venerdì 29 aprile 2016

Alla fine della fiera

E insomma, sono ancora qui. Passano i giorni, il dolore è andato via via scemando come da protocollo, ho ricominciato a mangiare quasi normalmente. Sono ancora a riposo come da ordini superiori, e me lo prendo tutto, anche se un po' a fatica. Nel senso che "lasciar fare" spesso è più difficile di "fare", perchè la mia casa è il mio luogo di lavoro, di cui sono estremamente gelosa e rigorosamente padrona, dove sono abituata a gestire tempi e incombenze in modo perfettamente (secondo le mie aspettative e le mie capacità) efficiente ed efficace. Chiaramente mio marito (che ha preso due settimane di licenza appositamente per questo) ha tempi e modi suoi, e organizzazione quasi zero per carattere (e per genere, si sa, loro più di una cosa alla volta non riescono a fare), perciò a volte per non farmi ingrossare la bile devo chiudermi in camera e fingere di non sentire nè vedere. Ma va anche bene così, l'intolleranza è un problema mio, e in fin dei conti sono anche fortunata ad avere chi si prende cura di quello che lascio indietro. E di me.

Comunque, me la sto un po' anche godendo, siamo sinceri. Mi sento perfettamente in forze, mi tradisce solo l'addome perchè dopo una manciata di minuti passati in piedi o dopo anche aver solo rifatto il letto mi prendono fitte e crampi, in fin dei conti sono passate solo due settimane, perciò devo tornarmene buona buonina a cuccia. E a cuccia faccio ugualmente tante cose, volano aghi e fili, e le dita sullo smarfono, e la biro sul diario. Leggo poco, ecco, questo si, leggere non mi attira, perchè come inizio a leggere qualsiasi cosa la mente vaga per conto suo, tira fuori idee, e ciao libro.  Ho usato il mio tempo (finalmente!) per sistemare il mio vecchio pc, per riordinare un paio di cassetti, per tante chiacchiere al telefono, cose che in giorni "normali" non trovo mai il tempo di fare, tempo che questi giorni di riposo forzato invece mi regalano. Certo, era meglio un periodo di ferie per farle, senza farsi tagliare la panza, ma bisogna fare di necessità virtù.

Qualche giorno fa sono stata dal medico a portare un po' di esami, perchè nel frattempo sono stata anche a visita oncologica giovedì scorso (annunciazione annunciazione, sono ufficialmente finiti i controlli di gennaio eh... ). Ha dovuto togliermi i punti, uno stava addirittura facendo infezione. E' la seconda volta che mi capita: in ospedale dicono che non vanno tolti perchè cadranno da sè, poi passano i giorni, le zone si arrossano, esce del siero e devo correre a farmi spuntare le suture dal medico. E la sutura infettata fa male quando viene toccata, e va medicata per giorni. Ma si può?

Il morale... il morale va bene. Dopo lo sfogo di dieci giorni fa, sono stata meglio. Non ho più pensato al "pezzo" che non c'è più, alcuni discorsi ancora non riesco a starli ad ascoltare, un po' sulle mie sono ancora, più che sulle mie sto sulle difensive. Forse è normale, forse no, non lo so.
Un paio di giorni fa è successa una cosa un po' particolare. Durante la notte ho fatto un sogno, di quei sogni che quando ti svegli non riesci a toglierti dalla testa per ore: percorrevo un sentiero dietro casa, attraversando un boschetto, per andare a trovare una persona. Lungo il sentiero perdevo tanti piccoli oggetti dalle mani e dalle tasche: mollette, ciondoli, perle, cose del genere. Di tanto in tanto mi fermavo, mi giravo per raccoglierli, ma non mi stavano tutti in mano, perciò una parte rimanevano lì a bordo strada, ma la cosa non mi dispiaceva. Mi sono svegliata, erano le tre di notte, e non sono più riuscita a riprender sonno.
Durante il giorno, poi, assolutamente senza ragionarci più di tanto, ho preso in mano il mio vecchio pc: non lo accendevo da mesi e mesi, mi ero ripromessa di dargli una sistemata proprio in questo periodo dato che tempo ne avrei avuto in abbondanza. Ho iniziato a pulire: in una mattinata ho buttato migliaia di files inutili, da foto e immagini già passate su DVD tempo fa ad appunti vecchi e perfettamente inutili, di quelli che "prima o poi capita l'occasione di usarlo" e poi l'occasione non torna mai. Come le copie delle copie delle foto dei miei gatti e dei fiori del mio giardino nelle estati dal 2004 in poi, centinaia di foto, che occupavano giga per niente. Tenute una cinquantina di foto solo dei gatti e i loro (pochi, prima dei Mayaletti)video, il resto via.
Arrivata alle email, mi sono arenata. Ne avevo più o meno duemila, tra ricevute, inviate e spam mai aperte. La spam l'ho cestinata senza aprirla. E le altre... decine e decine le ho aperte una ad una. Tante. Alcune proprio belle profonde, scritte col cuore, e nel leggerle ho fatto un salto all'indietro nel tempo. E il salto non sempre è stato piacevole. Intanto mi sono sentita un po' a disagio leggendoMI, perchè a stento riuscivo a riconoscere me stessa nel modo in cui scrivevo. Evidentemente devo essere proprio cambiata, ai miei occhi. Non so spiegare come. E' una sensazione imbarazzante.
E poi ho trovato tante mail scambiate con persone con cui al tempo (parlo di quattro o cinque anni fa, anche un po' di più) c'era un rapporto che oggi non c'è più, rapporti finiti a volte per il decorso naturale delle cose (perchè evidentemente non c'era, di fondo, davvero niente), o perchè ci sono state incomprensioni, o noia, o per tutti i più vari motivi per cui un rapporto finisce. Mail che a leggerle o non mi dicono più niente, o mi fanno addirittura male. Non so perchè le avessi tenute, forse perchè le ho sempre assimilate a una cosa che a pensarci non ha nulla a che vedere con la mail, che è la lettera cartacea. E le lettere cartacee (non le cartoline o i biglietti di auguri) io non le butto mai.
Insomma, ho iniziato a cestinare. Così, di istinto, senza pensarci, via. Come se mi stessi lavando via di dosso qualcosa di inutile, via. Come se stessi cercando di selezionare i ricordi, che quelli belli non servono le mail per tenerli vivi dato che li leggo nei visi delle persone che nella mia vita ci sono ancora, e quelli brutti non hanno bisogno di essere rivangati in questo modo perchè non hanno nessuna utilità. Le mail che mi creavano imbarazzo meritano di essere eliminate solo per l'imbarazzo stesso, non ha senso portarsi dentro una sensazione sgradevole vita natural durante se si può farne a meno, no? Le mail davvero importanti le avevo salvate su supporto esterno tempo fa. E le persone con cui ho contatti solo virtualmente non devo tenerle legate nella mia testa con dei dati a pc: ci sono e basta. Via, di getto, senza nessun rimpianto dopo, più leggero il pc (e così più veloce), e stranamente più leggera io.
Ieri, invece è stata la volta dei cassetti del mio comodino: vecchie buste, vecchi biglietti, vecchi appunti, vecchi numeri di telefono, tutto nel bidone della carta. Ho tenuto solo i francobolli per la mia collezione, e alcuni biglietti particolari per il contenuto o il mittente. Decine e decine di pezzi di carta sono volati. Questa cosa mi ha lasciato addosso, al termine, un senso di pace inaspettato.

