domenica 23 agosto 2015

Cinque anni senza te. (post lungo)

Vi avviso da ora: il post è lungo. Volevo scrivere poche parole, ci ho provato, ma rileggendole mi sono detta no, oggi dentro di parole ne ho tante, non mi va di sintetizzarle. Non oggi, non in questa occasione. Perciò se avete solo cinque minuti di tempo, ripassate quando e se siete disposti a perderne di più per leggere. Parecchi di più.

Vediamo un po'... da dove inizio?
Inizio dal principio. Dal primo post che scrissi sull'argomento. E' breve. L'ho scritto un martedì mattina, il 9 febbraio 2010, alle cinque e mezzo, dopo una notte in cui ho dormito si e no un paio d'ore. Non è difficile capire il perchè, leggendolo. Mi meraviglio di averle dormite, quelle due ore.
E il post dice così. Copincollo (e riformatto, perchè la formattazione era quella di Splinder).

Proprio non riesco a tenermi tutto dentro. Non ce la faccio. Forse scrivendolo esorcizzo la paura, a costo di sembrare sciocca o esibizionista. Ma il blog è mio e visto che quello che sto per intraprendere non è proprio un viaggio di piacere, non posso più scrivere solo vaccate.
Ho il cancro.
Ho ricevuto la notizia ieri mattina. Ho un tumore al seno. A me non piace definirlo "brutto male", come fanno in molti, non mi piace nemmeno dargli altri appellativi per farlo apparire meno grave, meno reale, o farlo passare in sordina.
La bastonata è stata violenta. Ho l'impressione che il mio corpo mi si stia rivoltando contro, prima con la spondilite, ora con questo. Mi domando cosa gli ho fatto di tanto male per essere ripagata così.
Vi prego, non ditemi cosa devo o non devo fare. Non è il caso. Da domani mi affido alle cure del reparto oncologico di Latisana, mi farò aiutare dalla psicologa del centro, e mi lascerò sostenere dall'amore della mia famiglia, tutta quanta, non solo mio marito e mio figlio.
Guarirò. Sono le mamme che accompagnano i figli il primo giorno di scuola, che si fermano due metri più in là del cancello per non farsi vedere piangere, e io voglio essere lì come le altre, fosse con un cappellino o con un bandana in testa, ma voglio essere lì. E quando sarò vecchia voglio rileggere queste pagine come un brutto, bruttissimo ricordo.


E' iniziata così. Anzi no, il mio racconto è iniziato così. La "faccenda" è iniziata concretamente il giorno prima, un giorno assurdo, che ancora ricordo tanto perfettamente quanto ricordo di essermi sentita in una dimensione alternativa, parallela, sopra le righe, come catapultata in una fiaba, da protagonista e spettatrice in una volta sola. Solo chi ci è passato lo sa. Solo chi si è sentito dire le parole "c'è un tumore" può comprendere. Parti per la tangente. Di tutto quello che il medico che hai davanti dice dopo, afferri solo dei tratti, qualche verbo, le parole più pesanti. Io ho perso le virgole, ho perso l'espressione del medico mentre parlava perchè davanti vedevo solo la fòrmica pallida della scrivania, e sentivo rimbombare nella testa solo le parole che uno non vorrebbe sentire mai rivolte verso sè stesso, senza peraltro comprenderle: "chemioterapia, resezione, cicli, radio, flebo, ormoni, chirurgo, menopausa, perderà i capelli, effetti collaterali, un anno o poco più, anticorpo monoclonale, linfonodi, scavo ascellare, G2, niente più figli". Bam! Tutte in una volta, scaricate come un pacco pieno di ritagli di stoffa che devi ricucirti a casa uno per uno, per capire che disegno salta fuori da quel patchwork fuori dal mondo e che soprattutto non hai progettato tu.

E poi ho alzato gli occhi, ho girato la testa verso destra, e ho incontrato lo sguardo di mio marito. Ah già, c'era anche lui. Me ne sono ricordata solo dopo. Dopo la raffica di paroloni pesanti. Aveva il volto paonazzo, gli occhi lucidi. Mi guardava. E in un attimo compresi che era spaventato almeno quanto io mi sentivo fuori posto. Me lo disse solo molto, molto tempo dopo, solo dopo quattro anni cosa pensava in quel momento: pensava che mi avrebbe perso. Ma a me, sono sincera, il pensiero "morte" quel giorno sfiorò la mia testa solo per un momento, poi lo relegai in un angolo, non lo volli mai più prendere in considerazione. Successe quando il dottor Clooney parlò di "statistiche di sopravvivenza", e disse qualcosa tipo "la sopravvivenza a cinque anni per questo tipo di tumore, con le terapie del caso, è del novanta e qualcosa per cento". Lì per lì non capii, e mi feci ripetere il concetto, perchè io di tumori proprio non mi sono interessata mai, e dico "per fortuna", perchè significa che ho avuto la grazia di non dovermene occupare. E chiesi nella mia ignoranza se significava che sarei vissuta solo altri cinque anni. Mi rispose che no, il concetto era un altro, e me lo spiegò per bene.

