sostegno, e non del giudice. Da questa parte la voglia di giudicare ti passa. Da questa parte sento la necessità di comprendere come pormi, di come farmi da parte senza farmi da parte del tutto, la necessità di sapere come accompagnare senza impormi. Non è una cosa semplice nemmeno da spiegare. Cerco di guardare il passo che faccio man mano che si presenta.
Certo, viene naturale ricordare come abbiamo scelto noi "quella volta". Io? Io non ho avuto molta scelta. I criteri di scelta per la scuola superiore, in quegli anni e nel contesto sociale in cui sono cresciuta, e con la situazione famigliare che avevo al tempo (la peggiore della mia vita) sono stati decisamente altri. Alla fine non ho mai svolto la professione per cui ho studiato, e non ho nemmeno studiato per la professione che avrei voluto intraprendere. E' andata così. Io le idee chiare le avevo eccome, ma mi sono state tarpate le ali dalle circostanze, e mi sono reinventata con alti e bassi quello che è venuto dopo, un po' con la volontà, moltissimo col caso. Erano altri anni e c'erano altre esigenze. Avevo un'altra educazione.
Ma mio figlio non è me e non è della mia vita che si parla. Ha una situazione famigliare stabile e serena, basi molto più solide delle mie alla sua età, un carattere completamente diverso dal mio, attitudini diverse, due genitori con mentalità completamente diverse da quelle dei suoi quattro nonni rispetto allo studio, presupposti che se ci penso adesso, magari averli avuti io per poter fare della mia vita quello che volevo! E devo recitarlo come un mantra: mio-figlio-non-è-me. Ed è un sacrosanto diritto il non esserlo, l'avere il vuoto in testa, il cincischiare ancora, magari scegliere una scuola che poi si rivela sbagliata e ripetere un anno o cambiarla perchè ha capito di aver preso una cantonata atomica, che non è scritto poi da nessuna parte che sia sbagliato e non sarà mica la fine del mondo, perchè - e cerco di ripetermelo più spesso che posso - una persona che stimo molto mi ripete spesso "ricordati che le somme si tirano alla fine". 
Dovrò avere molta pazienza, forse più con me che non con mio figlio, perchè alla fine le aspettative sono le mie, non le sue, sono io che vorrei vederlo instradato e determinato (a tredici anni... forse siamo un po' tutti a pretendere un po' tanto da dei tredicenni...). Lui non le ha ancora.
Anzi, si, una ne ha. E molto, molto chiara.

"Mà, non so cosa fare da grande, ma voglio a tutti i costi fare un lavoro che mi faccia pensare con la mia testa, non con quella degli altri". 

Dai Mamigà, sforzati. Fatti da parte il giusto e lascia che la vita, la sua vita, faccia il suo corso. Non è più un bambino, mettitela via. Molla. Lascialo in pace. Magari si fa i suoi bei giri delle scuole con i prof e i compagni di classe e si entusiasma per qualcosa che manco ti immagini, torna a casa con la faccia stravolta, gli occhi illuminati a faro e WOW MAMMA! POTREI....  Oppure no, ma armati di pazienza e aspetta, e vedi, e stai positiva verso di lui, che il futuro può essere fantastico, e lui deve poterci guardare dentro con quegli occhi a faro, a questa età, per poter partire. Non fare come è stato fatto con te trent'anni fa, "no, no, no, potrebbe succederti questo e quest'altro, il disastro sopra il disastro", così tu non hai scelto, e stai ancora a rimuginare sui sogni che ti sono stati tolti, in perfetta buona fede, ma tolti. Il Power te lo ha dimostrato infinite volte, non puoi darlo per scontato. Magari fa come il suo papà, che quando eri incinta tentavi di farlo entusiasmare di questo cosino che cresceva e scalciava intra panza e lui ti diceva che finchè non lo vedeva uscire di lì non riusciva a entrare nella parte del paparino adorante, tu ci soffrivi perchè non la percepivi una cosa che prometteva bene e ti sentivi polla e sola dentro, e alla fine il primo pannolino glie l'ha cambiato lui, e sono diventati Yoghi e Bubu forever. Che i maschi le cose devono averle davanti agli occhi per vederle, non sempre sanno cercarle, anzi quasi mai, e se non le vedono non esistono, come il barattolo dei fusilli che non esiste perchè sta dietro a quello degli spaghetti, e mica sarà tutto sto dramma se la professoressa di lettere gli sposta gli spaghetti per mostrargli i fusilli mentre tu non potevi fare altro che spiegarglielo a parole. Alla fine sono le somme che contano, no? 

Stay tuned. 







giovedì 15 ottobre 2015

La prima riunione a scuola

E' stata oggi.
Credevo di essere preparata a tutto, ma mi sbagliavo. Questo ha superato di gran lunga la mia capacità di immaginazione. Capirete, dopo cinque anni passati a sentire sempre una certa musica ad ogni assemblea, ci si convince che di diversa non può esisterne.

"E' una classe splendida, lavora bene, sono tutti bene educati, collaborano con gli insegnanti, rispondono agli stimoli e ci stimolano a loro volta, non si sono divisi in gruppetti antagonisti, sono gentili fra di loro, hanno accettato le nuove regole senza problemi, sono preparati, accettano di buon grado anche i voti sotto il sei senza drammi, arrivano tutti a scuola di buon umore. Sono solo ancora molto piccoli, immaturi, molto bambini, devono ancora fare il salto che li porta ad essere ragazzini, ma a parte questo (per cui è necessario rispettare i loro tempi) siamo molto contenti".