E accorgermi, dopo un po', che non erano le mail, non erano i biglietti, non erano i segni lasciati dalle persone che volevo eliminare dal mio bagaglio. Era qualcosa di più. Il taglio lo volevo fare con qualcosa di me che non mi appartiene più, che sentivo come un peso, qualcosa di ormai inutile e della taglia sbagliata, che occupava spazio ora disponibile per altro. Difficile da spiegare. Forse ho solo colto l'occasione per ricominciare.

Finito il lavoro mi è tornato in mente il sogno, e mi sono detta "cavolo, non sono proprio brava a tenere le cose nascoste a me stessa".  

Adesso evidentemente ho solo voglia, ma proprio tanta, di andare avanti con quello che c'è. Ho voglia di progetti nuovi. Forse è davvero arrivato il periodo del "taglio", non solo chirurgico. E qualcosa mi inventerò di sicuro. Perchè il tempo dell'avvilizione per l'intervento, pur con tutti i suoi perchè e il suo peso, può anche finire qui.
Che se mi guardo il ventre vedo solo dei segni rossastri con le loro crostine, se leggo le carte dell'ospedale so che non ho più nè utero nè ovaie ("menopausa chirurgica precoce", ha scritto il medico), se ascolto il mio corpo è palese che da qualche giorno le vampate di calore (che già avevo con la menopausa indotta) sono aumentate in maniera spropositata.

Ma se mi guardo attorno, ci penso un attimo, e poi mi guardo allo specchio, forse forse con il corpo di Mamigà ci ho fatto anche pace: concretamente "alla fine della fiera" (per usare una espressione di mio marito) di quello che sono fisicamente non è cambiato assolutamente niente.

lunedì 18 aprile 2016

Come una gatta nera

Lunedì è stato il giorno delle domande, delle (poche) risposte, dell'odore di ospedale, dell'ultima visita completa, della preparazione fisica e della presa di coscienza, della piacevole conoscenza della mia compagna di stanza (una donna di 38 anni, L., che col mio stesso tipo di intervento come approccio andava ad eliminare una ciste ovarica) e degli abbracci a mio figlio, che non ho rivisto fino a venerdì sera.
Martedì è stato il giorno del distacco, dell'affidamento nelle mani altrui, del sonno, del ripetersi di una prassi ormai tristemente famigliare (ho fatto i conti, in sei anni è stata la quinta volta), dei ricordi estremamente confusi.
Mercoledì il giorno del sollievo: è passata, anche questa è fatta. Era il giorno del risveglio, dello stordimento ma anche della preoccupazione che tutto fosse andato secondo prassi, senza intoppi. E' stato il giorno delle flebo, del digiuno, delle cure delle infermiere (sante subito), degli antidolorifici, delle chiacchiere con L., con la leggerezza di chi si è tolto un peso di dosso e all'improvviso vede il mondo più semplice.  E poi l'insonnia, la compagnia di tante persone che si sono fatte vive via WA e per sms, la gratitudine perchè sola non mi hanno lasciata, umanamente, mai.
Giovedì è stato, fisicamente, il giorno più pesante. Il giorno del dolore: intenso, inaspettato, regolare secondo il medico, ma lancinante e persistente. E' stato il giorno dei piedi per terra, dei primi passi, dei primi pasti leggeri, del commiato da L. che è stata dimessa, di due belle visite.
Venerdì, infine, è stato il giorno del crollo. Ho chiesto di uscire con un giorno di anticipo, vista la mia età giovane sono stata accontentata, visitata e debitamente istruita sul comportamento da tenere a casa, dal riposo totale alle iniezioni di eparina (che ormai so farmi ad occhi chiusi), dagli antidolorifici alle medicazioni, e alle precauzioni da usare da qui al controllo post intervento (il 17 maggio, quando mi daranno anche l'esito dell'istologico). Non ne potevo più. La testa ha iniziato a vagare. Mi sono resa conto di quello che ho fatto e, sola, ho pianto tanto. Non di rimorso, ma di paura, di snervo, di stanchezza. E di nsostalgia: di mio figlio, dei miei gattoni, e di casa.

Ho iniziato il periodo della convalescenza. Non ho intenzione di fare l'eroina, il rischio di complicazioni è alto. E siccome voglio andare giù dalla famiglia a maggio, devo trattarmi coi guanti. Il Gatto Alfa ha preso due settimane di licenza, e più o meno nervosamente (perchè si sta occupando, contemporaneamente, di un paio di problemi non da poco che riguardano i suoi genitori) ha preso in mano l'organizzazione della vita domestica. Devo chiudere due occhi, non uno, ma sinceramente è il minore dei miei fastidi.
E' il periodo della protezione di me stessa. Ha ragione chi dice che la malattia è un filtro rispetto ai contatti umani, e io sono anni che filtro, ma situazioni come queste danno uno sblocco più deciso ai rapporti, sia in positivo sia in negativo. Non sto guardando a chi c'è e chi non c'è. Mi pesa di più la differenza tra i vari modi di esserci delle persone. Mi fa pensare il modo in cui ti stanno vicino, dai vari modi di stare in silenzio o di parlare, e mi dispiace dirlo, ma oggi scelgo con chi stare, almeno per un po'.

