lunedì 29 febbraio 2016

L'attesa

Giovedì di due settimane fa ho fatto il prericovero. Ho trascorso il numero canonico di ore in ospedale, da sola come quasi sempre (per mia scelta, preciso), a fare il classico iter su e giù e avanti e indietro per gli ambulatori del Little Hospital, munita di cartellina di cartoncino con disegnati due personaggi di cartoni animati molto (poco) professionale contenente l'incartamento necessario. Ho esposto all'anestesista i miei timori descritti nel post precedente, e nonostante il colloquio sia stato parecchio particolare (io mi auguro, prego, metto un cero a sant'Antonio perchè NON sia l'anestesista che ho visto a prendersi cura di me in sala operatoria, o scendo dal lettino e pianto tutto), ho avuto i chiarimenti di cui avevo bisogno e le rassicurazioni del caso.
Abile e arruolata.
E adesso aspetto. Sono passati dieci giorni, entro tre settimane dovrei essere ricoverata, tagliuzzata e ricucita. Di nuovo.
Sono i giorni dell'attesa.
Sono giorni così.
(In foto: la Maya che ozieggia beata sull'accappatoio Poweresco appena lavato, ritirato dallo stendino e ripiegato. Impelandolo tutto, ça va sans dire).

Giorni in cui non mi faccio più domande sul senso di quello che sto per fare, come se avessi spento l'interruttore dei dubbi e mi fossi abbandonata a una cosa che deve accadere e basta.
Giorni in cui come la Maya sto con le orecchie tese, perchè comunque la paura un po' rimane, ma aspetto di lasciarmici prendere quando sarà il caso.
Sono giorni di preparativi. Da donna che vuole avere tutto sotto controllo ed estremamente pratica quale sono sempre stata, sto cercando di organizzare le cose in modo che durante la mia assenza e la mia convalescenza i miei uomini debbano trovarsi nella situazione di potersi arrangiare da soli senza chiamarmi ogni due per tre (che tanto lo so, lo faranno lo stesso, lo hano sempre fatto, lo faranno sempre, ma io ho questa innata stupida fiducia nel genere maschile che... lasciamo perdere). E allora pulisco a fondo, riordino a fondo, riempio dispensa e congelatore, lavo e stiro il più possibile, faccio quei lavori che di solito faccio a primavera e che questa primavera so che non potrò fare (tranne lavorare in giardino: è fradicio, non si riesce a fare assolutamente nulla, nemmeno ripulirlo un minimo). Forse è anche un modo per non pensare. Che se penso troppo mi sale un magone che non ha la minima utilità pratica, ad oggi.
Sono i giorni, anzi le sere, delle prove con il coro per Pasqua, che tanto ho il  99 per cento delle probabilità  di non cantare quel giorno (due ore in piedi...), ma ci vado lo stesso perchè cantare mi piace, mi fa stare bene a prescindere.
Sono giorni di "questo ce l'ho? Di questi non abbastanza, devo comprarne altri. Questo mi va ancora bene? In valigia ci starà? Questo non devo AS-SO-LU-TA-MEN-TE dimenticarlo, quello posso lasciarlo a casa, quello devo recuperarlo". Sinceramente non ricordo se le volte scorse ho programmato in questo modo il tempo. Non credo, fosse altro che perchè ai due interventi precedenti sono arrivata talmente stremata dal malessere e dal dolore che non avevo proprio testa per fare altro che subire. Adesso se mi vedesse qualcuno che non sa i dettagli, sembrerebbe che stessi programmando un viaggio di piacere.
Sono i giorni in cui il Power si è portato a casa un bel virus intestinale, e porca paletta no, proprio adesso no, che non stia a fare l'untore perchè il momento non è proprio quello giusto (oddio, non lo è mai, ma questo meno degli altri).
Sono i giorni del "lo dico o non lo dico?". Non l'ho detto a tutti. Anzi, l'ho detto a proprio pochi. Perchè è una cosa, me ne sono resa conto, un po' difficile da capire da fuori, e delicata da esternare. E c'è che mi sono un po' rotta delle frasi di circostanza che arrivano in queste situazioni, perciò evito in partenza di mettere le persone (alle quali per la stragrande maggioranza dei casi in realtà non importa una ceppa) nella condizione di sciorinarle.