La verità? Non ricordo cosa disse con esattezza. Ma ricordo che sapevo di dover attendere cinque anni per sentirmi più sicura, che se trascorrevano cinque anni dal giorno dell'intervento (che si sarebbe svolto da lì a mesi, dopo la chemioterapia) senza che si ripresentassero recidive o metastasi, il rischio di riammalarmi di cancro si sarebbe abbassato drasticamente. O, come lo semplificò la mia mamma (che non è medico, ma è la mamma) in seguito, "se ti passi i zinque anni ti xe fora. Io dize tutti!". Forse la mia mamma l'ha banalizzato un po', ma l'espressione è davvero bella.

Feci l'asportazione del linfonodo sentinella la settimana successiva, che risultò poi metastatico.
Mi feci tutto il percorso di chemioterapia sommata alla prima tranche di infusioni di Herceptin, con tutto il corredo di effetti collaterali a breve e a medio termine, di paure, di incertezze, di domande di cui mi sono ben sfogata su questo blog al tempo. E fu vita. Che quando mi sento dire "puoi dimenticarla" rispondo che no, non sia mai. Perchè non mi sentivo una sopravvissuta come non mi ci sento ora, mi sentivo viva e basta. Con un problema grosso come un macigno da affrontare, ma viva. 

Finchè il 24 agosto feci l'intervento. Se ne andò una fetta del mio seno, e un pugno di linfonodi ascellari con lei. 
E iniziai a contare. 
2010, partenza; 2011, 2012, 2013, 2014.


E 2015. 24 Agosto. Domani.

Questo giorno, al tempo, sembrava lontanissimo. Ed invece eccolo. Ci siamo arrivati. E i pensieri nella testa sono confusi.

Mi sento ottimista: i controlli sono sempre andati bene, con qualche intoppo, qualche nodo particolarmente noioso da sciogliere, ma risoltosi sempre bene. 
Oggi ho le mie cicatrici, chiare ma larghe, cicatrizzo male io. Sotto alle cicatrici diversi granulomi che rendono dolorose le visite, le mammografie e le ecografie, ma così devono rimanere. Non ho un bel rapporto con il mio seno rovinato. Non vado volentieri al mare per non mostrare i segni della battaglia, in realtà il fastidio ce l'ho io ad averli sotto agli occhi, che finchè ho il reggiseno imbottito che mimetizza l'ambaradan e la maglietta che copre il tutto va tutto bene, ma in costume mi sento a disagio. Ci sono due cicatrici, tre con quella del port, e c'è il buco, l'avallamento. Che non si può riempire, perchè sta sopra, tra i due quadranti superiori. Anzi, dove c'erano i due quadranti, perchè non ci sono più. Non ne parlo mai con nessuno, perchè le prime volte che accennavo a qualcuno di questo mio disagio mi sentivo rispondere che l'aspetto estetico è la cosa di minore importanza; sarà anche vero, ci arrivo da sola a capire che meglio con un seno visibilmente segnato, di volume dimezzato e diverso dall'altro ma viva che tre metri sotto terra, ma mi sono stufata di ribattere "vuoi provare? Ti prendi anche il resto però, altrimenti non vale". E' come augurare il cancro a qualcuno. E non voglio fare la parte della merdaccia. Non è corretto. Anzi, è proprio meschino. Ma a volte ti viene dal cuore questo moto di acidità, è inutile fingere che non sia così.

Ma se sei donna, sai anche che il seno non è solo carne che sporge, soprattutto se sei giovane. E' come quando il ciclo viene a mancare. Io senza ciclo sto bene, ma non venitemi a dire che a 37 anni una donna che se lo vede interrompere a forza e a vita (anche per motivi diversi dal mio) grida al mondo quanto è felice, o anche solo che non le importa nulla. 

Ci sono i controlli. I primi due anni sono stati permeati da (normale, dicono) angoscia costante, poi via via questa è andata alleggerendosi fino a diventare un po' di semplice nervosismo a ridosso degli appuntamenti. Ad ora sono ancora ogni 6-8 mesi, il prossimo appuntamento con l'oncologo ce l'ho a gennaio 2016, e tra novembre e dicembre c'è tutto l'ambaradan di mammografia, eco mammaria, visita ginecologica, markers, cardiologo, menatine varie ed eventuali. Con una corsa veloce dall'oncologo anche a dicembre solo per cambiare la terapia ormonale. 
La terapia ormonale inizialmente era stata programmata per cinque anni, poi è stata prospettata una proroga a dieci. L'oncologo sostiene che, vista l'età e il tipo di tumore che avevo, è più sicuro. Decapeptyl e Tam fino a dicembre, e a dicembre mi cambia il tipo di pastiglia. E facciamoli questi ulteriori cinque anni di caramelle. Facciamoli, se serve a tenere stretta la buccia. 

