mercoledì 30 settembre 2015

Reagire! Reagireeeeee!

Ciapàtevelo il lato positivo! Sono rientrata nel mio tubino taglia 46 datato A.D. 2000! Una sforbiciata all'orlo e via! Eh beh... Stai a vedere che tra un po' mi tocca anche dire grazie...


domenica 20 settembre 2015

In sella

Non ho tanta voglia di scrivere, ma magari mi aiuta.

Sto male. Sto male di quel male che dilania l'anima, che certi schiaffi non si possono spiegare nè tantomeno raccontare, ma se ne può percepire il dolore, e sperare che i vecchi mezzi per attutirlo, come il blog, possano dare quel minimo di sollievo necessario almeno per riaprire un po' lo stomaco. Che nell'ultima settimana ho perso un chilo di peso, e se in altri momenti potrebbe avermi fatto un gran favore, perderlo così non mi piace. Preferivo il chilo in più  e dormire la notte.
Non posso sbloggare la causa, ma posso sbloggare la sensazione, ed è rovente. Rare volte mi sono sentita così lacerata per una cosa che non sia la malattia fisica, bensì la semplice non-comprensione di qualcosa di grande, enorme, immenso. Siamo fatte male noi donne, dovremmo imparare un po' dagli uomini e lasciarci scivolare le cose dalle spalle con più facilità. E invece no, ce le gustiamo tutte, ce le facciamo passare tutte dalla testa ai piedi attraversando ogni singola cellula. Che errore.

Però quello che voglio appuntarmi oggi è una conquista.
Anzichè rimanere nella mia tana a leccarmi le ferite come ho sempre fatto in passato, in questi giorni ho conquistato i chilometri. Letteralmente. Ho scoperto il potere taumaturgico della strada che scorre sotto alle ruote. Camminare non posso, e pedalo. Mai come negli ultimi sette giorni ho macinato strada con la mia dueruote. Ho la fortuna di vivere in un posto bellissimo, che offre luoghi da attraversare in bici spettacolari, tanti percorsi, tante piste ciclabili, tanto.



E pedalando, e ascoltando la strada che passa sotto di me, e soprattutto meravigliandomi di non sentire un minimo di fatica, assaporandone il beneficio nell'intimo, arrivo a comprendere che sul sellino che viaggia mi sento forte, come se potessi con la stessa facilità passare sopra a quello che mi ha ferita e soprattutto a chi mi ha ferita, andare oltre, calpestarlo senza toccarlo e senza sporcarmi. Una metafora che si concretizza. E l'aria che mi investe, la luce del sole contro gli occhi, i rumori della campagna, sono balsamo. Tanto che cerco la mia bici ancora e ancora, ogni giorno cerco di ritagliarmi un momento per montare in sella e partire, ho bisogno di lei.

E vado. Ovunque. In questi giorni mi ha portato anche degli incontri inaspettati e gradevoli, momenti di chiacchiere non messi in conto; anche oggi che ci si trovava (siamo usciti in bici in tre, non succede quasi mai di solito pedalo da sola e va bene così) in mezzo al boschetto dietro casa

e abbiamo fatto un pezzo di sentiero assieme a una famiglia di amici incontrati lì. Qualche giorno fa, con il desiderio di fare strada per smaltire lacrime e tensione allo stomaco, sono arrivata in uno dei paesi vicini e ho incontrato per la prima volta una amica conosciuta virtualmente, passando con lei un'ora piacevole. Sono partita col cuore pesante, sono tornata con il sorriso e la luce del tramonto negli occhi.

Pedalo, e giorno dopo giorno smaltisco calorie e calore. Faccio fiato. Se non mi trovate, aspettatemi sotto alla tettoia delle auto in fondo al vialetto, a fianco alla mia auto arancione, dove parcheggio lei. Prima o poi finisco il giro e torno a casa.

Sperando che piano piano passi.


sabato 19 settembre 2015

Come va alle medie?

Va così. Anzi, per la precisione torna così.

Ore 13,07. Entra in casa sudato come una spugna dopo la corsa in bicicletta (alle medie va e torna da solo, finalmente), zaino in spalla, sparato, si pianta in mezzo al soggiorno, gambe divaricate, braccia allargate e dita delle mani a pistola, la mano destra più avanti.