Tutti mi chiedono come sto, come è andato l'intervento, se ho dolori, se mi riprendo.
Tanti mi chiedono se possono far qualcosa per me in termini logistici, ed è una cosa che apprezzo.
Diversi mi intrattengono con discorsi leggeri, parlando di tutte le cose di cui ho sempre amato parlare, usano un po' del loro tempo per farmi visita e portarmi un giornale o un dolce sapendo che i dolci mi hanno sempre tirato su di morale, mi sfidano a Ruzzle, mi inviano link a video divertenti, e di queste attenzioni sono infinitamente grata, perchè sono le cose che fanno sentire coccolata.
Qualcuno ha approfittato del fatto che stessi male perchè "tu che stai male puoi capirmi", e mi ha riversato addosso il suo sarcasmo meno di 48 ore dopo l'intervento, e a meno di 24 ancora stordita e con la flebo appesa mi scrive "tanto sei distesa, tempo ne hai, ti racconto dell'ennesimo problema che sto affrontando con la mia bambina, posso?". E io, che solitamente sono molto ben disposta ad ascoltare, ho deciso che no, adesso no. Non ce n'è per nessuno. Mi dispiace.

Quasi nessuno, infine, mi chiede come mi sento dentro. Ed è anche umano, perchè ognuno ha i suoi problemi, sempre tanti per stare a badare a quelli degli altri. Accetto quel che viene, e cara grazia che c'è. Ma ad oggi il dolore al ventre (perchè ce n'è ancora, dovrebbe andare avanti ancora per un po' dice il medico, un paio di settimane) è solo una parte del male che c'è. Bisogna passarci per capirlo, e passarci da giovani. E non è una frase fatta, mi si creda. Bisogna passarci mentre un terzo delle mamme dei compagni di tuo figlio sta sfornando bebè, a quarant'anni passati, cosa che ormai è normalissima, e tu se negli ultimi sei sapevi che a proprio volerlo a tutti i costi sarebbe bastato interrompere la cura e affidarsi agli oncologi, da oggi nemmeno più quello, perchè manca il macchinario. Come se avessi quasi sessant'anni, e pensi alla parte di sessantenni che vedi girare per il paese senza un briciolo di femminilità nel volto e nella presenza, e ti chiedi insulsamente e irrazionalmente se adesso che sessualmente gli assomigli gli assomiglierai presto anche in tutto il resto, e ti spaventi all'idea. Ridete pure, ma anche questo è passato per i sentieri dei miei neuroni. Poi ti ricordi che esistono anche delle sessantenni gnocche e più donne di tante ventenni, e tutto si ridimensiona. Perchè forse sta a me scegliere cosa essere, non ai miei ormoni. O almeno lo spero.
Bisogna capire cosa significa essere ricoverati in ginecologia e ringraziare il cielo che in camera con te non ci sono partorienti, e non ci sono nemmeno nelle camere a fianco, perchè il reparto maternità ha chiuso i battenti due settimane fa, e sapere che esserne confortate è una cattiveria immensa dato che è un problema non da poco per chi ne ha bisogno, ma non te ne può, sinceramente e vigliaccamente, importare di meno. Non lo avrei proprio retto. Perchè sta male chi non ha mai potuto averlo, ma chi sa cosa vuol dire averne, averne sempre coltivato il desiderio di averne ancora almeno uno,  e sa di doverci rinunciare per sempre, un po' presto per madre Natura e non per propria scelta, non fa certo i salti di gioia.
Sarò egoista. Sarò antipatica. Ma lo dico fuori dai denti, come viene viene: oggi penso solo a me stessa. Non mi importa una ceppa lessa dei problemi di nessuno. Odiatemi, cancellatemi dalla vostra vita, cambiate opinione su di me e dite in giro che sono falsa e voltafaccia, egoista e opportunista, mi importa quanto mi importa del filo d'erba che mio marito ha sfalciato giovedì scorso e ha portato al centro di raccolta assieme a miliardi di altri fili d'erba. Io oggi non ascolto più.
Tanta gente mi ha detto che sono forte. E io adesso sono stanca di passare per forte. Se passo per forte perchè pubblicamente ci faccio le battute sopra, ci rido, ci scherzo, rispondo che va tutto bene, parlo di cose leggere e schiaffo su FB quasi (quasi) solo foto di gatti, di lavori in corso, di piante e di passeggiate in bicicletta, lo faccio solo perchè non trovo che sia una cosa buona riversare sugli altri tutto il negativo della propria vita ad ogni piè sospinto, come chi ti chiede come stai e non ascolta nemmeno la risposta perchè ha un oceano di cose (sue) da dirti. E non bisogna nemmeno passare tutte le giornate a piangersi addosso h24, 7 giorni su 7 e 365 l'anno, e sciorinarlo sui social o pubblicizzarlo al bar, perchè così i problemi proprio non si risolvono. Si piange un po', e poi si riparte con quello che rimane. Ma questo non lo ritengo essere forte. Lo chiamo "vivere".

Forte è chi non piange mai, credo. Chi non si accartoccia mai su sè stesso. E io adesso sono accartocciata. Anzi, acciambellata, da vera gatta, e gatta nera. Acciambellata mentre mi lecco le zampe, che mi fanno male. E i gatti mentre si leccano non reagiscono a nessuno stimolo, fateci caso. Potete far rumore, chiamarli, stuzzicarli, loro diventano come esseri che transitano in una dimensione parallela, ologrammi: esistono solo per loro stessi. Finchè la toelettatura non è finita, ogni pelo non è stato ripulito e pettinato, e tornano ad essere quelli di prima.

 

sabato 2 aprile 2016

Andiamo

E dunque, ho una data: 12 aprile. Con il ricovero il giorno precedente. Tra meno di dieci giorni.
Ho la lista del necessario da mettere in valigia, pronta da tempo.
Ho la valigia.
Ho il necessario.
La paura non ce l'ho più. E' rimasta la voglia che sta cosa vada avanti, per togliermela di torno. O meglio, oggi la vedo così, poi sai mai che lunedì prossimo arrivo in ospedale e mi ricordo all'improvviso cosa vado a fare, e cambia tutto. Mah.
Ho però la sorpresina: niente laparoscopia. Il medico ha disposto il taglio. Non mi hanno detto il perchè al telefono, lo saprò lunedì prossimo. Ma ormai non fa differenza. La sostanza rimane quella che è.


martedì 15 marzo 2016

Non lo devi dire, perchè...