Ma sono anche i giorni del "voglio starmene per i fatti miei", e del "non lasciatemi sola".
Voglio starmene per i fatti miei quando alcune persone, e sono sempre le stesse, mi scaricano addosso le loro quotidianità almeno due volte a settimana, iniziando le telefonate sistematicamente con "ciao, sai che mi è successo questo e quello?", e chiudono la telefonata senza essersi chieste se mi interessasse davvero saperlo. Solitamente cerco di essere gentile e ben disposta ad ascoltare, perchè so che a volte si ha bisogno di scaricare, e se qualcuno ti offre la sua fiducia è un dono che ti fa. E di doni come questi, doni di fiducia, non so perchè, ma negli ultimi anni ne ricevo moltissimi. Adesso però no. Per favore, no. Non se mi si deve usare come discarica. Cioè, dimmi pure, sfogati, ma poi ascoltami anche. O non iniziare nemmeno a parlare. E siccome lo scambio reciproco non avviene praticamente mai, ho abbassato drasticamente il livello di tolleranza e installato un risponditore automatico che si limita a dire a ritmo variabile e voce mono-tono "si... no... ma pensa tu... ma davvero... ma dai... ma che brava... eh no...". Oppure, se via WA, ritardo a rispondere. E molto. Sperando che dall'altra parte ci si dimentichi di attendere la risposta. Mi eclisso proprio.
Adesso io sono per me e basta. Sono per me e per quello che mi aiuta a sostenere questi giorni, comprese alcune presenze che no, non mi fanno troppe domande, ma sanno prendermi per il verso giusto. A volte vorrei raggomitolarmi su me stessa e infilarmi in una delle mie scatole dei filati, per starmene in pace a dipanare la mia matassa in silenzio. Non ho voglia di confortare, rassicurare, pat-pattare, non ho voglia di parlare. E men che meno ho voglia di ascoltare, a meno che non abbiate da dirmi cose belle-belle che mi tirino su il morale. Datemi dell'egoista, non mi importa niente.

"Non lasciatemi sola" però, perchè sola mi ci sento, e molto. La mia è una di quelle situazioni in cui pare quasi che non ti sia dato il permesso di star male. Sembra assurdo, ma le frasi che più mi sono sentita dire da quei pochi a cui ho detto quello che sto per affrontare, sono state "tanto sei già in menopausa indotta, che differenza c'è?", "tanto un figlio ce l'hai già", "tanto non ti serve più", "tanto lo hai preso in tempo", "tanto hai passato di peggio", "tanto c'è chi sta peggio", "tanto sei una donna forte". Come dire, che problema ti fai? Fa male, sapete. Fa molto male. Sono le risposte che fanno sentire sola, ma sola nell'intimo. Per ognuna di queste frasi ho le mie risposte pronte a chiudere le bocche, ma non voglio. Perchè non mi farebbe sentire meglio. Rimane il senso di vuoto, di non essere compresa, di essere trattata come l'ultima stupida che dà troppa importanza a una scemenza. La scemenza dell'ennesimo pezzo di corpo che se ne va, ma di cui si può tranquillamente fare a meno senza tante storie, e chi se ne importa se sei giovane, tanto non sei la prima nè l'ultima che se ne priva.
Quello di cui ho bisogno non è l'approvazione altrui. Non me ne faccio nulla. Ho la mia, mi basta. Che tutti pronti a dire "aaah al posto tuo farei lo stesso", ma 1- al posto mio non ci sei, e 2- dì la verità, lo hai detto senza pensarci un nanosecondo. (A un uomo ho detto "pensa se ti tagliassero le palle", la reazione non ve la dico, usate la fantasia). Non ho nemmeno bisogno di consigli: ho dei medici eccellenti a cui far riferimento. Quello che voglio, ed è la cosa più difficile, è non essere lasciata sola. Non di essere capita, ma di sentirmi tenuta per mano, di sentirmi voluta bene, che si accetti il mio muso lungo senza fare domande e senza pretendere che sorrida a tutti i costi a comando (che ammettetelo, e parlo anche per me eh, il più delle volte si cerca di rallegrare gli altri perchè la tristezza altrui fa male a chi la guarda, non per altruismo), accolta anche in questo momento un po' così, che per me, adesso, è un po' difficile. Di sentirmi dire che è normale che io mi senta come mi sento, ma non per modo di dire, non perchè non si ha altro da dire, non per minimizzare, non per sdrammatizzare.