-CCCCCIAO MA', CCCCCIAO PA', COME BBBBBUTTA? OGGI POMERIGGIO DEVO FARE UNA PIALLATA IN CARTOLERIA, HO UN BOTTO DI ROBA DA PRENDERE PER ARTE.

Scusaaaaaaaaaaa??? 
Effetto metamorfosi da scuola media.
Che poi sta cosa della PIALLATA devo farmela spiegare per bene.

lunedì 14 settembre 2015

Segni di fine estate in fondo al vialetto: una cucchiaiata di facezie mie

In fondo al vialetto l'estate è finita.
Ogni anno finisce allo stesso modo, e mi sono ritrovata così per caso qualche giorno fa a notarlo: ci sono gesti che ogni anno si ripetono, tutti nel giro di due giorni al massimo, e che mettono i paletti tra una stagione e l'altra in casa mia.
So che potrà non importarvene una ceppa, ma...
In fondo al vialetto l'estate finisce quando le tende che pendono dal terrazzo a fermare la luce del sole un metro prima del muro e della portafinestra, pendono invece dai fili della biancheria, belle lavate (nella foto sembrano a righe rosa stile "materasso delle cliniche psichiatriche di fine ottocento", ma in realtà le righe sono belle arancioni).
Finisce quando anche le tende che stanno sul davanti, a proteggere dal sole l'ingresso, vengono rimosse (dalla sottoscritta) con i loro ganci e i loro bastoni di sostegno, e lavate.
E quando in giardino c'è un grande cerchio di terra battuta scura...
...lasciato dalla piscina, che è stata rimossa, pulita e stesa ad asciugare sotto alla tettoia.
Finisce quando in bagno tornano ad apparire i bagnoschiuma fioriti e spariscono quelli "freschi" (piccola nota frivolissima: io ho la MANIA dei bagnoschiuma, soprattutto se fioriti).
Quando lo split del condizionatore rimette il cappotto
e il gazebo si toglie il cappello, nonostante il sole.
E infine l'estate è finita del tutto  stamattina, quando mi sono mossa in macchina mentre pioveva per fare una cosa non rimandabile, e ho dovuto spostare la posizione della manopola dell'aria sulla funzione "spannatore".
Ed è stata una bellissima estate. Ma ne parlerò in un altro post, mi ci vuole del tempo per scriverlo, e adesso non ne ho più :-)

venerdì 11 settembre 2015

Perchè le lezioni si imparano

Ieri verso le tre e mezzo bussano alla porta. Io sto pichignando al pc, il Power sta giocando con la Wii. Guardo l'ora, a quest'ora può essere una persona sola a bussare: il Gi. E chiedo al Power di andare ad aprire.
Effettivamente è il Gi. Sta sulla porta. Sento il dialogo tra i due undiciemezzenni.

-Ciao. La mia mamma ha bisogno di dormire. Posso stare qui da voi a giocare un po'?
-Ma ti ha mandato la tua mamma qui? O sei venuto perchè hai voglia di giocare con me?

Io dal soggiorno, sette od otto metri più in là circa, ascolto e sorrido nel cuore: il Power ha capito la lezione. Mette le mani avanti. La nasata dell'altro giorno qualcosa gli ha insegnato. Anche se il Gi ha sempre dimostrato di essere per lui come un fratello, adesso il Power ha imparato a mettere i paletti.

"Non si sa mai, ma se voglio evitare di soffrire ancora è meglio che mi protegga. Perchè ho capito che a volte mi faccio un'idea sbagliata delle persone. Meglio chiarire subito."

Bravo Power. E' così che si cresce.

-La mia mamma ha detto che ha bisogno di dormire perchè è stanca, tra un'ora e mezzo dobbiamo andare via, e io ho pensato di passare con te questo tempo invece di stare a casa ad aspettare che la mamma si svegli. Posso entrare?

-Mamma, il Gi può stare con noi e blablabla?
-More, ho sentito tutto. Gi, vieni dentro e stai qui quanto vuoi. Non dobbiamo andare da nessuna parte. Basta che non facciate chiasso, che il Gatto Alfa è a letto che sta poco bene. 