Di chemio e radio mi sono rimasti solo pochi segni, nessuno ad oggi visibile dal di fuori. Ho una cascata di capelli lunghi, il cortisone che mi davano prima e dopo le infusioni e che mi aveva gonfiato come un pallone se ne è andato (facendomi ritrovare finalmente una figura di tutto rispetto, e soprattutto in perfetto normopeso, cioè con una BMI ottima), attiro le zanzare come il miele le mosche (a differenza di prima della chemio, che manco mi si filavano), ho una cicatrice da radio sul polmone sinistro che fa impallidire i radiologi ogni volta che mi fanno le lastre (e devo ogni volta spiegare loro cos'è quell'ombra prima che mi spediscano sotto ad altri scanner), non posso tenere lo smalto sulle unghie delle mani per più di quattro o cinque giorni di fila altrimenti si sfaldano (e prima della chemio le pittavo regolarmente che erano più dure dei sassi), a periodi soffro di reflusso, la pelle sotto al seno sinistro è più scura (dove avevo l'ustione da radio, ero rimasta in carne viva), ho tutta la parte di carne dietro alla spalla e la parte dietro e sotto a tutto l'avambraccio a sinistra completamente insensibile. Cioè lì mi posso graffiare, tagliare, mi può pungere una vespa, che non sento assolutamente nulla. Ma uso il braccio come se non fosse successo mai nulla, mantengo solo l'accortezza di non farmi prelevare da lì il sangue nè misurare la pressione, ligia agli ordini di chi di dovere. Sotto all'ascella sinistra non mi cresce che un gruppo sparuto di quattro o cinque peli in croce: risparmio in rasoi.
Altre cose non mi vengono in mente. 

Dentro di me mi porto tutto il resto. Che non è sofferenza, non più. Non è nemmeno paura. Mi sento di dire che è vigilanza. Pura e semplice vigilanza.
A chi tempo fa mi disse "passati i cinque anni rischi di ammalarti quanto me che non ho avuto il cancro, scommetto", risposi una cosa molto semplice: che "tu che non lo hai avuto mai non fai le mammografie e le analisi dei markers una volta l'anno  per tutta la vita, non prendi farmaci per sopprimere la produzione ormonale, non vedi gli oncologi, un motivo ci sarà, ti pare?". 

Io però, appunto, a tutto questo rischio non ci penso quasi mai. Non si può vivere tutta la vita convinti che ci si riammalerà di tumore solo perchè lo si ha avuto una volta. E' vero che a volte succede, ma come anche no, siamo realisti. La mia nonna paterna ha fatto la mastectomia bilaterale da giovane, ed è morta vecchia, dopotutto. Malata, ma non di cancro. E se la mia prognosi è eccellente, e me lo dicono gli oncologi, e lo confermano gli esami, io vado avanti via veloce, portandomi nella testa ogni giorno i problemi che possono avere più o meno tutti: il mutuo da pagare, un ragazzino che cresce, le piccole noie domestiche, un occhio vigile verso mia madre che invecchia e due verso i suoceri che invecchiano molto più rapidamente, l'artrite che ogni tanto mi piega e mi blocca, due ernie cervicali e altre rognette fisiche di poco conto, e perdendo anche il quarto d'ora frivolo nel dilemma dello scegliere il colore giusto di un rossetto, del giusto soggetto da ricamare su un trovaforbici o del modo alternativo di cuocere il pollo per la cena. Ne ho tutto il diritto, visto che per un pezzo di strada non è potuto essere così. Il cancro non è il primo dei miei pensieri. Rivolevo le mie noie di prima, e ora che sono stata accontentata me le tengo belle strette e mi ci lamento anche sopra ogni tanto come fanno tutti, che va benissimo così. Ho dato e in abbondanza, e adesso, cappero, prendo.

Vigilante. Con la vita di chiunque altro per le mani, i pensieri che avevo prima di ammalarmi per la testa al mattino appena sveglia, ma vigilante quando se ne presenta la necessità, che tradotto significa "non dimenticare il tamoxifene la sera", e altre piccole cose. Serenamente.

A cinque anni di distanza (ma questo anche molto prima) ho imparato che se ho avuto il tumore al seno posso prendermi una bronchite come chiunque altro senza che sia necessariamente una possibile metastasi polmonare, che se mi fanno male le ossa è perchè soffro di artrite e di artrite non si muore, non corro dal medico se non lo ritengo estremamente necessario e se prima non ho tentato di curarmi da sola come mi è stato insegnato in questi anni (ammalandoti gravemente tante cose le impari). 