E insomma, il post precedente l'ho scritto di getto, di rabbia, di sfogo. In questo periodo sono così, letteralmente senza freni, non mi trattengo, quello che sento di dover dire lo dico, incurante (forse sbagliando, forse no) dell'effetto che fa. E' tensione nervosa. Ad inizio anno mi ero proposta di non farmi odiare per almeno 365 giorni. Beh, se non mi faccio odiare in queste settimane, non mi faccio odiare più.
In ogni modo, mi rendo conto di aver lanciato un sasso, quello che mi sono tolta dalla scarpa. Ho sbottato su una cosa che non tutti possono comprendere, ma oggi raccolgo il feedback di Francescabianca e provo a spiegare come è fatto questo sasso. Ci metto i sottotitoli insomma. Ci provo.

Non è difficile capire perchè un malato oncologico raramente accoglie positivamente la frase "è successo anche alla zia della mia vicina di casa, e sta bene".
Provate a pensare ad una vostra paura, di quelle paure che vi condizionano le scelte, vi tengono svegli di notte, vi fanno piangere. Una paura qualsiasi: del parto, di accollarvi un mutuo, di una malattia, del nubifragio che si sta abbattendo su casa vostra, un divorzio, qualsiasi cosa che non potete evitare e che sapete che vi metterà a brevissimo o vi sta mettendo alla prova in maniera pesante. State male, vi si stringe lo stomaco, o al contrario vi si allarga come un pozzo senza fondo, in ogni caso non riuscite a controllarlo. Non sentite che il vostro disagio, e il bisogno di comunicarlo a qualcuno che vi aiuti a sopportarne il peso, per sentirvi meno soli. Prima o poi, per un motivo o per l'altro, chiunque ci è passato.
E qualcuno arriva e vi dice con aria leggera "è successo anche alla cognata del fratello del marito della mia vicina di casa, ed è andato tutto bene".
Che effetto fa?

Allora, io parlo per me, nel senso che quello che sto per dire vale PER ME, perchè capisco che ognuno è fatto a modo suo e reagisce a modo suo.
Quando mi sono ammalata di tumore, ormai sei anni fa, dopo i primi giorni di angoscia, di stordimento, di caos totale su tutti i fronti, ho sentito anch'io il desiderio di comunicare con persone che avessero già fatto il percorso che stavo per intraprendere. Non le ho trovate subito, ma dopo un po' di tempo si, e mi hanno dato coraggio. Mi ha rassicurata il fatto che si, si potesse davvero uscirne vivi, che non erano solo parole al vento per tenermi buona. Ma il discorso di fondo è un altro.
Quando ci si ammala, e ci si ammala seriamente, la paura dell'intervento e/o delle terapie è solo una parte di quello che si affronta. E si sa, prima di noi si è ammalata tanta altra gente, sciocco chi crede di essere l'unico al mondo a doversi curare. L'iter è la maggior parte delle volte standard, ha un inizio e una fine, e quando non ha una fine ha comunque un programma, i medici monitorano e aggiustano via via, ci sono le file nelle sale d'attesa, i farmaci, gli esami, tutto l'ambaradan e lo stress da ambaradan. Imprevisti compresi. Che vivi tu, che vivono un miliardo di altre persone.
Ma non è solo il corpo ad essere in ballo. C'è tutto il resto. E il resto è la parte più grossa. E quando ti ammali (ma anche quando hai un problema grosso, grossissimo da affrontare, che non riguarda la tua salute fisica), dentro di te sei solo. Fondamentalmente solo. Solo nella gestione della paura, solo nel cercare di comprendere quello che ti sta succedendo, solo nel pianificare la tua vita nonostante la malattia, solo nel gestire i tuoi interrogativi, solo quando pensi "e se non dovesse andar bene?", solo quando ti senti sciocco perchè qualcuno ti ha detto che c'è chi sta peggio di te e ti vergogni di esserti lamentato, solo quando pensi che stai pesando sulle persone che ti amano e che ti devono sostenere concretamente e ci stai male perchè non vorresti dar loro questo peso ma non puoi evitarlo. Solo quando ti chiedi "perchè?", solo quando non trovi risposte, e passi ore la notte nella tua metà del letto a fissare in silenzio un soffitto che non vedi.
Quando mi dicono "anche tal persona l'ha fatto, e sta bene" mi vien voglia di rispondere "sicuro? Ma sta bene sul serio? L'hai guardata negli occhi? A te, TE che mi parli è successo e stai bene?".

Un paio di mesi fa ho portato per la prima volta dal dentista mio figlio. Era terrorizzato. Ho cercato in tutti i modi di tranquillizzarlo, commettendo a mia volta un errore grossolano: gli ho detto che dal dentista ci sono stata decine di volte anch'io, e sto bene. I ragazzini non sono stupidi. Il Power non lo è. Mi ha guardato, e con gli occhi pieni di paura mi ha detto "si mamma, ma adesso ci devo andare io!". E primo, anch'io alla sua età vivevo la paura come una paralisi. E anche dopo, in certe situazioni. Secondo, LUI NON E' ME.
C'è che come andare dal dentista non è solo stendersi su una poltrona comoda e farsi ravanare da uno specialista che sa bene quello che fa (e lo pagate per farlo), ma anche simbolicamente è molto altro, così partorire non è far passare una creatura dal vostro ventre all'aria aperta e sentire del dolore fisico, e curare un cancro non è solo fare chemioterapia e andare sotto i ferri. Sapete che prima di voi l'hanno fatto milioni di altre persone. Ma quelle persone non eravate voi.

E c'è un'altra cosa. A volte ho l'impressione che quando dite a una persona una cosa "pesante" che vi riguarda, chi vi sta davanti può reagire in due modi: accoglierla o respingerla.
La frase che comincia con "è successo anche a... e sta bene" sembra respingerla. Come se servisse a liquidare il problema: "tranquillo, sono cose che capitano, si risolve, basta, se l'altra persona ne è uscita ne esci anche tu, che vuoi che sia, parliamo d'altro". Parliamo d'altro? Se ti ho detto una cosa che per me è importante e ci passi sopra come un trattore, che appiana tutto per permettere di camminarci sopra e andare oltre, significa che non hai capito il peso di quello che ti ho detto e non hai capito che ho bisogno di parlarne. Oppure non sei in grado di accoglierlo, perchè magari anche tu hai le tue e sei saturo, o perchè non hai tempo, sei di fretta, non ti interessa una ceppa o hai paura che ti faccia star male. In ogni caso, per me il discorso finisce qui. Posso arrabbiarmi, avvilirmi, nelle migliore delle ipotesi arrivare a prenderla con leggerezza e pentirmi di averti detto quello che ti ho detto perchè ho capito che sei impermeabile, ma la comunicazione (quella vera) si interrompe. E iniziamo a parlare del tempo. Poi magari tu avevi tutte le buone intenzioni di questo mondo nel rivolgerti a me in quel modo, pensavi di essermi utile, ma hai toppato in pieno. Non conosco la persona di cui mi parli e che dici star bene, per me può essere chiunque e nessuno, può esserne uscita allegra come un fringuello o depressa fino ai limiti dell'umano tollerabile e tu non lo sai o non me lo puoi/vuoi dire perchè una volta che l'operazione/la cura ha avuto esito positivo secondo te il problema è risolto e accantonato, quello che mi hai detto non mi è di nessun aiuto. Fine.