Sono stati a giocare alla Wii per mezz'ora, e con le carte per un'ora al tavolo dell'ingresso. Hanno riso tutto il tempo trattenendo il volume il più possibile, per il Gatto Alfa. E quando è arrivata per il Gi l'ora di tornare a casa, il Power lo ha accompagnato come sempre: con una mano sulla sua spalla fino in fondo al vialetto.

giovedì 3 settembre 2015

Powernasate da rapporti umani - e inauguriamo un nuovo tag

Oggi il Gatto Alfa ha progettato di portare il Power al cinema, a vedere i Minions. Gli ha proposto di invitare il Pi (lo chiamerò così, è un compagno di scuola del Power dall'asilo e lo sarà anche alle medie, uno dei pochi che il Power ritiene un amico-co da un paio di anni). Si sono sentiti quindi via SMS. Nel frattempo io sono di sopra in camera mia a mettere la biancheria pulita, asciutta, ritirata dallo stendino e piegata nei cassetti.

Il Power chiede al Pi di venire al cinema.
Il Pi risponde "si ma solo se non andiamo a vedere i Minions, che li ho già visti".
Il Power ribatte che è l'unico film che danno oggi, e gli piacerebbe vederlo assieme a lui, per poi fermarsi a mangiare al Mac Donald's che il papà offre per tutti.
Il Pi rifiuta.

Il Power fa le scale lentamente, lo sento passare dalle scale alla sua stanza. Singhiozza. Lo chiamo, appare alla porta, lo invito ad entrare, ci sediamo sul lettone. Inizialmente non vuole dirmi cosa lo fa piangere, ma io insisto: ha la faccia del dolore dell'animo. Non del capriccio, non della rabbia, ma del dolore, con gli occhi gonfi, rossi e spalancati, la bocca a smorfia come i neonati ma che tentava di contrarre per dimostrare a forza (e invano) un minimo di orgoglio da testosterone incalzante, cosa che fa stringere lo stomaco a qualunque madre come solo una madre sa.
Poi piano piano si apre e mi racconta cosa è successo. E la frase che gli esce a sillabe tra un singhiozzo e l'altro mi strappa un pezzo di cuore:
"io però pur di stare insieme con lui mi sono pur visto lo stesso film due volte, prima di Natale, e non glie l'ho neanche detto che lo avevo già visto per non farlo restare male!". 

E quindi ci siamo arrivati.
Siamo arrivati a quel punto della crescita nel quale essere considerati dagli amici è più importante di qualunque soddisfazione diano mamma e papà. La cosa bella non era il fatto che papà gli proponesse di passare un pomeriggio insieme al cinema tra loro due ("tra uomini, mamma", mi diceva una volta), ma l'idea che ci andasse un amico. Altre volte ci sono andati lui, il papà e uno o due amici, ma che ci fossero o meno gli amici era un dettaglio irrilevante. Oggi qualcosa è cambiato. Se il cinema fosse stato in paese anzichè a 35 chilometri da casa, ci scommetterei che avrebbe detto al papà "rimani a casa, non servi".
Ci siamo passati tutti.

Siamo arrivati alle prime nasate, le prime delusioni umane, che a quell'età fanno un male cane perchè si è sempre vissuti nell'illusione che "siamo tutti amici e le litigate si aggiustano con poco", e ogni "no" valeva quanto un "si", non faceva male dentro. E anche da qui ci siamo passati tutti.
E ho la sensazione che l'avergli fatto una bonaria maternale su quanto lo capissi, sul fatto che lo so che fa male quando una persona non risponde alle nostre aspettative ma lo sbaglio è nostro a darle un peso esagerato, e che gli Amici-ci con la A maiuscola si contano sulle dita di una mano e avanzano sempre delle dita, sia servito a poco. Il Power inizia a dare molto, moltissimo peso al modo con cui i suoi amici rispondono ai suoi inviti, alle sue iniziative, alla sua presenza. Vuole essere stimato. Ci tiene ad essere accettato.
Noi, mamma e papà, non gli bastiamo più. Non c'è più nella sua testa il "chi se ne frega, se non mi vogliono torno da mamma e papà", gliene frega eccome.
E a me addolora che debba scontrarsi già adesso con queste cose, con il fatto che i rapporti umani sono la cosa più difficile della vita da gestire, soprattutto per uno come lui che non è mai stato per carattere il compagnone di tutti, così come suo padre e sua madre, e proprio perchè so quanto difficile sia trovare la propria dimensione e soprattutto quanto tempo ci voglia prima di maturare in questo senso, so quanto soffre. Ma non posso farci nulla. E' la sua strada. E' la sua crescita. Tutti siamo cresciuti prendendo nasate con amici che credevamo Amici e che almeno una volta ci hanno deluso, ed è stata la strada obbligata per capire che le persone non sono tutte uguali. Per queste nasate posso solo offrirgli una spalla su cui appoggiarsi finchè non riprende le forze. Non posso nemmeno più mediare tra lui e il Pi o chi per lui come facevo fino a un po' di tempo fa, perchè il Power non vuole più che mi metta in mezzo su queste cose, e ha ragione: è grande per avere la mamma che gli gestisce le amicizie. L'unico lavoro che può fare la mamma è per dietro.