No. Cioè. Ventidue mamme sedute, ventidue mascelle cadute sul pavimento in un unico tonfo. Credo che le ventidue teste si siano chieste la stessa cosa nello stesso istante: parliamo degli stessi bambini, noi e i professori? Gli stessi che per cinque anni abbiamo sentito appellare come "selvatici, senza freni, ostili alle regole del vivere comune" e fantasiosi sinonimi? Gli stessi che per tre quarti erano stati indirizzati dagli psicologi a turno per presunti problemi comportamentali? Fateci capire.

Sono sotto choc. Fatemici riprendere.

venerdì 9 ottobre 2015

Il professore dai vecchi sistemi

-Il prof di tecnica ha detto che da oggi in poi chi sgarra si becca un "cento volte".
-Il che mi dice che ti sei beccato un "cento volte" proprio oggi, giusto?
-Sbagliato. Mi sono beccato un "duecento", ossia un "cento più cento". Devo farli entro martedì.
-Complimenti! Complimenti vivissimi! E per cosa, di grazia?
-Il primo "cento" perchè ho dimenticato il righello. Devo scrivere cento volte "Quando c'è l'ora di tecnica devo portare il righello".
-E il secondo?
-Il secondo "cento" perchè ho ribattuto al professore che anche Elisabetta, che è la mia compagna di banco da lunedì scorso, l'ha dimenticato. E lui mi ha detto di scrivere cento volte anche "devo farmi i fatti miei".

Mi piace questo professore. Mi piace proprio. Pollice alzatissimo. Una ola.

sabato 13 giugno 2015

E' proprio finita

Usciamo per il terzo ed ultimo giorno consecutivo carichi di merce da riportare a casa, lavori fatti durante l'anno e materiale didattico vario. C'è una gran dose di emozione, ma più che il dispiacere che sia finita, c'è la curiosità di quello che verrà dopo. Vero, Power?

E in attesa della consegna delle pagelle (il 24 giugno), salutiamo un caro indispensabile compagno di viaggio, che cara grazia è sopravvissuto a cinque anni di battaglie senza necessitare di riparazioni (che coolo!). Un giro di lavatrice assieme agli astucci, e via, nell'armadio.

lunedì 8 giugno 2015

E mi ritrovo a piangere...

... di commozione come una scema, per tutto il chilometro che separa la scuola da casa, mentre guido nascosta dietro ai miei occhiali da sole. Piango lacrime calde, perchè la giornata sarà torrida come quella di ieri, e le otto del mattino non sono fresche, e piango come una bambina di due anni, senza ritegno. Piango, e mentre piango mi sento sciocca come mai mi sono sentita sciocca prima, mentre sale l'urgenza di buttare nero su bianco quello che mi passa per la testa per non perderlo. E infatti sono qui, subito, con la scatola dei kleenex a portata di zampe, e le guance ancora bagnate. Che fortuna poterlo fare, e non dover correre immediatamente altrove.

Otto anni e mezzo. Per otto anni e mezzo l'ho accompagnato a scuola e ritirato. Da settembre a giugno, per otto anni e mezzo, sono centinaia e centinaia di giorni. Per otto anni e mezzo con qualunque temperatura e situazione metereologica, vestita come l'omino Michelin con giaccone, berretto, guanti e calzamaglia di lana, e come oggi, in pinocchietto bianchi e polo a maniche corte azzurra, i capelli lunghi raccolti in una coda fresca come cinque anni fa invece tenevo i rarissimi che avevo nascosti sotto ad un cappello. In otto anni e mezzo ho trovato ad attenderci tante maestre diverse, le volte in cui mi aspettavano all'uscita con le mani sui fianchi (terrore e sudore) non le ho mai contate. L'ho portato e ritirato in auto, in bicicletta, un paio di volte a piedi l'anno scorso.
La sosta davanti al cancello non è sempre stata piacevole. Ho ricordi di rimproveri dell'insegnante davanti a me, di "signora deve salire perchè il Power ha preso una nota, e non vuole uscire da scuola. E' su con la bidella",  ma anche di discussioni con le altre madri, di momenti di disagio perchè il Power ne combinava di cotte e di crude e mi sentivo gli occhi degli altri genitori addosso (e solo da poco ho scoperto di non essere stata la sola); una volta l'anno scorso parcheggiando in un posto diverso dal solito ho urtato leggermente un'altra auto graffiandola (ma subito scusandomi con la proprietaria e offrendomi di pagare il lieve danno) e mi sono sentita una caccola per due settimane.  Davanti alla scuola ho odiato profondamente il dovermi trovare davanti a madri che ho detestato con tutta me stessa, ma ho anche conosciuto - purtroppo tardi - altre donne che per quattro anni ho snobbato, e invece la cui compagnia ho scoperto essere piacevole.

E ogni anno, durante il percorso di andata e ritorno, incrociavamo i ragazzini delle scuole medie che andavano e venivano da soli, in bicicletta o a piedi, perchè le scuole medie sono a cinquanta metri di distanza dalle elementari, una strada più in là. Li guardava, e diceva "alle medie anch'io, da solo, che se mi presento con te mi prendono in giro finchè vivo".
Oggi abbiamo incrociato due compagni di classe che stavano arrivando a scuola da soli. Non so come possano aver ottenuto il permesso, dato che a inizio anno ci era stata negata dal preside questa possibilità, ma tant'è, lo fanno. Ho chiesto al Power se volesse provare a chiedere agli insegnanti una deroga per questi ultimi quattro giorni, così da iniziare ad essere autonomo. Mi ha risposto di no. Rosso in volto, "no, non ancora mamma".

Siamo in due, allora. Io in modo più esplicito, lui più intimamente, ma siamo in due a non volere questo distacco, dopotutto. In due a sentirne il peso, l'importanza, l'imminenza. L'inderogabilità. In due a sapere che la scuola primaria è quasi finita, ma mancano ancora quattro giorni, e "quasi" non è sinonimo di "fine", e dato che tutto il mondo - mamma e papà per primi - gli dicono che le cose, tra tre mesi, saranno completamente diverse e la scuola diventerà una cosa seria, più interessante ma più seria, lui questi ultimi giorni se li vuole godere tutti.
Io, me li voglio godere tutti.