Insomma, aspetto. E spero almeno che durante la convalescenza ci siano delle belle giornate di sole, perchè così, ne sono sicura, sarà tutto più facile.

martedì 16 febbraio 2016

Di nuovo in strada, di nuovo in sala operatoria.

La prendo larga?
Larga la prendo. Anche perchè è più di un mese che non sbloggo, quindi una lettura pesa ve la posso anche infliggere.
Sono qui.
Di nuovo in viaggio, non più in bici (fa freddo, odio pedalare col freddo) ma con la Greta, e faccio strada. Tanta. Ho ritrovato la libertà di guidare, il piacere di farlo, e vado. Dove non sono stata in questi ultimi dieci anni, da chi non vedo da tanto tempo e mi aspetta. Da sola. Mi piace guidare da sola. Tante cose mi piace farle da sola.
E vado anche metaforicamente.

Non ho più scritto di come sono andati i controlli ultimi. Si, lo so, nessuno ha perso il sonno per questo.
C'è che non sono finiti. Dopo quattro mesi non sono ancora terminati.

Tecnicamente e molto freddamente.
Quando ho portato la mamma a visita oncologica lo scorso ottobre, l'oncolessa mi ha suggerito, vista la situazione di entrambe, di parlare con l'oncologo che segue me, relativamente alla possibilità di fare il test del BRCA, e prendere eventualmente in considerazione l'asportazione preventiva delle ovaie (mie, non di mia madre chiaramente, dato che il mio era un tumore ormonodipendente e il suo no).
Un mese dopo, quando a visita sono andata io, ne ho parlato appunto con l'oncologo, il quale sostiene che fare il test, vista la famigliarità altissima per tumori di vario genere (soprattutto uteri e prostate) presenti in famiglia in entrambi i rami (non sto ad elencarli perchè è un "di più", ma ci sono passati tutti tutti tutti da mia madre e mio padre in su fino ai nonni, tutti e quattro, ad arrivare a me prima di mia madre) sarebbe tempo sprecato e denaro (per lo Stato) buttato. Non serve un test genetico a confermare la mia predisposizione. La sua positività non cambierebbe la mia situazione di una virgola, la sua negatività non diminuirebbe il mio livello di rischio. E mi sono ammalata giovane. Non è un punto a mio favore.
Se fino a due mesi fa mi si poneva almeno il dubbio "etico" (mutilarsi per un "se forse...", confondere la persona con la malattia...una moda... paturnie che passavano per la testa più che la paura, perchè paura concretamente, giuro, non ne avevo), la biopsia dell'endometrio ritirata poco dopo Natale ha tolto ogni dubbio.
Iperplasia endometriale. Endometrio disfunzionale. La causa: molto probabilmente la terapia ormonale (raramente, mi hanno detto, ma succede. Che fortuna.), come visti i precedenti in famiglia c'è una possibilità che anche no. La probabilità che si trasformi in neoplasia è alta. Le soluzioni, due: o controlli serratissimi con ecografia interna ogni tre mesi e isteroscopia con biopsia ogni sei fino a "quando", che potrebbe essere due mesi, sei anni, dieci settimane, domani, nel 2026, vai a sapere dato che di terapia ormonale mi aspettano ulteriori cinque anni... Oppure isterectomia ed ovariectomia.
E io mi dispiace, fancool alla morale, alla questione etica, a tutto quello che si vuole, una vita col fiato sul collo anche per quello non la reggo, e ho deciso per il taglio.
Ieri sono stata a visita ginecologica, dopodomani ho il day hospital preoperatorio, entro tre o massimo quattro settimane il pensiero è tolto. E tolto il Decapeptyl, perchè il Letrozolo rimane.
Veloce, rapido, senza liste di attesa chilometriche. Disponibilità pressochè immediata. Che cool. Meglio di una clinica a pagamento.