Il Power è partito con quella che "basta, col Pi ho chiuso, questa cosa di oggi significa che non mi vuole e io non voglio più lui".

Ma anche no, Power. Se ci pensi, il Pi è sempre venuto a cercarti quando faceva comodo a lui: per i compiti, perchè gli mancava uno per completare la sua squadretta di calcio in strada, per fargli da compagno di strada per andare al centro estivo senza mamme appresso dato che abitiamo a cinquanta metri da lui (unica condizione che abbiamo posto io e sua madre per lasciarceli andare in autonomia, almeno per questa estate). Per giocare semplicemente insieme lo sei sempre andato a cercare tu, fai mente locale e te ne rendi conto da solo. E un milione di volte ti ha detto "o giochiamo a calcio o non giochiamo insieme", e te ne sei tornato a casa con le pive nel sacco dopo cinque minuti di partita perchè tu a calcio sei una frana e lui e gli altri suoi amici ti prendono in giro, togliendoti il divertimento. Tante persone sono così. Bisogna prenderne atto e accettarle come sono. Il Pi non è cattivo, è solo un po' egoista, e se ci pensi un po' egoisti lo siamo anche io e te per altri versi. Il Pi ha pensato al film, non a te che lo invitavi. Non ha nemmeno proposto una alternativa, nè ti ha detto qualcosa tipo "ci vediamo un altro giorno". Ha solo detto "allora no", stop. Non è una cosa che puoi cambiare. Solo, visto che hai capito che il Pi è così, la prossima volta che ti cerca per qualcosa e non per la tua compagnia, accetta solo se va anche a te, non "pur di stare con lui". Questo carico di affetto riservalo per qualcun altro che lo merita, come il Gi, che per te farebbe qualsiasi cosa da quando avevate tre anni. Ti ricordi l'altro giorno? Stavate giocando con la Wii, lo stavi inondando di commenti logorroici e di consigli non richiesti ogni volta che faceva una mossa con il suo personaggio, ero stufa di sentirti perfino io che stavo dietro di voi a tagliare la verdura per la cena e non giocavo; gli ho chiesto ironicamente se gli venisse mai voglia di mandarti a quel paese, hai sentito cosa mi ha risposto? "No, a me il Power va bene così".

Oggi inauguro un nuovo TAG: lo chiamo "preadolescenza che avventura". Ci sta a pieno.
No, il Power non è più un bambino. E' un ragazzino che inizia a fare i conti con le sue emozioni.
E io, di riflesso, per certi versi, con le mie.






domenica 23 agosto 2015

Cinque anni senza te. (post lungo)

Vi avviso da ora: il post è lungo. Volevo scrivere poche parole, ci ho provato, ma rileggendole mi sono detta no, oggi dentro di parole ne ho tante, non mi va di sintetizzarle. Non oggi, non in questa occasione. Perciò se avete solo cinque minuti di tempo, ripassate quando e se siete disposti a perderne di più per leggere. Parecchi di più.

Vediamo un po'... da dove inizio?
Inizio dal principio. Dal primo post che scrissi sull'argomento. E' breve. L'ho scritto un martedì mattina, il 9 febbraio 2010, alle cinque e mezzo, dopo una notte in cui ho dormito si e no un paio d'ore. Non è difficile capire il perchè, leggendolo. Mi meraviglio di averle dormite, quelle due ore.
E il post dice così. Copincollo (e riformatto, perchè la formattazione era quella di Splinder).