Ma come possiamo essere arrivati fin qui? E le lacrime a fiumi quando dovevo lasciarlo alle maestre dell'asilo, dove sono? Non le ho asciugate, le sue e le mie, solo ieri?

Non sono mai stata gelosa di mio figlio. Ho sempre cercato, in questi undici anni e mezzo, di lasciare che il Power vada con chiunque (di mia fiducia, ovvio) e ovunque. Anche se ciò non significa non soffrirne. Non sono diversa dalle altre madri, dopotutto. Avendo poi mio malgrado lui solo, tutta la mia mammitudine è concentrata su di lui. Non può essere diversamente.
Ci si stacca dal proprio figlio il giorno in cui lo si mette al mondo. Bella frase filosofica pesante, e soprattutto originale come l'acqua calda, eh? Ma la verità è che è così, punto. Che non facciamo un figlio per tenercelo stretto alle caviglie lo sappiamo, ma ad ogni passo che fa per allontanarsi... mamma mia quanto fa male,quanto è difficile.
Sono profondamente orgogliosa che il Power sia sempre più autonomo. No, sul serio. Da qualche giorno insiste anche per lavare i piatti quando sono pochi, e se da una parte mi solleva non poco (dato che con i dolori che ho quando mi si fa questo piacere è una manna, perchè non ho la lavastoviglie), dall'altra il pensiero è "ma non è prestino?". Poi mi ravvedo subito, perchè faccio mente locale e ricordo che si, io alla sua età lavavo i piatti ogni sera alternandomi a mio fratello, stiravo fazzoletti e canovacci, e stavo imparando come si fa un piatto di pasta.  Insomma, ci sta tutto. Devo crescere quello che sarà un uomo, non una polpetta femmina-dipendente.
C'è che ogni mattina, per andare a scuola, passiamo davanti alle scuole medie. E guardo i ragazzini alti e brufolosi non più in fila per due divisi per classe davanti all'entrata, con le maestre a capofila e in coda, ma divisi a capannelli sparsi a chiacchierare dei fatti loro rigorosamente dando la schiena alla strada, in attesa del suono della campanella. Da soli. La scuola non è nemmeno recintata: c'è solo un grande porticato, e i ragazzini attendono lì.
E lì tra tre mesi ci sarà anche il Power, che non mi vorrà vedere a scuola se non quando pioverà a dirotto, e dovrò guardarmi bene anche dallo scendere dall'auto. Che già adesso quando lo accompagno devo fermarmi al cancello, e lasciare che percorra il sentierino di porfido lungo una ventina di metri da solo perchè "mamma, dai, mi vergogno". Però mi stampa il bacio del "buon lavoro, grazie altrettanto" prima di andare.

E più lui prende autonomia, più io mi ritrovo svuotata. Orgogliosa, ma svuotata piano piano. Lui ha sempre meno bisogno di me nel concreto. Mi hanno detto che si è mamma sempre, il passare degli anni cambia i modi ma non l'intensità, e io lo spero con tutto il cuore.  Spero con tutto il cuore che almeno la parte delle confidenze, quelle che mio figlio fortunatamente non mi lesina mai, almeno quella non venga mai a mancare, anche se già so - perchè adolescente lo sono stata, e me lo ricordo bene - che ci saranno momenti in cui non lo riconoscerò più neanche in quelle, e arriveranno i "mamma sono fatti miei". L'idea di non essere più il suo punto di riferimento umano mi terrorizza, e ancor più mi terrorizza l'idea di non riuscire ad accettare questa cosa quando avverrà. Ho paura di non reggere, di crollare, di non trovare un altro appiglio su cui far forza per cambiare il modo con cui essere madre. Insomma, ho un gran bel casino per la testa.

Ecco, lui cresce, ed è ora che cresca anch'io. Ci sono infiniti manuali sulla crescita dei ragazzini (che non ho letto mai, mi rifiuto, ho i miei bei motivi), ma non ce ne sono sulla crescita delle mamme. Nessuno ti spiega come affrontare i cambiamenti dalla parte delle mamme, puoi solo parlare con mamme che ci sono passate prima di te, e anche lì è difficile trovare la mamma che ti racconta come sta veramente, come vive questa cosa così grande e così difficile.

Ora è tempo di programmare l'estate. Il Power non vuole frequentare il centro estivo quest'anno: i suoi amici non vogliono andarci, tolti loro rimangono solo bambini più piccoli di lui, e chiaramente si rifiuta. Ci saranno compiti da fare: a differenza di quando andavamo a scuola noi trent'anni fa (in cui si poteva contare su un'estate libera da obblighi di studio), con la continuità tra i due gradi di istruzione il passaggio tra la quinta elementare e la prima media vuole i (sacrosanti) compiti per le vacanze. Per il resto ci inventeremo qualcosa, dato che non si andrà in ferie da nessuna parte, as usual.
E poi... via, si ripartirà. Io pure, ripartirò. Devo reinventarmi, non so come, ma devo farlo. La matassa ingarbugliata che ho nella testa, in qualche modo va dipanata.
Che se penso a come sto vivendo questo piccolo passaggio di mio figlio, non oso immaginare quando tra tre anni se ne andrà alla scuola superiore.

Ma facciamo una cosa alla volta. E la cosa più urgente, ora, è riporre i kleenex e iniziare a fare le faccende.










sabato 25 aprile 2015

I colloqui e la mamma che fa outing

-Che è quel muso?
-Niente.
-Vieni a mangiare almeno.
-No. Non ho fame. Voglio starmene sul divano fino a stasera. Non voglio mangiare nè vedere nessuno. Non voglio nemmeno andare al coro.
-Se non vuoi andare nemmeno al coro è grave. Che è successo a scuola? Hai litigato con qualcuno? Hai preso una nota? Un brutto voto? C'è qualcosa che dovrei sapere?
-Ma no, è che...