E poi ci sono i tumori degli altri; ho imparato che se io parlo di tumore con la facilità con cui parlo di cosa ho mangiato a pranzo non è detto che per gli altri debba essere così, che le storie degli altri riguardo alla malattia vanno accolte ma non giudicate, che davanti allo Spettro siamo tutti diversi. Ci ho preso anche delle belle nasate, lo confesso. Le figure demmerd si sono sprecate in questi cinque anni. Ma credo che il mio apprendimento del concetto "a volte è meglio tacere" sia a buon punto. Che io sono tarda a capire le cose, ma ci arrivo.
Ci sono le lezioni di vita. C'è stato un lutto profondo e doloroso. Ci sono i cambiamenti al modo di guardare alle cose, e c'è l'apprezzamento ancora più forte verso le cose leggere della vita, le piccolezze, perchè sono quelle che permettono di fare scorta di buon umore, e di energia da usare per sopravvivere quando a pensare alle cose pesanti ci si è costretti. Ci sono i rapporti di amicizia che il cancro, suo malgrado, mi ha portato a stringere, e di cui oggi non so se potrei fare a meno, perchè sono speciali. Anche i legàmi che sono stati rotti dal cancro stesso erano speciali. A volte mi chiedo... se fossi rimasta sulle mie durante la malattia, senza guardarmi attorno, forse avrei sofferto di meno in questo senso. Poi però mi rendo conto che avrei perso anche il resto. Ne sarebbe valsa la pena? 

E ancora si, per certi versi la "faccenda" mi ha anche abbruttito. Non parlo nel senso fisico, ma nei pensieri. Non riesco più a tollerare chi si dà per morto senza prima aver provato a battersi per rimanere in vita, senza aver cercato di trovare una soluzione, qualsiasi sia il problema. Non tollero l'arrendevolezza. Non tollero più, e questo è un mio limite, chi parla della sua malattia, qualsiasi essa sia, come se fosse l'unica persona malata sulla terra, come se "come lui/lei nessuno mai", e "nessuno può capirmi". Ho il vomito quando sento dire "beata te che sei giovane, che quando si invecchia iniziano i problemi", che io non porto scritta in fronte la mia storia perchè non ne ho il dovere, ma a volte sbattere in faccia la realtà alle persone (solo ed esclusivamente quando non ne potevo proprio più di ascoltare passivamente) ha chiuso tante belle bocche. Mi irrita moltissimo quando sento giudicare la felicità di qualcuno dal suo aspetto fisico, dal vestire, dal trucco, dalle movenze, seguita dalla frase "beata lei/lui, si vede che sta bene, io invece...". Ecco, sono le situazioni in cui taccio per non rispondere male, per non ferire, perchè non ne ricaverei nulla. Ma faccio davvero fatica.

E' sbagliato. Lo so che non dovrei prendermela. Ma c'è anche questo. 

Ecco, domani per me è festa. Ma festa vera, con tanto di torta, che ho promesso al Power di fare la cheese-cake a casa ma non ne ho nessuna voglia, ho mal di schiena in questi giorni e fatico a stare in piedi, perciò mi sa che noi si fila in pasticceria prima di pranzo. Avrei voluto fare una festa grande con tutta la famiglia, ma qualcosa mi trattiene. Ho paura di non essere capita. Perchè cinque anni hanno un significato particolare per chi sa, ma non dicono niente a chi non lo vive, e io non ho voglia di stare a spiegare, anche se mi viene voglia di urlare al mondo con un megafono dalla cima del tetto di casa mia "gente, ho passato i cinque anni, sono viva, vi rendete conto? L'ho spuntata! L'ho fottuto!". Dopotutto tutti siamo impegnati a vivere la nostra personale vita, ognuno ha i suoi problemi e i suoi successi, e questo traguardo riguarda solo me. Me e chi mi vive accanto ogni giorno. Che ha ancora un po' paura di perdermi, me lo ha detto. Ma da oggi di meno. 

Mi sento come se da oggi ogni giorno fosse, per me, un giorno regalato.
Una vita gratis.


domenica 2 agosto 2015

In queste settimane ho imparato...

Ho imparato che ci sono persone che hanno il "vizio" di parlare sempre e solo male di chiunque.
Ho imparato che questo genere di persone hanno un grosso problema. Perchè è matematicamente impossibile che su cento persone che hai davanti, siano tutte e cento da disprezzare a trecentosessanta gradi.
Ho imparato che sono persone "tossiche" per la vita altrui. Perchè dietro di loro, e addosso a chi le ascolta, non lasciano nulla di positivo, ma solo la sensazione di essere stati trattati come una discarica.
Ho imparato anche che il vizio del pettegolezzo è contagioso, e che ho un difetto grosso come una casa: mi lascio troppo spesso trasportare dentro a questo finto divertimento, rendendomi conto troppo tardi di aver lasciato sul comodino i collegamenti tra cervello e bocca (o dita per digitare) prima di mettere i piedi sul pavimento la mattina.

Però.