Proprio non riesco a tenermi tutto dentro. Non ce la faccio. Forse scrivendolo esorcizzo la paura, a costo di sembrare sciocca o esibizionista. Ma il blog è mio e visto che quello che sto per intraprendere non è proprio un viaggio di piacere, non posso più scrivere solo vaccate.
Ho il cancro.
Ho ricevuto la notizia ieri mattina. Ho un tumore al seno. A me non piace definirlo "brutto male", come fanno in molti, non mi piace nemmeno dargli altri appellativi per farlo apparire meno grave, meno reale, o farlo passare in sordina.
La bastonata è stata violenta. Ho l'impressione che il mio corpo mi si stia rivoltando contro, prima con la spondilite, ora con questo. Mi domando cosa gli ho fatto di tanto male per essere ripagata così.
Vi prego, non ditemi cosa devo o non devo fare. Non è il caso. Da domani mi affido alle cure del reparto oncologico di Latisana, mi farò aiutare dalla psicologa del centro, e mi lascerò sostenere dall'amore della mia famiglia, tutta quanta, non solo mio marito e mio figlio.
Guarirò. Sono le mamme che accompagnano i figli il primo giorno di scuola, che si fermano due metri più in là del cancello per non farsi vedere piangere, e io voglio essere lì come le altre, fosse con un cappellino o con un bandana in testa, ma voglio essere lì. E quando sarò vecchia voglio rileggere queste pagine come un brutto, bruttissimo ricordo.


E' iniziata così. Anzi no, il mio racconto è iniziato così. La "faccenda" è iniziata concretamente il giorno prima, un giorno assurdo, che ancora ricordo tanto perfettamente quanto ricordo di essermi sentita in una dimensione alternativa, parallela, sopra le righe, come catapultata in una fiaba, da protagonista e spettatrice in una volta sola. Solo chi ci è passato lo sa. Solo chi si è sentito dire le parole "c'è un tumore" può comprendere. Parti per la tangente. Di tutto quello che il medico che hai davanti dice dopo, afferri solo dei tratti, qualche verbo, le parole più pesanti. Io ho perso le virgole, ho perso l'espressione del medico mentre parlava perchè davanti vedevo solo la fòrmica pallida della scrivania, e sentivo rimbombare nella testa solo le parole che uno non vorrebbe sentire mai rivolte verso sè stesso, senza peraltro comprenderle: "chemioterapia, resezione, cicli, radio, flebo, ormoni, chirurgo, menopausa, perderà i capelli, effetti collaterali, un anno o poco più, anticorpo monoclonale, linfonodi, scavo ascellare, G2, niente più figli". Bam! Tutte in una volta, scaricate come un pacco pieno di ritagli di stoffa che devi ricucirti a casa uno per uno, per capire che disegno salta fuori da quel patchwork fuori dal mondo e che soprattutto non hai progettato tu.

E poi ho alzato gli occhi, ho girato la testa verso destra, e ho incontrato lo sguardo di mio marito. Ah già, c'era anche lui. Me ne sono ricordata solo dopo. Dopo la raffica di paroloni pesanti. Aveva il volto paonazzo, gli occhi lucidi. Mi guardava. E in un attimo compresi che era spaventato almeno quanto io mi sentivo fuori posto. Me lo disse solo molto, molto tempo dopo, solo dopo quattro anni cosa pensava in quel momento: pensava che mi avrebbe perso. Ma a me, sono sincera, il pensiero "morte" quel giorno sfiorò la mia testa solo per un momento, poi lo relegai in un angolo, non lo volli mai più prendere in considerazione. Successe quando il dottor Clooney parlò di "statistiche di sopravvivenza", e disse qualcosa tipo "la sopravvivenza a cinque anni per questo tipo di tumore, con le terapie del caso, è del novanta e qualcosa per cento". Lì per lì non capii, e mi feci ripetere il concetto, perchè io di tumori proprio non mi sono interessata mai, e dico "per fortuna", perchè significa che ho avuto la grazia di non dovermene occupare. E chiesi nella mia ignoranza se significava che sarei vissuta solo altri cinque anni. Mi rispose che no, il concetto era un altro, e me lo spiegò per bene.

La verità? Non ricordo cosa disse con esattezza. Ma ricordo che sapevo di dover attendere cinque anni per sentirmi più sicura, che se trascorrevano cinque anni dal giorno dell'intervento (che si sarebbe svolto da lì a mesi, dopo la chemioterapia) senza che si ripresentassero recidive o metastasi, il rischio di riammalarmi di cancro si sarebbe abbassato drasticamente. O, come lo semplificò la mia mamma (che non è medico, ma è la mamma) in seguito, "se ti passi i zinque anni ti xe fora. Io dize tutti!". Forse la mia mamma l'ha banalizzato un po', ma l'espressione è davvero bella.