Ma allora cosa dire?
L'altra sera ho sentito al telefono una mia zia, una zia che ha tanti di quei problemi fisici che si fatica a crederci quando lei li elenca, finchè non la si guarda bene. Non ho mai avuto tanta confidenza con questa zia fino al momento in cui non mi sono ammalata io. Insomma, l'altra sera tra una chiacchiera e l'altra mi ha detto di aver saputo dalla mamma del mio intervento imminente. So che lo ha fatto anche lei non tanto tempo fa, e lei sa che io so. Non mi ha raccontato del suo. Mi ha chiesto come mi sentissi, e se avessi paura del dopo, "perchè sappiamo che per una donna..., no, tesoro?". Che "tesoro" lei non mi ha mai chiamato nemmeno quando ero una bambina, che io ricordi. Solo allora mi è venuto spontaneo chiederle come si fosse sentita lei al tempo, come fosse andato.
Perchè mi sono sentita raccolta, capita, ho trovato spazio.

Io lo ammetto, anch'io ho fatto errori grossolani con le persone in questo senso, errori di cui mi vergogno, che se tornassi indietro mi cucirei la bocca, e a ripensarci mi sale ancora l'imbarazzo. Nessuno ha un manuale d'uso sulla sensibilità. Ho fatto di quelle figure che a volte mi sono costate l'intero rapporto, proprio da campionato, e da sensi di colpa profondi come pozzi artesiani. Ma cosa ci posso fare? Ormai niente. Forse solo cercare di imparare ad ascoltare prima di, eventualmente (ma non è detto), aprire la bocca.
Che è la cosa più difficile.










domenica 6 marzo 2016

Questo sassolino me lo tolgo

Lo butto fuori, perchè la misura è colma e la tolleranza alla canna del gas. Che almeno se lo faccio qui i danni sono limitati.
Al prossimo che mi dice che "l'ha fatto anche la sorella del cognato di mia zia, quella che ha sposato il pronipote del cugino del bisnonno della madre della mia vicina di casa, e sta bene eh", giuro, conio un insulto da far arrossire l'accademia della Crusca.
Altro che petaloso.

Ci sono momenti in cui mi rendo conto che starmene per i fatti miei, occasionalmente, salva la vita. Quella altrui.

lunedì 29 febbraio 2016

L'attesa

Giovedì di due settimane fa ho fatto il prericovero. Ho trascorso il numero canonico di ore in ospedale, da sola come quasi sempre (per mia scelta, preciso), a fare il classico iter su e giù e avanti e indietro per gli ambulatori del Little Hospital, munita di cartellina di cartoncino con disegnati due personaggi di cartoni animati molto (poco) professionale contenente l'incartamento necessario. Ho esposto all'anestesista i miei timori descritti nel post precedente, e nonostante il colloquio sia stato parecchio particolare (io mi auguro, prego, metto un cero a sant'Antonio perchè NON sia l'anestesista che ho visto a prendersi cura di me in sala operatoria, o scendo dal lettino e pianto tutto), ho avuto i chiarimenti di cui avevo bisogno e le rassicurazioni del caso.
Abile e arruolata.
E adesso aspetto. Sono passati dieci giorni, entro tre settimane dovrei essere ricoverata, tagliuzzata e ricucita. Di nuovo.
Sono i giorni dell'attesa.
Sono giorni così.
(In foto: la Maya che ozieggia beata sull'accappatoio Poweresco appena lavato, ritirato dallo stendino e ripiegato. Impelandolo tutto, ça va sans dire).

Giorni in cui non mi faccio più domande sul senso di quello che sto per fare, come se avessi spento l'interruttore dei dubbi e mi fossi abbandonata a una cosa che deve accadere e basta.
Giorni in cui come la Maya sto con le orecchie tese, perchè comunque la paura un po' rimane, ma aspetto di lasciarmici prendere quando sarà il caso.
Sono giorni di preparativi. Da donna che vuole avere tutto sotto controllo ed estremamente pratica quale sono sempre stata, sto cercando di organizzare le cose in modo che durante la mia assenza e la mia convalescenza i miei uomini debbano trovarsi nella situazione di potersi arrangiare da soli senza chiamarmi ogni due per tre (che tanto lo so, lo faranno lo stesso, lo hano sempre fatto, lo faranno sempre, ma io ho questa innata stupida fiducia nel genere maschile che... lasciamo perdere). E allora pulisco a fondo, riordino a fondo, riempio dispensa e congelatore, lavo e stiro il più possibile, faccio quei lavori che di solito faccio a primavera e che questa primavera so che non potrò fare (tranne lavorare in giardino: è fradicio, non si riesce a fare assolutamente nulla, nemmeno ripulirlo un minimo). Forse è anche un modo per non pensare. Che se penso troppo mi sale un magone che non ha la minima utilità pratica, ad oggi.
Sono i giorni, anzi le sere, delle prove con il coro per Pasqua, che tanto ho il  99 per cento delle probabilità  di non cantare quel giorno (due ore in piedi...), ma ci vado lo stesso perchè cantare mi piace, mi fa stare bene a prescindere.
Sono giorni di "questo ce l'ho? Di questi non abbastanza, devo comprarne altri. Questo mi va ancora bene? In valigia ci starà? Questo non devo AS-SO-LU-TA-MEN-TE dimenticarlo, quello posso lasciarlo a casa, quello devo recuperarlo". Sinceramente non ricordo se le volte scorse ho programmato in questo modo il tempo. Non credo, fosse altro che perchè ai due interventi precedenti sono arrivata talmente stremata dal malessere e dal dolore che non avevo proprio testa per fare altro che subire. Adesso se mi vedesse qualcuno che non sa i dettagli, sembrerebbe che stessi programmando un viaggio di piacere.
Sono i giorni in cui il Power si è portato a casa un bel virus intestinale, e porca paletta no, proprio adesso no, che non stia a fare l'untore perchè il momento non è proprio quello giusto (oddio, non lo è mai, ma questo meno degli altri).
Sono i giorni del "lo dico o non lo dico?". Non l'ho detto a tutti. Anzi, l'ho detto a proprio pochi. Perchè è una cosa, me ne sono resa conto, un po' difficile da capire da fuori, e delicata da esternare. E c'è che mi sono un po' rotta delle frasi di circostanza che arrivano in queste situazioni, perciò evito in partenza di mettere le persone (alle quali per la stragrande maggioranza dei casi in realtà non importa una ceppa) nella condizione di sciorinarle.