Ho imparato che questo non va bene. Non va bene perchè non mi lascia, in fondo al cuore, serena. E il cuore non mente mai. E' un errore enorme.
Ho imparato che perdendo troppo tempo ed energie in questa cosa, si rischia di perdere il bello di tante persone. E tante persone belle. E non è sempre facile, a ragion veduta, recuperarle nella propria vita.
Ho imparato che la malalingua fa danni. Tanti. E il più delle volte in cambio non se ne ottiene proprio nulla.
Ho imparato soprattutto, e a mie spese, che chi ha il vizio di parlare sempre, solo ed esclusivamente male con me delle vite altrui di sicuro ha già parlato male di me con altri. Perchè il problema non è nel resto del mondo che è pieno di difetti irritanti, ma in chi punta costantemente il dito, perchè facendolo si sente meno imperfetto di quello che è. E io faccio comunque parte del resto del mondo, ai suoi occhi, come chiunque altro. Nè più nè meno. Anche quando questi mi dà l'illusione di essere per lui (o per lei) diversa ai suoi occhi.

E quindi.

Ho imparato che posso difendermi da questa cosa fastidiosa eliminando dalla mia vita la sua fonte, che sarà anche brutto da dire, ma io la vocazione della crocerossina non ce l'ho, e nemmeno del cassonetto della differenziata.
Ho imparato che tra i tanti miei punti deboli ce n'è uno in particolare che, se toccato, mi fa tornare a ragionare in un nanosecondo.  Ci sono poche cose che si possono fare per farmi davvero del male, e tra queste c'è il giudizio malevolo su chi mi sta a cuore uscito da una bocca che non sa, non conosce e non rimane dal mio lato della porta di casa quando la sera la chiudo. E quando ne vengo a conoscenza torno in qua di brutto, mi si accende come una lampadina, e ci vedo molto, molto meglio.
Ho imparato che bisogna essere, a volte, anche un po' umili, che ammettere di aver ceduto ad una debolezza non fa certo onore, ma se sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Ho imparato che cambiare idea o atteggiamento non è incoerenza, ma è usare la testa, perchè ci vuole più coraggio a cambiare strada a testa alta sapendo di intraprenderne una migliore che incaponirsi a percorrere la propria solo per partito preso.
Ho imparato che tagliando, sulle prime posso anche soffrirci, ma in un secondo momento la sensazione di leggerezza nella coscienza è di gran lunga superiore alla sofferenza. In sostanza, ci vado solo a guadagnare.
E ci va a guadagnare la mia famiglia, i cui unici interessi sono tenuta a fare con tutta me stessa, perchè l'amo. Se sono serena io, sono doppiamente sereni loro.

Questo è un post che parla di me e parla di altri, di un errore mio e di un errore altrui contemporaneamente, e che in queste ultime settimane mi ha fatto riflettere per un motivo particolare e per niente piacevole. Non importa se chi legge non ha compreso: serve a me per tenere appuntata davanti agli occhi questa cosa, da rileggere di tanto in tanto per rinfrescarmi la memoria.

Ps. Ho trovato, tra i tantissimi siti che ne parlano, una spiegazione esaustiva su cosa siano le persone "tossiche". E lascio il link a chi legge. Credetemi, ne vale davvero la pena.

http://lamenteemeravigliosa.it/7-strategie-per-identificare-le-persone-tossiche/


lunedì 29 giugno 2015

Pannocchiette di spigo

E' tempo di raccogliere la lavanda.
E dato che il tanto annunciato caldo africano non è ancora arrivato, mi godo di tanto in tanto un'oretta sotto al gazebo, in questi ultimi pomeriggi di giugno. Profumandomi le mani.
E intrecciando ancora nastro di raso, ancora la rocca comprata per fare le bomboniere per il mio matrimonio, e in seguito usata per quelle per la Comunione del Power, ma ne è avanzato ancora tanto, tantissimo.
E intrecciando, e annusando, e sperando che la mia vecchia pianta di lavanda (che sta da ormai quasi cinque anni a ricordarmi il luogo esatto dove riposa la Gioiuta) duri ancora a lungo e rifiorisca di nuovo, perchè io amo moltissimo il suo colore e il suo profumo rilassante, produco.
Produco pannocchiette di lavanda, o spigo, per profumare e adornare un angolo di casa. Mi piacciono troppo per relegarli in un cassetto in mezzo alla biancheria. 