Feci l'asportazione del linfonodo sentinella la settimana successiva, che risultò poi metastatico.
Mi feci tutto il percorso di chemioterapia sommata alla prima tranche di infusioni di Herceptin, con tutto il corredo di effetti collaterali a breve e a medio termine, di paure, di incertezze, di domande di cui mi sono ben sfogata su questo blog al tempo. E fu vita. Che quando mi sento dire "puoi dimenticarla" rispondo che no, non sia mai. Perchè non mi sentivo una sopravvissuta come non mi ci sento ora, mi sentivo viva e basta. Con un problema grosso come un macigno da affrontare, ma viva. 

Finchè il 24 agosto feci l'intervento. Se ne andò una fetta del mio seno, e un pugno di linfonodi ascellari con lei. 
E iniziai a contare. 
2010, partenza; 2011, 2012, 2013, 2014.


E 2015. 24 Agosto. Domani.

Questo giorno, al tempo, sembrava lontanissimo. Ed invece eccolo. Ci siamo arrivati. E i pensieri nella testa sono confusi.

Mi sento ottimista: i controlli sono sempre andati bene, con qualche intoppo, qualche nodo particolarmente noioso da sciogliere, ma risoltosi sempre bene. 
Oggi ho le mie cicatrici, chiare ma larghe, cicatrizzo male io. Sotto alle cicatrici diversi granulomi che rendono dolorose le visite, le mammografie e le ecografie, ma così devono rimanere. Non ho un bel rapporto con il mio seno rovinato. Non vado volentieri al mare per non mostrare i segni della battaglia, in realtà il fastidio ce l'ho io ad averli sotto agli occhi, che finchè ho il reggiseno imbottito che mimetizza l'ambaradan e la maglietta che copre il tutto va tutto bene, ma in costume mi sento a disagio. Ci sono due cicatrici, tre con quella del port, e c'è il buco, l'avallamento. Che non si può riempire, perchè sta sopra, tra i due quadranti superiori. Anzi, dove c'erano i due quadranti, perchè non ci sono più. Non ne parlo mai con nessuno, perchè le prime volte che accennavo a qualcuno di questo mio disagio mi sentivo rispondere che l'aspetto estetico è la cosa di minore importanza; sarà anche vero, ci arrivo da sola a capire che meglio con un seno visibilmente segnato, di volume dimezzato e diverso dall'altro ma viva che tre metri sotto terra, ma mi sono stufata di ribattere "vuoi provare? Ti prendi anche il resto però, altrimenti non vale". E' come augurare il cancro a qualcuno. E non voglio fare la parte della merdaccia. Non è corretto. Anzi, è proprio meschino. Ma a volte ti viene dal cuore questo moto di acidità, è inutile fingere che non sia così.

Ma se sei donna, sai anche che il seno non è solo carne che sporge, soprattutto se sei giovane. E' come quando il ciclo viene a mancare. Io senza ciclo sto bene, ma non venitemi a dire che a 37 anni una donna che se lo vede interrompere a forza e a vita (anche per motivi diversi dal mio) grida al mondo quanto è felice, o anche solo che non le importa nulla. 

Ci sono i controlli. I primi due anni sono stati permeati da (normale, dicono) angoscia costante, poi via via questa è andata alleggerendosi fino a diventare un po' di semplice nervosismo a ridosso degli appuntamenti. Ad ora sono ancora ogni 6-8 mesi, il prossimo appuntamento con l'oncologo ce l'ho a gennaio 2016, e tra novembre e dicembre c'è tutto l'ambaradan di mammografia, eco mammaria, visita ginecologica, markers, cardiologo, menatine varie ed eventuali. Con una corsa veloce dall'oncologo anche a dicembre solo per cambiare la terapia ormonale. 
La terapia ormonale inizialmente era stata programmata per cinque anni, poi è stata prospettata una proroga a dieci. L'oncologo sostiene che, vista l'età e il tipo di tumore che avevo, è più sicuro. Decapeptyl e Tam fino a dicembre, e a dicembre mi cambia il tipo di pastiglia. E facciamoli questi ulteriori cinque anni di caramelle. Facciamoli, se serve a tenere stretta la buccia. 