Ma sono anche i giorni del "voglio starmene per i fatti miei", e del "non lasciatemi sola".
Voglio starmene per i fatti miei quando alcune persone, e sono sempre le stesse, mi scaricano addosso le loro quotidianità almeno due volte a settimana, iniziando le telefonate sistematicamente con "ciao, sai che mi è successo questo e quello?", e chiudono la telefonata senza essersi chieste se mi interessasse davvero saperlo. Solitamente cerco di essere gentile e ben disposta ad ascoltare, perchè so che a volte si ha bisogno di scaricare, e se qualcuno ti offre la sua fiducia è un dono che ti fa. E di doni come questi, doni di fiducia, non so perchè, ma negli ultimi anni ne ricevo moltissimi. Adesso però no. Per favore, no. Non se mi si deve usare come discarica. Cioè, dimmi pure, sfogati, ma poi ascoltami anche. O non iniziare nemmeno a parlare. E siccome lo scambio reciproco non avviene praticamente mai, ho abbassato drasticamente il livello di tolleranza e installato un risponditore automatico che si limita a dire a ritmo variabile e voce mono-tono "si... no... ma pensa tu... ma davvero... ma dai... ma che brava... eh no...". Oppure, se via WA, ritardo a rispondere. E molto. Sperando che dall'altra parte ci si dimentichi di attendere la risposta. Mi eclisso proprio.
Adesso io sono per me e basta. Sono per me e per quello che mi aiuta a sostenere questi giorni, comprese alcune presenze che no, non mi fanno troppe domande, ma sanno prendermi per il verso giusto. A volte vorrei raggomitolarmi su me stessa e infilarmi in una delle mie scatole dei filati, per starmene in pace a dipanare la mia matassa in silenzio. Non ho voglia di confortare, rassicurare, pat-pattare, non ho voglia di parlare. E men che meno ho voglia di ascoltare, a meno che non abbiate da dirmi cose belle-belle che mi tirino su il morale. Datemi dell'egoista, non mi importa niente.

"Non lasciatemi sola" però, perchè sola mi ci sento, e molto. La mia è una di quelle situazioni in cui pare quasi che non ti sia dato il permesso di star male. Sembra assurdo, ma le frasi che più mi sono sentita dire da quei pochi a cui ho detto quello che sto per affrontare, sono state "tanto sei già in menopausa indotta, che differenza c'è?", "tanto un figlio ce l'hai già", "tanto non ti serve più", "tanto lo hai preso in tempo", "tanto hai passato di peggio", "tanto c'è chi sta peggio", "tanto sei una donna forte". Come dire, che problema ti fai? Fa male, sapete. Fa molto male. Sono le risposte che fanno sentire sola, ma sola nell'intimo. Per ognuna di queste frasi ho le mie risposte pronte a chiudere le bocche, ma non voglio. Perchè non mi farebbe sentire meglio. Rimane il senso di vuoto, di non essere compresa, di essere trattata come l'ultima stupida che dà troppa importanza a una scemenza. La scemenza dell'ennesimo pezzo di corpo che se ne va, ma di cui si può tranquillamente fare a meno senza tante storie, e chi se ne importa se sei giovane, tanto non sei la prima nè l'ultima che se ne priva.
Quello di cui ho bisogno non è l'approvazione altrui. Non me ne faccio nulla. Ho la mia, mi basta. Che tutti pronti a dire "aaah al posto tuo farei lo stesso", ma 1- al posto mio non ci sei, e 2- dì la verità, lo hai detto senza pensarci un nanosecondo. (A un uomo ho detto "pensa se ti tagliassero le palle", la reazione non ve la dico, usate la fantasia). Non ho nemmeno bisogno di consigli: ho dei medici eccellenti a cui far riferimento. Quello che voglio, ed è la cosa più difficile, è non essere lasciata sola. Non di essere capita, ma di sentirmi tenuta per mano, di sentirmi voluta bene, che si accetti il mio muso lungo senza fare domande e senza pretendere che sorrida a tutti i costi a comando (che ammettetelo, e parlo anche per me eh, il più delle volte si cerca di rallegrare gli altri perchè la tristezza altrui fa male a chi la guarda, non per altruismo), accolta anche in questo momento un po' così, che per me, adesso, è un po' difficile. Di sentirmi dire che è normale che io mi senta come mi sento, ma non per modo di dire, non perchè non si ha altro da dire, non per minimizzare, non per sdrammatizzare.

Insomma, aspetto. E spero almeno che durante la convalescenza ci siano delle belle giornate di sole, perchè così, ne sono sicura, sarà tutto più facile.

martedì 16 febbraio 2016

Di nuovo in strada, di nuovo in sala operatoria.

La prendo larga?
Larga la prendo. Anche perchè è più di un mese che non sbloggo, quindi una lettura pesa ve la posso anche infliggere.
Sono qui.
Di nuovo in viaggio, non più in bici (fa freddo, odio pedalare col freddo) ma con la Greta, e faccio strada. Tanta. Ho ritrovato la libertà di guidare, il piacere di farlo, e vado. Dove non sono stata in questi ultimi dieci anni, da chi non vedo da tanto tempo e mi aspetta. Da sola. Mi piace guidare da sola. Tante cose mi piace farle da sola.
E vado anche metaforicamente.

Non ho più scritto di come sono andati i controlli ultimi. Si, lo so, nessuno ha perso il sonno per questo.
C'è che non sono finiti. Dopo quattro mesi non sono ancora terminati.