Quella era la parte tecnica.
La parte emotiva... Eh. Non so nemmeno da dove iniziare.
Non ho voluto scriverne prima di adesso perchè volevo una data, e volevo metabolizzare. Premetto che so che c'è chi sta peggio, ma questo non mi toglie l'onere di pensarci nè la sofferenza. So anche che ho passato di peggio, ma avrei voluto che fosse finita lì, e finita non è. Cinque mesi fa circa, una persona a cui tenevo molto mi disse che il tumore mi aveva pur portato una cosa buona, ed era il rapporto tra me e questa persona. Che poi dopo un soffio questa mi abbia causato una sofferenza evitabile, non raccontabile e profondissima che mi trascino fino ad oggi è un altro lato della faccenda, ma di fatto finora più che "portarmi" mi sembra che il tumore al seno abbia "rubato". E ruba femminilità nel senso fisiologico del termine. E ruba sicurezze. Ruba pezzi di me, dal mezzo seno al pezzo di braccio che non sento più da sei anni, ai miei organi più intimi. Anche dopo sei anni. No bono. Per niente.

Figli... L'idea del secondo figlio l'ho ingoiata a fatica in questi cinque anni. Ma non mi ci voglio dilungare, questa cosa la tengo per me. E' una cosa troppo personale e troppo grande per riversarla qui. Ci sono troppi luoghi comuni pronti ad arrivare come frecce, e non ho la forza nè la voglia di ricacciarli ai mittenti. C'è il Power. E' la mia fortuna. Ho ancora tanto da dargli.

Ho cercato in internet, in queste settimane, esperienze raccontate da donne che hanno avuto o hanno la mia stessa situazione. A parte che giovani come me (43 anni) le ho trovate col contagocce, ma ho letto cose abominevoli sul modo in cui considerano loro stesse una donna senza più organi riproduttivi. Donne non più donne, donne inutili, donne non più in grado di interessare un uomo, brutte, senza più desideri, finite. Cioè, ma stiamo scherzando? Va bene che attorno a questa parte del corpo ruota tutta una serie di discorsi fatti tra donne in sordina, di pubblicità mirate dalle quali qualcuna dice di sentirsi esclusa con rammarico, di ricordi di ragazzina, di nonne e zie che "mi raccomando adesso non saltare più con la corda", eccetera eccetera. Sarà per come sono stata educata, mia madre ha fatto il sessantotto, ma no, abbiate pazienza, mi rifiuto di prendere in considerazione l'idea di essere "femmina" solo in virtù del fatto che porto un organo cavo che il maschio non ha. Ci ho provato a pensare a come sarò "dopo", e francamente io mi ci vedo come oggi, nè più nè meno. Dovrò digerirla, certo, non sarà come togliere un dente, ma passato il periodo "down" (e me lo aspetto) mi rimane il resto. E il resto è la riflessione che sto facendo, e che mi fa dire a me stessa tutta una serie di motivi per cui non posso essere meno femminile di quanto non lo sia oggi.
Che io mi sento donna perchè ragiono da donna, mi vesto da donna, mi muovo da donna, mi trucco da donna. Ho le paturnie da donna, i sensi di colpa da mamma, i peccati di gola da femmina, i desideri da donna, le fisse da donna, la fiducia mal riposta che dà spesso ogni donna e prendo le tuonate da donna, e come ogni donna non riesco a liquidarne il dolore con un "chi se ne frega". Amo da donna, spero da donna, dedico l'anima come quasi ogni donna, mi faccio mille scrupoli da donna, ho i rimpianti e i rimorsi di una donna, mi guardo dentro mille volte al giorno come una donna, vorrei fare mille cose in un colpo solo e riesco a farne almeno quattro alla volta (e chiedete ad un maschio di farne anche solo due, tipo parlare al telefono mentre mescolano la minestra, poi vedete), ho i capricci di una donna, dico "si" per dire "no" e viceversa quando fa comodo come ogni donna, mi illudo che gli uomini capiscano una direttiva facile come "compra due banane" e sistematicamente mi incavolo perchè per farlo devono telefonare tre volte dal super per avere delucidazioni, mi sale l'ansia per cose evitabili, divento una leonessa quando mi si tocca il pargolo. Leggo, scrivo, osservo, curo, asciugo lacrime, raccolgo vomiti senza senso di schifo, tampono sangue e  incerotto, racconto balle a fin di bene, nascondo caramelle nel mio armadio (girelle di liquirizia e caramelle alla panna del Lidl per non farmele fregare, non ditelo a nessuno, men che meno alla mia bilancia), chiacchiero, ricamo e uncinetto, coccolo, inciampo, cado, mi rialzo, piango in silenzio. E non mi annoio mai.