Silenzio.

-C'è un avviso sul libretto.
-I colloqui? Quando?
-Giusto. Mercoledì prossimo.
-Ah. Beh, sono sempre in questo periodo... ma non dovresti preoccuparti, i voti sono buoni, il comportamento è migliorato, note di recente non ne hai prese, gli insegnanti quest'anno non mi hanno mai fermato all'uscita della scuola con le mani sui fianchi...
-Si, ne ho prese tre di note prima di Natale.
-More, per quelle le ho già sentite con i primi colloqui. Poi però non ne sono arrivate altre, no? 

Silenzio.
E poi esordisce con voce alta e tono piagnucoloso.
-MAMMA ODIO I COLLOQUI! Mi mettono ansia! Viene sempre fuori qualcosa che non ho messo in conto, e il maestro mi detesta e io detesto lui!

E stavolta glie l'ho detto. Inutile fare la parte. Tant'è, mi sono spogliata. Ormai è grande, e che la mamma è imperfetta prima o poi lo deve sapere.

-More, non ti preoccupare. Li odio anch'io. Credimi. Tanto più che è una di quelle sessioni di colloqui che devo fare da sola, senza papà. Facciamoci coraggio con una bella tazza di panna montata e sciroppo di amarene, e pucciamoci dentro anche due biscotti. Alla faccia dello sconforto e della dieta.

sabato 24 gennaio 2015

Scuole aperte - i remigini del 2015

-Allora? Come è andata?
-Bene. Ho esposto la mia ricerca sul magnetismo, abbiamo suonato un brano col flauto, ed è finito.
-E come ti è sembrato?
(Tipica aria da sufficienza)

-Mah, divertente.
-E i bambini dell'asilo?
-Boh, se ne stavano lì impalati, nessuno ha parlato.
-E che impressione ti hanno fatto?
-Chi? I bambini dell'asilo? NANI DA GIARDINO.

Effettivamente è passato "qualche decennio" da quando era lui al posto loro...



mercoledì 21 gennaio 2015

Geometria e problem-solving

L'anno scorso la maestra ha voluto che comprassimo ai bambini righelli, goniometro e stecche rigorosamente di gomma al posto di quelle di plastica, perchè i ragassuoli avevano l'abitudine di giocare agli spadaccini con le stecche durante la ricreazione (con gli evidenti effetti... collaterali).

Quest'anno, a settembre, ha decretato che righelli e stecche di gomma non vanno più bene, perchè se i bambini non riescono a tenerli ben fermi sul foglio con le dita larghe, mentre tirano le linee i righelli si deformano e ciao retta.

Ho ripreso righello e stecca in plastica: dopo la prima settimana in cartella, si sono spaccati.

Ho acquistato righello e goniometro di alluminio, leggeri, teoricamente indistruttibili, indeformabili (sono quelli con la barra in rilievo per far presa più agevolmente). Ieri la maestra ha mandato a dire che non vanno bene, perchè "mamma, quando li appoggiamo sui banchi o ci scivolano dalle mani fanno troppo rumore".

Ora, io in quinta elementare ci sono stata trentadue anni fa. Un po' di Alzheimer ci sta. Ma la memoria mi difetta, evidentemente, se sto a chiedermi se il mio materiale scolastico, al tempo, sia stato così problematico. 

lunedì 19 gennaio 2015

Epilogo al post sulla ricerca...

...su Pablo Neruda.
Mi sta bene che si possa campare belli e felici, e magari un giorno che so, catapultati in un futuro da soddisfatti professionisti amanti del proprio lavoro e con un brillante avvenire, anche senza sapere chi era Pablo Neruda. Tutto sommato io non sono una professionista nè ho un brillante avvenire ma sono comunque contenta del punto in cui la vita mi ha portato (anche se obiettivamente, per i più, non è certo granchè, anche se tutto dipende dai punti di vista, e l'unico di cui mi importa - detto fuori dai denti - è il mio), anche se Pablo Neruda a malapena so che è esistito e che ha scritto versi, che ha scritto l'Ode al Miciozzo, e che non era nemmeno italiano per nascita.

Però.

Non è che tu, maestro, puoi scassare l'anima per una settimana perchè vuoi che i ragazzini imparino a fare bene le ricerche e le studino (come è giusto che sia) e gli fai la ramanzina quotidiana in merito, e poi - come per la maggior parte dei compiti assegnati per casa - manco controlli se sono stati fatti.
Alla fine poi ha ragione il Power a prendere sottogamba la materia, secondo il suo criterio per assegnare le varie priorità alle cose del suo universo, se tanto alla fine "se fai va bene, se non fai va bene uguale".

E dunque? E dunque niente, devo aggiornarmi: mi sa che mi sono persa qualcosa sui nuovi metodi per instillare negli adulti del futuro il senso del dovere. Ho bisogno di un corso.
E se il lavoro su Pablo Neruda su cui il Power ed io abbiamo speso un pomeriggio intero, dopo che mi sono impegnata in uno dei miei migliori monologhi maternali pseudo-intento-educativi (mi mancava solo la toga da Chiar.ma prof.ssa etc. etc., in compenso il ferro da stiro in mano mi dava un tono deciso, ne sono convinta perchè lo specchio non mentiva) sul maggior vantaggio a livello di cultura personale che si trae dal fare bene un lavoro assegnato, contrariamente a quello che si ottiene facendo il minimo sindacale per portare a casa un misero "sei" (che non è comunque un 5, ma perchè accontentarsi avendo gli strumenti per ampliare la propria mente, in primis una buona intelligenza, ed in secondis una eccellente connessione Wi-Fi?)  e in seguito partorito un post (anche simpatico, dai) con la parte curiosa della minestra era, alla fine, un lavoro rispondente alla consegna del giorno prima, non lo sapremo mai. A fronte di una simile lacuna, ci attende un futuro infelice. Ahimè.

venerdì 16 gennaio 2015

L'iscrizione alle medie

Insomma, stamattina l'ho iscritto in prima media. E dopo aver ricevuto la doppia mail di conferma da parte del MIUR, si sono aperte le cataratte. Eh beh, concedetemele.