Tecnicamente e molto freddamente.
Quando ho portato la mamma a visita oncologica lo scorso ottobre, l'oncolessa mi ha suggerito, vista la situazione di entrambe, di parlare con l'oncologo che segue me, relativamente alla possibilità di fare il test del BRCA, e prendere eventualmente in considerazione l'asportazione preventiva delle ovaie (mie, non di mia madre chiaramente, dato che il mio era un tumore ormonodipendente e il suo no).
Un mese dopo, quando a visita sono andata io, ne ho parlato appunto con l'oncologo, il quale sostiene che fare il test, vista la famigliarità altissima per tumori di vario genere (soprattutto uteri e prostate) presenti in famiglia in entrambi i rami (non sto ad elencarli perchè è un "di più", ma ci sono passati tutti tutti tutti da mia madre e mio padre in su fino ai nonni, tutti e quattro, ad arrivare a me prima di mia madre) sarebbe tempo sprecato e denaro (per lo Stato) buttato. Non serve un test genetico a confermare la mia predisposizione. La sua positività non cambierebbe la mia situazione di una virgola, la sua negatività non diminuirebbe il mio livello di rischio. E mi sono ammalata giovane. Non è un punto a mio favore.
Se fino a due mesi fa mi si poneva almeno il dubbio "etico" (mutilarsi per un "se forse...", confondere la persona con la malattia...una moda... paturnie che passavano per la testa più che la paura, perchè paura concretamente, giuro, non ne avevo), la biopsia dell'endometrio ritirata poco dopo Natale ha tolto ogni dubbio.
Iperplasia endometriale. Endometrio disfunzionale. La causa: molto probabilmente la terapia ormonale (raramente, mi hanno detto, ma succede. Che fortuna.), come visti i precedenti in famiglia c'è una possibilità che anche no. La probabilità che si trasformi in neoplasia è alta. Le soluzioni, due: o controlli serratissimi con ecografia interna ogni tre mesi e isteroscopia con biopsia ogni sei fino a "quando", che potrebbe essere due mesi, sei anni, dieci settimane, domani, nel 2026, vai a sapere dato che di terapia ormonale mi aspettano ulteriori cinque anni... Oppure isterectomia ed ovariectomia.
E io mi dispiace, fancool alla morale, alla questione etica, a tutto quello che si vuole, una vita col fiato sul collo anche per quello non la reggo, e ho deciso per il taglio.
Ieri sono stata a visita ginecologica, dopodomani ho il day hospital preoperatorio, entro tre o massimo quattro settimane il pensiero è tolto. E tolto il Decapeptyl, perchè il Letrozolo rimane.
Veloce, rapido, senza liste di attesa chilometriche. Disponibilità pressochè immediata. Che cool. Meglio di una clinica a pagamento.

Quella era la parte tecnica.
La parte emotiva... Eh. Non so nemmeno da dove iniziare.
Non ho voluto scriverne prima di adesso perchè volevo una data, e volevo metabolizzare. Premetto che so che c'è chi sta peggio, ma questo non mi toglie l'onere di pensarci nè la sofferenza. So anche che ho passato di peggio, ma avrei voluto che fosse finita lì, e finita non è. Cinque mesi fa circa, una persona a cui tenevo molto mi disse che il tumore mi aveva pur portato una cosa buona, ed era il rapporto tra me e questa persona. Che poi dopo un soffio questa mi abbia causato una sofferenza evitabile, non raccontabile e profondissima che mi trascino fino ad oggi è un altro lato della faccenda, ma di fatto finora più che "portarmi" mi sembra che il tumore al seno abbia "rubato". E ruba femminilità nel senso fisiologico del termine. E ruba sicurezze. Ruba pezzi di me, dal mezzo seno al pezzo di braccio che non sento più da sei anni, ai miei organi più intimi. Anche dopo sei anni. No bono. Per niente.

Figli... L'idea del secondo figlio l'ho ingoiata a fatica in questi cinque anni. Ma non mi ci voglio dilungare, questa cosa la tengo per me. E' una cosa troppo personale e troppo grande per riversarla qui. Ci sono troppi luoghi comuni pronti ad arrivare come frecce, e non ho la forza nè la voglia di ricacciarli ai mittenti. C'è il Power. E' la mia fortuna. Ho ancora tanto da dargli.

Ho cercato in internet, in queste settimane, esperienze raccontate da donne che hanno avuto o hanno la mia stessa situazione. A parte che giovani come me (43 anni) le ho trovate col contagocce, ma ho letto cose abominevoli sul modo in cui considerano loro stesse una donna senza più organi riproduttivi. Donne non più donne, donne inutili, donne non più in grado di interessare un uomo, brutte, senza più desideri, finite. Cioè, ma stiamo scherzando? Va bene che attorno a questa parte del corpo ruota tutta una serie di discorsi fatti tra donne in sordina, di pubblicità mirate dalle quali qualcuna dice di sentirsi esclusa con rammarico, di ricordi di ragazzina, di nonne e zie che "mi raccomando adesso non saltare più con la corda", eccetera eccetera. Sarà per come sono stata educata, mia madre ha fatto il sessantotto, ma no, abbiate pazienza, mi rifiuto di prendere in considerazione l'idea di essere "femmina" solo in virtù del fatto che porto un organo cavo che il maschio non ha. Ci ho provato a pensare a come sarò "dopo", e francamente io mi ci vedo come oggi, nè più nè meno. Dovrò digerirla, certo, non sarà come togliere un dente, ma passato il periodo "down" (e me lo aspetto) mi rimane il resto. E il resto è la riflessione che sto facendo, e che mi fa dire a me stessa tutta una serie di motivi per cui non posso essere meno femminile di quanto non lo sia oggi.
Che io mi sento donna perchè ragiono da donna, mi vesto da donna, mi muovo da donna, mi trucco da donna. Ho le paturnie da donna, i sensi di colpa da mamma, i peccati di gola da femmina, i desideri da donna, le fisse da donna, la fiducia mal riposta che dà spesso ogni donna e prendo le tuonate da donna, e come ogni donna non riesco a liquidarne il dolore con un "chi se ne frega". Amo da donna, spero da donna, dedico l'anima come quasi ogni donna, mi faccio mille scrupoli da donna, ho i rimpianti e i rimorsi di una donna, mi guardo dentro mille volte al giorno come una donna, vorrei fare mille cose in un colpo solo e riesco a farne almeno quattro alla volta (e chiedete ad un maschio di farne anche solo due, tipo parlare al telefono mentre mescolano la minestra, poi vedete), ho i capricci di una donna, dico "si" per dire "no" e viceversa quando fa comodo come ogni donna, mi illudo che gli uomini capiscano una direttiva facile come "compra due banane" e sistematicamente mi incavolo perchè per farlo devono telefonare tre volte dal super per avere delucidazioni, mi sale l'ansia per cose evitabili, divento una leonessa quando mi si tocca il pargolo. Leggo, scrivo, osservo, curo, asciugo lacrime, raccolgo vomiti senza senso di schifo, tampono sangue e  incerotto, racconto balle a fin di bene, nascondo caramelle nel mio armadio (girelle di liquirizia e caramelle alla panna del Lidl per non farmele fregare, non ditelo a nessuno, men che meno alla mia bilancia), chiacchiero, ricamo e uncinetto, coccolo, inciampo, cado, mi rialzo, piango in silenzio. E non mi annoio mai.