Tutte queste cose non sono nell'utero. Non ci possono stare. Ho letto le sue dimensioni sul referto di ieri: senza le ovaie, atrofico che è per via della cura, meno di sette centimetri per quattro, per uno spessore di boh. Piccino per farci entrare tutto quello che sono in testa e cuore, direi.

Man mano che scrivo, ed è un'ora e mezzo che sono qui eh, mi rendo conto che sto buttando giù questi concetti ancora una volta per me e per me sola. Per rileggerli e rileggerli e mandar via il magone che ho dentro. Non è bello quando ritiri una biopsia e vuole consegnartela il primario, è la seconda volta che mi succede, e non è una pheegata. Dopo la prima volta, anche per poco ti senti la spina dorsale attraversata da una scossa di corrente veloce, e ti si rizzano in testa le antenne che non hai. Ti dicono di star tranquilla e tu vorresti mandare a ranare tutti quanti, avere solo le risposte che chiedi, poche chiacchiere. E vorresti avere otto paia di orecchi per captare anche il rumore del volo del moscerino che attraversa la stanza facendosi i fatti suoi, per paura di perdere un solo minuscolo particolare che ti riguarda e dover uscire anche con una sola infima domandina, come la taglia del camicino aperto dietro che ti daranno. No, per dire.
Perchè la verità è che ho paura.
In sala operatoria ci sono entrata tante volte, c'è un chirurgo in particolare che ogni volta che mi vede girare per gli ambulatori (e ci incrociamo quasi sempre, guardacaso... è il medico che mi ha portato in oncologia per la prima volta, perchè non sapevo dove andare con l'impegnativa in mano) mi dice "ma lei è ancora qui?" e io gli rispondo che ci vado per fargli perdere capelli. Infatti in questi anni si è ben che stempiato. Ma non mi ci sono abituata mai. Ogni volta è la stessa paura. Ogni volta è la stessa attesa... delle gocce di EN che mi stordiscono quanto basta per non scendere dal lettino e fuggire all'ultimo momento, perchè subito dopo averle prese vado in bagno a infilare il camicino per l'operazione e non riesco a camminare dritta per tornare a stendermi trenta secondi dopo.
L'ultima volta è stata l'operazione per le due ernie al disco, nella Big City, 24 aprile 2012. L'esperienza con l'anestesia è stata angosciante. Mi sono sentita addormentare piano piano dal basso all'alto, prima i piedi, poi su, le ginocchia, il bacino... quando il torpore è arrivato ai polmoni e non mi sono più sentita muovere il torace sono entrata in panico, ho cercato di urlare e non ci riuscivo, ho biascicato "non respiro", l'infermiera dietro mi rassicurava che si, respiro, e poi il buio, ma piano piano, che cercavo irrazionalmente di contrastare con tutte le mie forze. Non lo auguro a nessuno. Non ho paura del sangue, non mi fanno schifo le cicatrici (se non mi hanno fatto schifo quelle del seno e me le medicavo da sola...), sopporto il catetere, non ho paura del dolore. Ho paura di quel momento lì. Mi angoscia l'attesa.