Che adesso che c'è sta cosa di doverlo fare online, quasi non fai in tempo a renderti conto che è ora di farlo e l'hai già fatto. Niente coda in segreteria, niente firme da mettere, niente segretaria da stressare con millemila domande. Niente: te la vedi tu e il monitor, e il MIUR dall'altra parte che ti chiede anche la taglia delle mutande. Freddamente, chiaramente e velocissimamente. L'ho iscritto, d'accordo con lui, scegliendo l'orario pieno (36 ore), con il servizio mensa anzichè pranzo al sacco (come alle elementari), senza scuolabus (non ce n'è bisogno). Che poi dopo ti trovi a rileggere millemila volte la stampata della domanda che hai fatto, con il terrore di aver sbagliato anche solo una cifra del suo (o del tuo) codice fiscale, o peggio, un numero del codice identificativo della nuova scuola (e se per errore l'hai iscritto involontariamente di nuovo in prima elementare per colpa di uno stupidissimo numero letto e trascritto male? No, sono io che li sto dando, mi sa, i numeri...), ma fa niente. Si chiama "panico da mamma che vede il figlio scivolargli dalle mani". Malattia psichiatrica molto comune.

Ecco. E' fatta. Il Power è apparso su queste pagine quando aveva ancora il pannolino, e adesso se ne va alle scuole medie. Quelle dove le maestre sono i prof a cui dai del "lei", che non ti guardano a ricreazione ma lasciano l'aula e i ragazzini agli occhi del bidello, e la ricreazione dura un terzo di quella a cui eri abituato alle elementari e devi giocartela tra la fila per il bagno e l'ingoiare il pacchetto di crackers in tempo (che quando ho detto al Power "non ci sono giochi nell'androne con cui passare il tempo quando piove" gli ho visto cadere la mascella in un nanosecondo); quelle dove ricominci dall'essere il più piccolo, e i ragazzini più grandi di te hanno la faccia butterata di brufoli e sono alti un metro e ottanta, e li prendi in giro finchè, nel giro di poco, non ti ritrovi come loro e ti chiedi il perchè; quelli dove non ci sono sconti per i compiti, per le verifiche, per i giorni a casa in malattia, e dove sentirsi dire "ti mando dal preside" non è la miglior frase che ti possa venir rivolta. Quella scuola dove finalmente mio figlio si recherà da solo tutte le mattine e dalla quale da solo tornerà a casa, in bicicletta, come metà dei compagni (quelli che non usano lo scuolabus), e quando verrà accompagnato o ritirato dalla sottoscritta saranno eccezioni dovute al più al maltempo e non più la regola ferrea.

No, non adesso, tra poco. Troppo poco. Che se questi undici anni sono volati così velocemente, non riesco ad immaginare quanto più velocemente scorreranno i prossimi. Ma non lo voglio nemmeno sapere: non mi voglio perdere, nel bene e nel male, assolutamente niente.


giovedì 15 gennaio 2015

Power at School - La ricerca

-Oggi dovevo presentare la ricerca su Pablo Neruda, ma non c'è stato tempo e il maestro mi ha detto che la vedrà domani. Spero che vada bene.
-Ma l'hai studiata almeno?
-Certo!
-Power, chi era Pablo Neruda?
-Un poeta.
-Quando è vissuto?
-Negli anni ottanta.
-Quindi è ancora vivo!
-No, è morto.
-Allora è morto giovane.
-No scusa, è nato negli anni settanta.
-Allora è morto giovane lo stesso, sono nata io negli anni settanta...
-Cinquanta? No... trenta? Uffa...
-Power!!! Giochiamo a tombola???
-No! E' nato negli anni dieci, si è fatto tutte e due le guerre.
-Power... Mi sembri piuttosto indeciso... Guarda che è importante sapere in che periodo storico è vissuto un poeta, ti dice tante cose su di lui e ti aiuta a comprendere i suoi lavori... Mi sa che quella ricerca non l'hai nemmeno riletta, l'hai stampata e basta!
-No, l'ho studiata!
-Sai almeno dirmi che opere ha fatto?
-Certo! Ha scritto tante poesie! Cosa vuoi che abbia fatto???
-Chiaramente... Ma qualche titolo?
-Mumble
mumble
mumble

-I titoli non me li ricordo, a parte l' "Ode al Miciozzo", ma so che ha scritto tante poesie che si intitolano con "Ode". A proposito, cosa significa "ode?".


Non ci siamo...

sabato 29 novembre 2014

Scuole aperte... tocca a noi

E' arrivato l'avviso ieri: siamo invitati ad andare a "Scuole Aperte" il 19 di Dicembre, la sera.  Dopo i genitori dei bambini della classe dei "grandi" della Scuola dell'Infanzia.

Cioè, hanno convocato noi, quest'anno. Noi che abbiamo un figlio nato nel 2004. Il Power. Quando ho iniziato a raccontare di lui su questo blog dovevo ancora spannolinarlo, e dormiva ancora nel lettino con le spondine. Praticamente ieri. O forse no.

Allora è vero che tra poco più di un mese tocca iscriverlo alle medie.

Alle medie???