Di chemio e radio mi sono rimasti solo pochi segni, nessuno ad oggi visibile dal di fuori. Ho una cascata di capelli lunghi, il cortisone che mi davano prima e dopo le infusioni e che mi aveva gonfiato come un pallone se ne è andato (facendomi ritrovare finalmente una figura di tutto rispetto, e soprattutto in perfetto normopeso, cioè con una BMI ottima), attiro le zanzare come il miele le mosche (a differenza di prima della chemio, che manco mi si filavano), ho una cicatrice da radio sul polmone sinistro che fa impallidire i radiologi ogni volta che mi fanno le lastre (e devo ogni volta spiegare loro cos'è quell'ombra prima che mi spediscano sotto ad altri scanner), non posso tenere lo smalto sulle unghie delle mani per più di quattro o cinque giorni di fila altrimenti si sfaldano (e prima della chemio le pittavo regolarmente che erano più dure dei sassi), a periodi soffro di reflusso, la pelle sotto al seno sinistro è più scura (dove avevo l'ustione da radio, ero rimasta in carne viva), ho tutta la parte di carne dietro alla spalla e la parte dietro e sotto a tutto l'avambraccio a sinistra completamente insensibile. Cioè lì mi posso graffiare, tagliare, mi può pungere una vespa, che non sento assolutamente nulla. Ma uso il braccio come se non fosse successo mai nulla, mantengo solo l'accortezza di non farmi prelevare da lì il sangue nè misurare la pressione, ligia agli ordini di chi di dovere. Sotto all'ascella sinistra non mi cresce che un gruppo sparuto di quattro o cinque peli in croce: risparmio in rasoi.
Altre cose non mi vengono in mente. 

Dentro di me mi porto tutto il resto. Che non è sofferenza, non più. Non è nemmeno paura. Mi sento di dire che è vigilanza. Pura e semplice vigilanza.
A chi tempo fa mi disse "passati i cinque anni rischi di ammalarti quanto me che non ho avuto il cancro, scommetto", risposi una cosa molto semplice: che "tu che non lo hai avuto mai non fai le mammografie e le analisi dei markers una volta l'anno  per tutta la vita, non prendi farmaci per sopprimere la produzione ormonale, non vedi gli oncologi, un motivo ci sarà, ti pare?". 

Io però, appunto, a tutto questo rischio non ci penso quasi mai. Non si può vivere tutta la vita convinti che ci si riammalerà di tumore solo perchè lo si ha avuto una volta. E' vero che a volte succede, ma come anche no, siamo realisti. La mia nonna paterna ha fatto la mastectomia bilaterale da giovane, ed è morta vecchia, dopotutto. Malata, ma non di cancro. E se la mia prognosi è eccellente, e me lo dicono gli oncologi, e lo confermano gli esami, io vado avanti via veloce, portandomi nella testa ogni giorno i problemi che possono avere più o meno tutti: il mutuo da pagare, un ragazzino che cresce, le piccole noie domestiche, un occhio vigile verso mia madre che invecchia e due verso i suoceri che invecchiano molto più rapidamente, l'artrite che ogni tanto mi piega e mi blocca, due ernie cervicali e altre rognette fisiche di poco conto, e perdendo anche il quarto d'ora frivolo nel dilemma dello scegliere il colore giusto di un rossetto, del giusto soggetto da ricamare su un trovaforbici o del modo alternativo di cuocere il pollo per la cena. Ne ho tutto il diritto, visto che per un pezzo di strada non è potuto essere così. Il cancro non è il primo dei miei pensieri. Rivolevo le mie noie di prima, e ora che sono stata accontentata me le tengo belle strette e mi ci lamento anche sopra ogni tanto come fanno tutti, che va benissimo così. Ho dato e in abbondanza, e adesso, cappero, prendo.

Vigilante. Con la vita di chiunque altro per le mani, i pensieri che avevo prima di ammalarmi per la testa al mattino appena sveglia, ma vigilante quando se ne presenta la necessità, che tradotto significa "non dimenticare il tamoxifene la sera", e altre piccole cose. Serenamente.