giovedì 25 giugno 2015

Di pagella, di compiti e di saluti

La pagella è stata ritirata ieri (qui a quanto sembra siamo sempre gli ultimi ad averla, tutte le amiche soprattutto non friulane hanno già sciorinato le pagelle della loro prole su FB da almeno dieci giorni... cosa che io non farò. Vabbè).
Superfluo dire che è andata bene. Anzi, è andata meglio di quello che pensavo. Non cose eclatanti, quello che speravo di trovare l'ho trovato: dei miglioramenti rispetto al primo trimestre. Non parlo dei voti (ok, anche quelli, almeno una parte...), ma della parte che riguarda i progressi nella maturazione del pollo in responsabilità, in consapevolezza, in socializzazione, in padronanza nell'uso di nozioni e metodi acquisiti a scuola. Insomma, saranno anche stati duri per certi versi questi cinque anni, soprattutto i primi due, quando i problemi in confronto ad ora erano davvero molto più tosti (alla faccia di chi sostiene che più avanti si va e peggio è... beh, io posso dire che dipende dalle situazioni e dalle teste, perchè io ci metterei una firma per avere un anno come quello trascorso, e un'altra firma per non rivivere mai più quanto vissuto in prima e seconda elementare), ma quest'ultimo lui se l'è giocato egregiamente. Ora non mi aspetto solo rose e fiori, certo, non mi illudo. Ma visto come è si è evoluto il cervellino del Power strada facendo, ho molta fiducia in lui.

Lo hanno caricato di compiti per le vacanze come un mulo. Ma di brutto proprio. Gli hanno assegnato un libro per inglese, ed uno per matematica ed italiano. Per le altre materie (storia, geografia, scienze) deve lavorare su tutte le parti dei rispettivi libri di testo che non sono state lavorate a scuola. Tante. Che per prepararsi ai test Invalsi, nei mesi scorsi, sono state adoperate più ore che non per proseguire con i programmi e portarli a termine. Giusto? Sbagliato? Non lo so. Sta di fatto che mi ha sbalordito il fatto che all'undici di giugno mio figlio, solo di geografia, si trovi ad aver studiato solo due regioni d'Italia (quella di appartenenza e una a scelta su cui ha dovuto fare una ricerca, nel suo caso la Lombardia) e le rimanenti DICIOTTO se le debba studiare tutte durante l'estate (come tutti i suoi compagni). Da solo. O meglio, con la mamma.
Mi indigna un po', invece, che di scienze nell'ultimo mese di scuola sia stato studiato il corpo umano, ma non siano stati affrontati (e quindi assegnati per l'estate) due argomenti: guardacaso (guardacaso!) l'apparato escretore e l'apparato riproduttivo. Qualche tempo fa la maestra si era lamentata con noi genitori del fatto che "ogni volta che tentavo di iniziare l'argomento i bambini, soprattutto i maschietti, si infilavano sotto i banchi a ridere come scimmiette, impedendomi di proseguire".
Cioè. Secondo lei è una cosa strana. Ed è un motivo valido per demandare alle famiglie. Cosa che non mi dispiace, per carità. Il momento giusto per parlarne con mio figlio l'ho già trovato, ed è stata anche una esperienza molto bella sotto certi aspetti, intima, costruttiva, ma l'atteggiamento della maestra non mi è piaciuto per niente. Anche la mia maestra, trent'anni fa, non se la sentì di affrontare questi discorsi in classe, lo ricordo, ma fece venire un medico a spiegare (era un pediatra, se ricordo bene), e ricordo anche le (normalissime!!!) risate dei maschi sotto ai banchi, cosa che però non impedì al dottore di dire quello che aveva da dire, nel modo più giusto. Era il 1983. E non vado oltre, perchè di cose da dire ne avrei fin troppe.

Comunque.
La maestra di storia del Power (la maestra L., che lui adorava) lo ha lasciato con un augurio che ho trovato bellissimo: "ti auguro di trovare dei professori, a settembre, che sappiano vedere le tue potenzialità, e ti aiutino a tirarle fuori e valorizzarle, perchè ne hai tante". 

L'insegnante di inglese, invece, che non era presente, ha lasciato ad ogni bambino un saluto particolare, una busta. E dentro c'era questo. Sto pensando di fissarlo su tela a blackwork, perchè mi ha commosso.

IL SASSO
La persona distratta vi inciampa.
Quella violenta l'ha usata come proiettile.
L'imprenditore l'ha usato per costruire.
Il contadino stanco invece come sedia.
Per i bambini è un giocattolo.
Davide uccise Golia e
Michelangelo ne fece la più bella scultura.
In ogni caso, la differenza
non l'ha fatta il sasso, ma l'uomo.
Non esiste sasso sul tuo cammino che tu non
possa sfruttare per la tua propria crescita.

Salutati per sempre i banchi, l'aula, le due rampe di scale e l'androne dove durante tutto l'inverno si affollavano tutti i bambini alle otto del mattino e all'una, divisi sommariamente in dieci file strette strattonandosi gli zaini per farsi i dispetti, l'alto edificio verde menta recintato e il giardino con i tigli,  siamo andati a consegnare alla scuola media il consenso per avere i libri in comodato d'uso per l'anno che arriva.



giovedì 18 giugno 2015

Ero una bella sposa...

...quindici anni fa.
E per certi versi mi sento ancora così.
Sono o non sono fortunata?

sabato 13 giugno 2015

E' proprio finita

Usciamo per il terzo ed ultimo giorno consecutivo carichi di merce da riportare a casa, lavori fatti durante l'anno e materiale didattico vario. C'è una gran dose di emozione, ma più che il dispiacere che sia finita, c'è la curiosità di quello che verrà dopo. Vero, Power?