Ma se a stento si accorge di avere il cavallo dei pantaloni che gli arriva alle ginocchia, e quando glielo faccio notare alza le spalle con stizza, come se tirarseli su fosse una seccatura evitabile, dato che esistono un miliardo di cose più urgenti e importanti da fare? O.o

mercoledì 26 novembre 2014

Power at school. Riattivatori - blogterapia, a me

Non scriverò quanto "grossa" me l'ha fatta stavolta, perchè rischio, se intercettata (anche se ne dubito fortemente, ma meglio mettere le mani avanti), guai seri per diffamazione. Anche se, fatti alla mano, gli strumenti per denunciarla al Provveditorato, se volessi (e NON voglio, il perchè si può intuire qualche riga più sotto), li avrei io.

Non scriverò nemmeno come si è andata a risolvere, perchè sarebbe troppo lunga da raccontare.

Posso scrivere che, come accennato nel post precedente, la snervata che mi ha fatto prendere mi ha chiuso lo stomaco al punto da farmi perdere un chilo in tre giorni (ma forse questo è il lato positivo, anche se i chili è meglio perderli in altro modo). Ma questo, e grazie al mio vizio di lavorare interiormente di continuo con determinati strumenti, mi ha permesso di captare e dare un nome a un particolare "riattivatore" che scatena in me l'inferno, interiore e fisico. Come sedarlo ancora non lo so, dato che nonostante ciò - a distanza di una settimana - i sintomi che mi provoca sono ancora belli attivi e pesanti (ed è davvero difficile affrontare le giornate così, credetemi), ma ci sto - ci stiamo - lavorando. Anche adesso, mentre ne scrivo, sto tremando come un motopicc, e questo è il sintomo più lieve. Confido nell'utilità della blogterapia per riuscire a calmarmi almeno un poco. E' stata efficace quando ho riversato sul monitor le mie ansie di malata di cancro, chissà che non torni utile anche adesso. Mi ci appiglio.

Ma c'è una cosa che è cambiata dopo il colloquio avuto ieri con il rappresentante degli insegnanti.
Quella maestra non mi fa più rabbia. Non ho più l'istinto di eliminarla dalla vita di mio figlio e dalla mia per tutta l'eternità e il più presto possibile, come lo avevo una settimana fa; anche se onestamente pensare che il Power è stato preso per quattro anni e più per quello che NON è a causa degli occhiali sbagliati con cui lei affronta il suo mestiere e le relazioni in generale, con tutte le conseguenze concrete del caso (e non solo per lui purtroppo, e non solo per noi come famiglia) fa male.

Tanto.

Mi fa male come mamma. Perchè da mamma mi sforzo di guardare a mio figlio per l'uomo che sarà. L'uomo che dovrà fare i conti con il bambino che è stato, nel bene e nel male, per tuttta la vita, portandosi appresso anche ciò che io non posso controllare, filtrare, rielaborare per lui.

Saputa la verità, quella donna oggi mi fa davvero tanta, tanta pena. Non mi importa più del fatto che lei si sia messa in testa lasciandole trapelare molto poco velatamente cose che non esistono, e che mi hanno offesa nel profondo, ferita, riempita di inutili sensi di colpa. La avessi saputa prima, questa verità, avrei spostato di scuola mio figlio già in prima elementare. Questo si. Ma è andata così. E io, da ansiosa a mia volta, non me la sento di condannarla. Non più.
Ora perlomeno so come raddrizzare il tiro, con lei (e con mio figlio), per i mesi che ci separano dalla fine della scuola elementare.

Caxxo però. Scusate.

lunedì 17 novembre 2014

Power at school: la biografia. Ovvero: togliete l'italiano dalle materie scolastiche, o mollo in quinta.

La consegna per casa: "SCRIVI LA TUA BIOGRAFIA".
Il testo (scritto una riga si e una riga no, chiaramente, così sembra un bel testo lungo):

"Buongiorno. Mi chiamo Power Ranger Mystic Force. Mi chiamo anche Ranger perchè è il nome del nonno paterno, la mia mamma gli vuole bene come fosse un papà e ha pensato che mettermi il suo nome come secondo nome sarebbe stata una bella cosa.
Dei miei primi anni di vita non ricordo niente.
I primi due anni delle elementari e un po' anche il terzo me li voglio dimenticare perchè mi sono comportato male, e se li scrivo mi rovino il CURRICULUM VITE che poi quando a diciotto anni andrò in cerca di lavoro non mi prende nessuno.
Perciò finiamola qui.
Fine".

Nella stanza accanto, il soggiorno (lui fa i compiti nell'ingresso, c'è un tavolo bello grande tutto per lui e una buona illuminazione), a tre metri a spanne di distanza, la sottoscritta è nel mezzo di una sessione di stiro olimpionico.
-Power, non puoi portare al maestro un testo del genere. Ti tira dietro il quaderno. Sei in quinta elementare, non in seconda. Ti si chiede di scrivere un testo, non tre pensierini, e un testo serio. Per piacere, rifai meglio, completa il lavoro, puoi farlo sicuramente.
-Noooooooo ma io non so cosa scrivereeeeeeee va bene cosììììììì! (Agita le mani in alto scacciando mosche che non esistono, aggrottando la fronte e soffiando come un mantice dopo ogni serie di vocali multiple).
-Power, NON VA bene così! Capisco che non hai voglia di scrivere, ma così esageri! Ti pare il caso? Solo perchè non hai voglia di metterti lì a pensare? Dai su! I compiti non sono un impiccio che ci si può togliere di dosso con il minimo sindacale, il minimo sindacale in quinta elementare non lo accettano più, e dovresti saperlo bene dopo che per lo stesso motivo hai preso CINQUE sull'ultima verifica di scienze! E mica perchè non sapevi niente, no, solo perchè hai scritto risposte stitiche, che manco un telegramma! Con la testa e la bravura che hai a mettere assieme le parole quando parli, puoi fare infinitamente meglio!
-No! Va-bene- così! Ti assicuro che va -bene- così! (E stavolta il tono è risoluto, picchetta addirittura ogni singola parola agitando con veemenza dall'alto al basso il pollice e l'indice uniti).
-E allora fai come vuoi! Domani porti al maestro questo testo e qualsiasi cosa ti dica guai a te se ti lamenti! Poi però non dire che non te l'avevo detto! 