Se c'è un bisogno che sento adesso non è di essere rassicurata, nè quello di essere compatita, o paragonata alla Angelina Jolie come hanno fatto diversi medici, compreso il mio di base (posso dirlo? FINITELA, a me di quello che fanno gli altri del loro corpo non è di nessun aiuto, men che meno se è gente che finisce sui giornali). All'unica persona, poi, che si è pensata di dirmi "cosa vuoi che sia, roba da poco, fai presto e ti togli un pensiero..." ho risposto "vuoi farla tu al posto mio? Accomodati, fai presto e ti togli un pensiero", e ha chiuso la bocca. Perchè tutti sono eroi con la pelle degli altri.

L'unico desiderio che ho è di cose belle. Coccole, chiacchiere, biscotti, progetti, belle notizie, soprattutto belle notizie. Perchè io nel mio dolore non mi sto crogiolando. Ci soffro, ci rifletto, ci piango ogni tanto, ma sono ben decisa ad andare avanti, e il mondo non si deve certo fermare nè nascondere dietro ad un paravento per me. Non sto andando al macello. Non ne uscirò senza organi vitali, nè menomata. La mutilazione è intima, interiore più che fisica, ma per guarire quel tipo di mutilazione i mezzi ci sono e non sono nemmeno così eclatanti. Non c'è nemmeno un fattore estetico a cui rimediare, stavolta, a differenza di sei anni fa. Il buono per la ricostruzione gratis ce l'ho ancora, ma è lì, nell'etere, e chissà mai se e quando deciderò di usarlo. Per ora va bene così.
Mi passerà. Con calma o in fretta ma mi passerà. E' sempre passata. Certo, sono giovane, ma le mie nonne alla mia età avevano già fatto entrambe questa cosa, e come me avevano già figli. Una è morta decenni dopo, l'altra è ancora viva e sta bene, per me non sarà la fine del mondo. Io ho il Power.
Non ho il cancro, lo sto prevenendo, certo con mezzi drastici, ma questa è la sostanza. Questo mi chiede la vita adesso. Per potermi godere tutto ciò che viene dopo, con una paura in meno.

(Ps. adesso sono qui che leggo e rileggo tutto innumerevoli volte eh, forse forse quello che ha partorito la mia testa ed è uscito dalle dita rientra attraverso il cuore e me ne convinco. Respiro a fondo... uno... due... La prendo larga? Larga la prendo.)

mercoledì 6 gennaio 2016

ComplePower

E' un'età ingrata, perchè inizia a non capirsi più tanto nemmeno da sè. E sbuffa in continuazione, e non va più bene niente, ed è una lamentela di default per qualsiasi cosa, una sfida continua, una specie di "terrible two" (mamme, sapete cosa sono, vero? E sapete quanto esasperino, vero???) redivivi che non ti aspetti, che ti fanno pensare che una qualsiasi notte qualcuno ti abbia sostituito nel letto il figlio senza che tu te ne accorga lasciandoti al suo posto il gemello stressone, una pentola a pressione che respira e mangia come un brontosauro, e che torna a casa da scuola ogni giorno con una novità che più che incuriosirti aumenta ulteriormente il tuo senso di... si può dire "perplimitudine"?

Non è mai stato semplice essere la sua mamma. Chi lo conosce di persona lo sa bene, sa anche perchè. Il Power o si stima a dismisura o si detesta a dismisura. Lui stesso mezze misure non ne ha, nè verso le persone, nè verso sè stesso, nè verso le cose della vita, soprattutto nei giudizi e nelle aspettative, e nelle reazioni. E adesso, in questa fase della sua vita, non è semplice gestire questo suo lato del carattere. E' una sfida quotidiana, che si combatte a colpi di testate sue e mie, come quando aveva due anni, solo che il grosso delle conseguenze oggi le paga relazionandosi col mondo esterno, non più solo con me. Ma è quella parte della sua storia che ha nelle mani solo lui, ormai. E non posso, a volte, fare altro che raccogliere i cocci e sperare di aver almeno seminato bene. E si, ancora consolare, perchè fortunatamente siamo ancora coccolononononi, e finchè dura cavalco l'onda e mi godo a pieno le sue guance che si strusciano con le mie, almeno finchè sono morbide e lisce, e non deve chinarsi per raggiungerle.