Tutte queste cose non sono nell'utero. Non ci possono stare. Ho letto le sue dimensioni sul referto di ieri: senza le ovaie, atrofico che è per via della cura, meno di sette centimetri per quattro, per uno spessore di boh. Piccino per farci entrare tutto quello che sono in testa e cuore, direi.

Man mano che scrivo, ed è un'ora e mezzo che sono qui eh, mi rendo conto che sto buttando giù questi concetti ancora una volta per me e per me sola. Per rileggerli e rileggerli e mandar via il magone che ho dentro. Non è bello quando ritiri una biopsia e vuole consegnartela il primario, è la seconda volta che mi succede, e non è una pheegata. Dopo la prima volta, anche per poco ti senti la spina dorsale attraversata da una scossa di corrente veloce, e ti si rizzano in testa le antenne che non hai. Ti dicono di star tranquilla e tu vorresti mandare a ranare tutti quanti, avere solo le risposte che chiedi, poche chiacchiere. E vorresti avere otto paia di orecchi per captare anche il rumore del volo del moscerino che attraversa la stanza facendosi i fatti suoi, per paura di perdere un solo minuscolo particolare che ti riguarda e dover uscire anche con una sola infima domandina, come la taglia del camicino aperto dietro che ti daranno. No, per dire.
Perchè la verità è che ho paura.
In sala operatoria ci sono entrata tante volte, c'è un chirurgo in particolare che ogni volta che mi vede girare per gli ambulatori (e ci incrociamo quasi sempre, guardacaso... è il medico che mi ha portato in oncologia per la prima volta, perchè non sapevo dove andare con l'impegnativa in mano) mi dice "ma lei è ancora qui?" e io gli rispondo che ci vado per fargli perdere capelli. Infatti in questi anni si è ben che stempiato. Ma non mi ci sono abituata mai. Ogni volta è la stessa paura. Ogni volta è la stessa attesa... delle gocce di EN che mi stordiscono quanto basta per non scendere dal lettino e fuggire all'ultimo momento, perchè subito dopo averle prese vado in bagno a infilare il camicino per l'operazione e non riesco a camminare dritta per tornare a stendermi trenta secondi dopo.
L'ultima volta è stata l'operazione per le due ernie al disco, nella Big City, 24 aprile 2012. L'esperienza con l'anestesia è stata angosciante. Mi sono sentita addormentare piano piano dal basso all'alto, prima i piedi, poi su, le ginocchia, il bacino... quando il torpore è arrivato ai polmoni e non mi sono più sentita muovere il torace sono entrata in panico, ho cercato di urlare e non ci riuscivo, ho biascicato "non respiro", l'infermiera dietro mi rassicurava che si, respiro, e poi il buio, ma piano piano, che cercavo irrazionalmente di contrastare con tutte le mie forze. Non lo auguro a nessuno. Non ho paura del sangue, non mi fanno schifo le cicatrici (se non mi hanno fatto schifo quelle del seno e me le medicavo da sola...), sopporto il catetere, non ho paura del dolore. Ho paura di quel momento lì. Mi angoscia l'attesa.

Se c'è un bisogno che sento adesso non è di essere rassicurata, nè quello di essere compatita, o paragonata alla Angelina Jolie come hanno fatto diversi medici, compreso il mio di base (posso dirlo? FINITELA, a me di quello che fanno gli altri del loro corpo non è di nessun aiuto, men che meno se è gente che finisce sui giornali). All'unica persona, poi, che si è pensata di dirmi "cosa vuoi che sia, roba da poco, fai presto e ti togli un pensiero..." ho risposto "vuoi farla tu al posto mio? Accomodati, fai presto e ti togli un pensiero", e ha chiuso la bocca. Perchè tutti sono eroi con la pelle degli altri.

L'unico desiderio che ho è di cose belle. Coccole, chiacchiere, biscotti, progetti, belle notizie, soprattutto belle notizie. Perchè io nel mio dolore non mi sto crogiolando. Ci soffro, ci rifletto, ci piango ogni tanto, ma sono ben decisa ad andare avanti, e il mondo non si deve certo fermare nè nascondere dietro ad un paravento per me. Non sto andando al macello. Non ne uscirò senza organi vitali, nè menomata. La mutilazione è intima, interiore più che fisica, ma per guarire quel tipo di mutilazione i mezzi ci sono e non sono nemmeno così eclatanti. Non c'è nemmeno un fattore estetico a cui rimediare, stavolta, a differenza di sei anni fa. Il buono per la ricostruzione gratis ce l'ho ancora, ma è lì, nell'etere, e chissà mai se e quando deciderò di usarlo. Per ora va bene così.
Mi passerà. Con calma o in fretta ma mi passerà. E' sempre passata. Certo, sono giovane, ma le mie nonne alla mia età avevano già fatto entrambe questa cosa, e come me avevano già figli. Una è morta decenni dopo, l'altra è ancora viva e sta bene, per me non sarà la fine del mondo. Io ho il Power.
Non ho il cancro, lo sto prevenendo, certo con mezzi drastici, ma questa è la sostanza. Questo mi chiede la vita adesso. Per potermi godere tutto ciò che viene dopo, con una paura in meno.

(Ps. adesso sono qui che leggo e rileggo tutto innumerevoli volte eh, forse forse quello che ha partorito la mia testa ed è uscito dalle dita rientra attraverso il cuore e me ne convinco. Respiro a fondo... uno... due... La prendo larga? Larga la prendo.)