Il giorno dopo arriva  la reazione del maestro, una bella scritta rossa gigantesca, di traverso, scritta in stampatello: "RIFAI". Il minimo della pena. Fosse stato un altro insegnante gli sarebbe stato piazzato semplicemente un "5" per chiudere la pratica. Ma il maestro di italiano no: lui sa che il Power può lavorare, si arrabbia quando non lavora per pigrizia, ma non si arrende. Mai. Tanto meglio. Conviene approfittarne finchè è la scuola elementare e ci sono certe concessioni.

Il Power trascorre tutto il pomeriggio, lo stesso pomeriggio, seduto davanti al tavolo con le mani sulle tempie e i gomiti posati sul tavolo, il musetto sconsolato. Non sa cosa scrivere. E sa che non può bissare il tono del testo precedente, o il brutto voto arriva davvero. Che il maestro ha pazienza, ma la pazienza del maestro non va mai sfidata o sono guai. E i guai del maestro hanno il brutto vizio di protrarsi oltre l'orario e l'ambiente scolastico, fino a casa, perchè in fondo al vialetto vige la vecchia regola che recita "nota o brutto voto a scuola, punizione a casa". Che brutta cosa avere dei genitori attaccati alle vecchie regole. Poco conveniente davvero. Ma tant'è, questa è una regola senza deroghe. In questa casa, piaccia o no, così funziona. Conviene mettersi a lavorare sul serio. Ma uffa...

Mi viene un'idea: ti tiro giù l'album delle fotografie, l'ultimo, quello dove iniziano ad esserci anche foto sue, dei suoi primi anni di infanzia (attualmente aggiornato al 2009, dovrei terminarlo, lo farò).
-Fai così. Sfoglia l'album, vedrai che ti verranno in mente tante cose da poter scrivere. E quello che non sai o non ricordi me lo chiedi, io sono qui nella stanza accanto a stirare. E per favore, scrivi su TUTTE le righe, non una si e una no, non credere di fare una furbata per la seconda volta. E' un trucco vecchio che non hai inventato tu, ma non ti sistema la qualità del compito. Ok?
-OoOoOoOochei. 

E sfoglia. E inizia a saltare sulla sedia.
-Mamma! Quella gita a Bordano! E il primo giorno di asilo, mi avevate comprato il colbacco col pelo! Mamma! Il mio secondo compleanno con la torta a forma di Titti coperta di zucchero giallo! E la foto col Gi alla festa dell'ultimo giorno di asilo! E quel Natale che ho ricevuto in regalo la mia prima bicicletta, quella con le rotelle, ti ricordi quando ho imparato ad andare senza? Mamma! A quanti anni ho imparato a camminare? E quando ho perso il primo dente? E quando è arrivata Heidi in casa nostra? E qui c'è la prima piscina grande in giardino! E quella volta che la nonna ha compiuto gli anni e le abbiamo fatto la grigliata e le abbiamo regalato il tagliaerba rosso con gli zii! E la prima Comunione! E in questa fotografia c'è la nona Gigia in casa nostra, ma perchè il divano era messo sulla parete di qua? Ah già, non c'era la stufa, mamma ti ricordi quando ci hanno messo la stufa? E...

Ed è esploso un torrente di ricordi, e di non-ricordi fatti di eventi fissati nelle foto e nella mente della mamma da cui trarre date e particolari. E ne è uscita la sua biografia, con - miracolo di San Martino? - la fretta di scrivere tutto prima di dimenticarselo: quasi due pagine scritte su tutte le righe, con una calligrafia ben leggibile, qualche maiuscola latitante (al solito), un testo a mio giudizio accettabile. Senza licenze poetiche o umoristiche. Senza note a margine come fa spesso. Bastava spingere sul tasto giusto, alla fine.

Il giorno dopo vado a prenderlo, come tre giorni su cinque, all'una. Esce col muso lungo. E il maestro ha le mani sui fianchi. Quelle mani sui fianchi che mi fanno sudare da lontano, fin dai tempi dell'asilo. E mai invano.
Mi avvicino.
Nessuno dei due parla. Inizio io. Mica possiamo star qui fino all'ora di cena a guardarci...
-Maestro, che è successo?
-Power, dillo tu alla mamma che è successo.
-Niente, la biografia andava benissimo. E' che...
-Che cosa?

-Che ho dimenticato il quaderno a casa.
Segue il tonfo relativo alla caduta simultanea delle mie braccia sul nuovo passatoio in porfido color salmone, posato l'ultimo giorno delle vacanze estive dalla nuova amministrazione Comunale a coprire, dopo cinquant'anni da che l'edificio scolastico è in piedi, l'enorme buca lunga quanto una piscina olimpionica che separava il cancello dal portone di ingresso. "Oltre ad evitare che i bambini debbano indossare pinne e braccioli per entrare a scuola nei giorni di maltempo", recitava all'incirca l'ultimo bollettino periodico distribuito dal Comune, "è fatto in un materiale particolare creato appositamente per attutire le eventuali cadute dei fanciulli e limitare al massimo la violenza degli impatti". Sto in fiducia.