E in attesa della consegna delle pagelle (il 24 giugno), salutiamo un caro indispensabile compagno di viaggio, che cara grazia è sopravvissuto a cinque anni di battaglie senza necessitare di riparazioni (che coolo!). Un giro di lavatrice assieme agli astucci, e via, nell'armadio.

lunedì 8 giugno 2015

E mi ritrovo a piangere...

... di commozione come una scema, per tutto il chilometro che separa la scuola da casa, mentre guido nascosta dietro ai miei occhiali da sole. Piango lacrime calde, perchè la giornata sarà torrida come quella di ieri, e le otto del mattino non sono fresche, e piango come una bambina di due anni, senza ritegno. Piango, e mentre piango mi sento sciocca come mai mi sono sentita sciocca prima, mentre sale l'urgenza di buttare nero su bianco quello che mi passa per la testa per non perderlo. E infatti sono qui, subito, con la scatola dei kleenex a portata di zampe, e le guance ancora bagnate. Che fortuna poterlo fare, e non dover correre immediatamente altrove.

Otto anni e mezzo. Per otto anni e mezzo l'ho accompagnato a scuola e ritirato. Da settembre a giugno, per otto anni e mezzo, sono centinaia e centinaia di giorni. Per otto anni e mezzo con qualunque temperatura e situazione metereologica, vestita come l'omino Michelin con giaccone, berretto, guanti e calzamaglia di lana, e come oggi, in pinocchietto bianchi e polo a maniche corte azzurra, i capelli lunghi raccolti in una coda fresca come cinque anni fa invece tenevo i rarissimi che avevo nascosti sotto ad un cappello. In otto anni e mezzo ho trovato ad attenderci tante maestre diverse, le volte in cui mi aspettavano all'uscita con le mani sui fianchi (terrore e sudore) non le ho mai contate. L'ho portato e ritirato in auto, in bicicletta, un paio di volte a piedi l'anno scorso.
La sosta davanti al cancello non è sempre stata piacevole. Ho ricordi di rimproveri dell'insegnante davanti a me, di "signora deve salire perchè il Power ha preso una nota, e non vuole uscire da scuola. E' su con la bidella",  ma anche di discussioni con le altre madri, di momenti di disagio perchè il Power ne combinava di cotte e di crude e mi sentivo gli occhi degli altri genitori addosso (e solo da poco ho scoperto di non essere stata la sola); una volta l'anno scorso parcheggiando in un posto diverso dal solito ho urtato leggermente un'altra auto graffiandola (ma subito scusandomi con la proprietaria e offrendomi di pagare il lieve danno) e mi sono sentita una caccola per due settimane.  Davanti alla scuola ho odiato profondamente il dovermi trovare davanti a madri che ho detestato con tutta me stessa, ma ho anche conosciuto - purtroppo tardi - altre donne che per quattro anni ho snobbato, e invece la cui compagnia ho scoperto essere piacevole.

E ogni anno, durante il percorso di andata e ritorno, incrociavamo i ragazzini delle scuole medie che andavano e venivano da soli, in bicicletta o a piedi, perchè le scuole medie sono a cinquanta metri di distanza dalle elementari, una strada più in là. Li guardava, e diceva "alle medie anch'io, da solo, che se mi presento con te mi prendono in giro finchè vivo".
Oggi abbiamo incrociato due compagni di classe che stavano arrivando a scuola da soli. Non so come possano aver ottenuto il permesso, dato che a inizio anno ci era stata negata dal preside questa possibilità, ma tant'è, lo fanno. Ho chiesto al Power se volesse provare a chiedere agli insegnanti una deroga per questi ultimi quattro giorni, così da iniziare ad essere autonomo. Mi ha risposto di no. Rosso in volto, "no, non ancora mamma".

Siamo in due, allora. Io in modo più esplicito, lui più intimamente, ma siamo in due a non volere questo distacco, dopotutto. In due a sentirne il peso, l'importanza, l'imminenza. L'inderogabilità. In due a sapere che la scuola primaria è quasi finita, ma mancano ancora quattro giorni, e "quasi" non è sinonimo di "fine", e dato che tutto il mondo - mamma e papà per primi - gli dicono che le cose, tra tre mesi, saranno completamente diverse e la scuola diventerà una cosa seria, più interessante ma più seria, lui questi ultimi giorni se li vuole godere tutti.
Io, me li voglio godere tutti.

Ma come possiamo essere arrivati fin qui? E le lacrime a fiumi quando dovevo lasciarlo alle maestre dell'asilo, dove sono? Non le ho asciugate, le sue e le mie, solo ieri?