A cinque anni di distanza (ma questo anche molto prima) ho imparato che se ho avuto il tumore al seno posso prendermi una bronchite come chiunque altro senza che sia necessariamente una possibile metastasi polmonare, che se mi fanno male le ossa è perchè soffro di artrite e di artrite non si muore, non corro dal medico se non lo ritengo estremamente necessario e se prima non ho tentato di curarmi da sola come mi è stato insegnato in questi anni (ammalandoti gravemente tante cose le impari). 

E poi ci sono i tumori degli altri; ho imparato che se io parlo di tumore con la facilità con cui parlo di cosa ho mangiato a pranzo non è detto che per gli altri debba essere così, che le storie degli altri riguardo alla malattia vanno accolte ma non giudicate, che davanti allo Spettro siamo tutti diversi. Ci ho preso anche delle belle nasate, lo confesso. Le figure demmerd si sono sprecate in questi cinque anni. Ma credo che il mio apprendimento del concetto "a volte è meglio tacere" sia a buon punto. Che io sono tarda a capire le cose, ma ci arrivo.
Ci sono le lezioni di vita. C'è stato un lutto profondo e doloroso. Ci sono i cambiamenti al modo di guardare alle cose, e c'è l'apprezzamento ancora più forte verso le cose leggere della vita, le piccolezze, perchè sono quelle che permettono di fare scorta di buon umore, e di energia da usare per sopravvivere quando a pensare alle cose pesanti ci si è costretti. Ci sono i rapporti di amicizia che il cancro, suo malgrado, mi ha portato a stringere, e di cui oggi non so se potrei fare a meno, perchè sono speciali. Anche i legàmi che sono stati rotti dal cancro stesso erano speciali. A volte mi chiedo... se fossi rimasta sulle mie durante la malattia, senza guardarmi attorno, forse avrei sofferto di meno in questo senso. Poi però mi rendo conto che avrei perso anche il resto. Ne sarebbe valsa la pena? 

E ancora si, per certi versi la "faccenda" mi ha anche abbruttito. Non parlo nel senso fisico, ma nei pensieri. Non riesco più a tollerare chi si dà per morto senza prima aver provato a battersi per rimanere in vita, senza aver cercato di trovare una soluzione, qualsiasi sia il problema. Non tollero l'arrendevolezza. Non tollero più, e questo è un mio limite, chi parla della sua malattia, qualsiasi essa sia, come se fosse l'unica persona malata sulla terra, come se "come lui/lei nessuno mai", e "nessuno può capirmi". Ho il vomito quando sento dire "beata te che sei giovane, che quando si invecchia iniziano i problemi", che io non porto scritta in fronte la mia storia perchè non ne ho il dovere, ma a volte sbattere in faccia la realtà alle persone (solo ed esclusivamente quando non ne potevo proprio più di ascoltare passivamente) ha chiuso tante belle bocche. Mi irrita moltissimo quando sento giudicare la felicità di qualcuno dal suo aspetto fisico, dal vestire, dal trucco, dalle movenze, seguita dalla frase "beata lei/lui, si vede che sta bene, io invece...". Ecco, sono le situazioni in cui taccio per non rispondere male, per non ferire, perchè non ne ricaverei nulla. Ma faccio davvero fatica.

E' sbagliato. Lo so che non dovrei prendermela. Ma c'è anche questo. 

Ecco, domani per me è festa. Ma festa vera, con tanto di torta, che ho promesso al Power di fare la cheese-cake a casa ma non ne ho nessuna voglia, ho mal di schiena in questi giorni e fatico a stare in piedi, perciò mi sa che noi si fila in pasticceria prima di pranzo. Avrei voluto fare una festa grande con tutta la famiglia, ma qualcosa mi trattiene. Ho paura di non essere capita. Perchè cinque anni hanno un significato particolare per chi sa, ma non dicono niente a chi non lo vive, e io non ho voglia di stare a spiegare, anche se mi viene voglia di urlare al mondo con un megafono dalla cima del tetto di casa mia "gente, ho passato i cinque anni, sono viva, vi rendete conto? L'ho spuntata! L'ho fottuto!". Dopotutto tutti siamo impegnati a vivere la nostra personale vita, ognuno ha i suoi problemi e i suoi successi, e questo traguardo riguarda solo me. Me e chi mi vive accanto ogni giorno. Che ha ancora un po' paura di perdermi, me lo ha detto. Ma da oggi di meno. 

Mi sento come se da oggi ogni giorno fosse, per me, un giorno regalato.
Una vita gratis.