Il maestro ha dovuto girarsi dall'altra parte fingendo di notare qualcosa d'altro, ma l'ho visto ridere in silenzio. E mentre si tornava a rivolgere al Power con la bocca contratta in una doverosa ma forzata espressione di estremo disappunto, minacciava il Power:
-Se domani non lo porti, la nota sul libretto non te la toglie nessuno.

Tempo di infilare la chiave nella toppa del portoncino e il quaderno era già nello zaino.






venerdì 24 ottobre 2014

Ricicli svenevoli

Si è messo in testa, adesso, di essere completamente in grado di valutare se gli avvisi che gli consegnano a scuola sono di nostro (suo) interesse o meno. Se secondo lui non lo sono, anzichè infilarli nel diario e consegnarceli, ci fa... barchette o cappellini.
-Lo fanno anche gli altri.
Il concetto che "anche no, non si fa" glie l'ho spiegato, e con parecchia, ma parecchia stizza.
Poi mi tira fuori il foglietto "depennato" e riciclato di turno.
E una madre ha anche i suoi limiti quando si tratta di fare la dura... Perchè avrà anche problemi di grafìa, ma per farsi capire si fa capire bene.


sabato 11 ottobre 2014

E avanti

La prima sgridata è arrivata, dalla maestra di inglese, con tanto di attesa del genitore all'uscita di scuola con le mani sui fianchi, a mo' di gendarme. Per fortuna quel giorno ci è andato l'omo a ritirare il pollo.
E' arrivato anche il primo "cinque", per la mancata recita di una poesia a causa di un improvviso attacco di emotività. Voto recuperato una settimana dopo (il maestro, capendolo, ha voluto dargli un'altra possibilità... Mai preso "cinque" finora, sarebbe stato un peccato. Privilegi di essere ancora alle elementari.) con un "sette", che a fare media col "cinque" precedente gli ha fruttato un "sei" sul registro. Pas mal.
E sono arrivati i primi battibecchi a ricreazione.

Ma sono arrivati anche i primi "dieci", le prime lodi all'uscita, i primi lavoretti dell'ora di arte (va beh, mettiamola così, il Power non sarà mai un pittore nè uno scultore. E che sarà mai. Ci sono tanti altri mestieri nella vita, tra cui scegliere), i libri da ricopertinare (quest'anno fortunatamente solo cinque, tutti gli altri sono testi che valevano anche per la quarta, quindi di plastica e scotch... già dato), e l'avviso della prima riunione (tra dieci giorni).

Un equilibrio accettabilissimo, insomma, di alti e bassi.

Si prosegue. E speriamo che vada avanti così. C'è che dall'alto della sua statura con la quale guarda negli occhi la maggior parte delle insegnanti senza piegare la testa all'indietro, e dal largo delle sue spalle, ormai, quando dice in giro che frequenta la quinta elementare non gli crede più nessuno.

lunedì 15 settembre 2014

E il primo giorno è andato

E' partito felice come una Pasqua, brontolando perchè ho voluto accompagnarlo fino a raggiungere la sua fila (io volevo vedere i bambini di prima! Mi fanno tenerezza i bambini di prima, mi fanno!).

E' tornato musone, furibondo perchè gli hanno cambiato l'insegnante di storia (la sua materia preferita). Motivo della furia? "Questa maestra è severa! L'ho conosciuta gli scorsi anni quando ci dividevano per le classi se non c'era la nostra maestra, lei insegnava alle terze, è perfida! E PENSA! Se non lavori TI SGRIDA E TI METTE UN CINQUE!"
Apperò. Proprio perfida. Ma tu guarda. La denunceremo al ministero dell'istruzione.
E' tornato anche stizzito perchè ha fatto il primo bisticcio a ricreazione.
Contrariamente a quello a cui ci eravamo abituati, a pranzo ha fatto un preciso resoconto della mattinata. Roba che fa pensare che ci sia bisogno di una visita dallo psichiatra. O mi hanno sostituito il figlio.
E' arrivato anche il primo pacco di avvisi, con tanto di comunicazione che anche quest'anno c'è una variazione di orario a causa di una ulteriore riduzione del monte-ore settimanali (grazie Italia, che pretendi adulti formati professionalmente - quelli che ci pagheranno la pensione - e frigni perchè il resto d'Europa sostiene che i nostri ragazzi sono i più ignoranti, ma di fatto nell'istruzione investi sempre meno), e il cambio dei giorni del rientro pomeridiano. 
Ah, udite udite: sapete quali ore hanno tolto dal totale? Le ore di tecnologia e informatica. Non commento, diventerei scurrile.

Tutto regolare, insomma. Ad ogni inizio anno la sua sorpresa.

Quanto manca alle vacanze di Natale?

domenica 22 dicembre 2013

Reminiscenze

Cercando qualcosa (non mi ricordo nemmeno più cosa, dev'essere l'ora) tra le vecchie pagine di questo blog, sono incappata in QUESTO post.
Sto ancora sorridendo divertita.
Sono passati tre anni e mezzo. Bimbabionda è sempre uguale: sempre bionda e sempre con gli occhi azzurri, e fin qui ci siamo. Ma è ancora attaccatissima a mio figlio: entrambi in quarta B, spesso vicini di banco per scelta, ora l'amicizia è diventata a doppio senso dato che i due si cercano e si aiutano a vicenda nei compiti e nei lavori in classe. Quando uno manca l'altra gli porta i compiti, e viceversa. Si invitano l'un l'altra alle rispettive feste di compleanno, feste alle quali ormai nessuno invita più tutta la classe ma solo le amicizie più vicine.
E il Power ha scoperto che anche Bimbabionda è una bambina normale, tanto da poterci litigare e fare pace tanto quanto con un compagno maschio.
Ma guai ad ammettere tutto questo. Si sa, si dimostra, ma non si dice. Perchè da sano maschio comune, l'evidenza va negata di default.