Non sono mai stata gelosa di mio figlio. Ho sempre cercato, in questi undici anni e mezzo, di lasciare che il Power vada con chiunque (di mia fiducia, ovvio) e ovunque. Anche se ciò non significa non soffrirne. Non sono diversa dalle altre madri, dopotutto. Avendo poi mio malgrado lui solo, tutta la mia mammitudine è concentrata su di lui. Non può essere diversamente.
Ci si stacca dal proprio figlio il giorno in cui lo si mette al mondo. Bella frase filosofica pesante, e soprattutto originale come l'acqua calda, eh? Ma la verità è che è così, punto. Che non facciamo un figlio per tenercelo stretto alle caviglie lo sappiamo, ma ad ogni passo che fa per allontanarsi... mamma mia quanto fa male,quanto è difficile.
Sono profondamente orgogliosa che il Power sia sempre più autonomo. No, sul serio. Da qualche giorno insiste anche per lavare i piatti quando sono pochi, e se da una parte mi solleva non poco (dato che con i dolori che ho quando mi si fa questo piacere è una manna, perchè non ho la lavastoviglie), dall'altra il pensiero è "ma non è prestino?". Poi mi ravvedo subito, perchè faccio mente locale e ricordo che si, io alla sua età lavavo i piatti ogni sera alternandomi a mio fratello, stiravo fazzoletti e canovacci, e stavo imparando come si fa un piatto di pasta.  Insomma, ci sta tutto. Devo crescere quello che sarà un uomo, non una polpetta femmina-dipendente.
C'è che ogni mattina, per andare a scuola, passiamo davanti alle scuole medie. E guardo i ragazzini alti e brufolosi non più in fila per due divisi per classe davanti all'entrata, con le maestre a capofila e in coda, ma divisi a capannelli sparsi a chiacchierare dei fatti loro rigorosamente dando la schiena alla strada, in attesa del suono della campanella. Da soli. La scuola non è nemmeno recintata: c'è solo un grande porticato, e i ragazzini attendono lì.
E lì tra tre mesi ci sarà anche il Power, che non mi vorrà vedere a scuola se non quando pioverà a dirotto, e dovrò guardarmi bene anche dallo scendere dall'auto. Che già adesso quando lo accompagno devo fermarmi al cancello, e lasciare che percorra il sentierino di porfido lungo una ventina di metri da solo perchè "mamma, dai, mi vergogno". Però mi stampa il bacio del "buon lavoro, grazie altrettanto" prima di andare.

E più lui prende autonomia, più io mi ritrovo svuotata. Orgogliosa, ma svuotata piano piano. Lui ha sempre meno bisogno di me nel concreto. Mi hanno detto che si è mamma sempre, il passare degli anni cambia i modi ma non l'intensità, e io lo spero con tutto il cuore.  Spero con tutto il cuore che almeno la parte delle confidenze, quelle che mio figlio fortunatamente non mi lesina mai, almeno quella non venga mai a mancare, anche se già so - perchè adolescente lo sono stata, e me lo ricordo bene - che ci saranno momenti in cui non lo riconoscerò più neanche in quelle, e arriveranno i "mamma sono fatti miei". L'idea di non essere più il suo punto di riferimento umano mi terrorizza, e ancor più mi terrorizza l'idea di non riuscire ad accettare questa cosa quando avverrà. Ho paura di non reggere, di crollare, di non trovare un altro appiglio su cui far forza per cambiare il modo con cui essere madre. Insomma, ho un gran bel casino per la testa.

Ecco, lui cresce, ed è ora che cresca anch'io. Ci sono infiniti manuali sulla crescita dei ragazzini (che non ho letto mai, mi rifiuto, ho i miei bei motivi), ma non ce ne sono sulla crescita delle mamme. Nessuno ti spiega come affrontare i cambiamenti dalla parte delle mamme, puoi solo parlare con mamme che ci sono passate prima di te, e anche lì è difficile trovare la mamma che ti racconta come sta veramente, come vive questa cosa così grande e così difficile.

Ora è tempo di programmare l'estate. Il Power non vuole frequentare il centro estivo quest'anno: i suoi amici non vogliono andarci, tolti loro rimangono solo bambini più piccoli di lui, e chiaramente si rifiuta. Ci saranno compiti da fare: a differenza di quando andavamo a scuola noi trent'anni fa (in cui si poteva contare su un'estate libera da obblighi di studio), con la continuità tra i due gradi di istruzione il passaggio tra la quinta elementare e la prima media vuole i (sacrosanti) compiti per le vacanze. Per il resto ci inventeremo qualcosa, dato che non si andrà in ferie da nessuna parte, as usual.
E poi... via, si ripartirà. Io pure, ripartirò. Devo reinventarmi, non so come, ma devo farlo. La matassa ingarbugliata che ho nella testa, in qualche modo va dipanata.
Che se penso a come sto vivendo questo piccolo passaggio di mio figlio, non oso immaginare quando tra tre anni se ne andrà alla scuola superiore.

Ma facciamo una cosa alla volta. E la cosa più urgente, ora, è riporre i kleenex e iniziare a fare le faccende.