Qualche giorno fa mi sono arresa al fatto che ormai abbiamo lo stesso numero di piede. Ha nevicato, voleva i suoi scarponcini dell'anno scorso per uscire a giocare, ma ahimè, li ho dati via dato che li ha usati una sola volta e già sono diventati piccoli a fine inverno. "Un 41 non ci entra in un 39...". 
Eh, ma io ho il 41. Mi ha raggiunto. Solo che io a 12 anni ho smesso di crescere, così ero e così sono oggi, chili in più a parte. Lui invece no: se tanto mi dà tanto, maschio che è, oggi lo guardo quasi diritto negli occhi ma mi sa che dura poco. E a questo ritmo, il prossimo inverno mi riapproprio dei miei scarponcini, che sono vecchi di ventiquattro anni e sono ancora perfetti, ma non so se sopravviveranno ai suoi piedi.
Ma ciò nonostante i suoi discorsi spaziano anche, oltre che dal senso dell'amicizia (soprattutto della non-amicizia) al sesso (nel senso tecnico del termine, per ora, al pari di come funziona il meccanismo dei rapporti del cambio della bicicletta), dal rapporto amore-odio profondo con la prof di italiano/storia/geografia al rapporto con la sua paghetta settimanale, dicevo spaziano ancora tra i Minions, Star Wars, i progetti col Lego, il gioco di Harry Potter con la Wii che ha il Gi e lui no e quanto ci giocano quando va a casa sua (con tanto di dettagli sul gioco), i libri della saga appunto di Harry Potter che desidera tanto (il primo e il secondo gli arriveranno proprio oggi) e le partite a briscola vinte col nonno.  Va bene così.

In ogni modo, oggi il Power compie 12 anni.
Che saranno difficili, saranno turbolenti, saranno solo un "due anni con un dieci sulle spalle" per certi versi (capitemi... ), ma sono belli, sono ancora infinitamente ingenui e freschi, e sono suoi. E anche miei. E se ci penso, nel profondo del mio cuore diversi proprio non li vorrei.
Auguri, cucciolo.

mercoledì 23 dicembre 2015

MamigalberI 2015

E' sempre lo stesso albero, anche se ogni anno cambia un po' faccia.
L'anno scorso era tutto oro e bianco.
L'anno prima era tutto ricami.
Il 2013 lo voleva solo con cuori e cristalli di neve all'uncinetto.
Andando indietro coi ricordi... l'ho avuto solo con cuori, multicolore, solo con palline patchwork, e avanti così.
Quest'anno si cambia stile. Non avendo voglia di stare a discutere con un Power che improvvisamente si è fissato in testa di aiutare (i soliti dieci minuti di rigore) ma anche di dare indicazioni sul come farlo (e già ci discuto ogni giorno per millemila altri motivi, per l'albero per favore no), ho adottato lo stile "Tuttofabrodo", termine che sintetizza la richiesta formulata in questo modo: "mamma mettici tutto quello che c'è che è più bello".
Facile da farsi, le istruzioni (per chi avesse lo stomaco di riprodurlo) sono brevi:
-montare il catafalco seguendo le istruzioni ormai imparate a memoria (l'albero è decennale...)
-aprire lo scatolo delle decorazioni
-alzarlo con entrambe le braccia
-portarlo sopra alla punta dell'albero
-capovolgerlo
Fine.

Così è e così rimane.
Il colpo d'occhio è abominevole, la foto (luce orribile in casa per fotografare, e questa ne è l'apoteosi) enfatizza maggiormente l'impatto. Ma c'è da dire che guardandolo dal vivo da vicino si possono posare gli occhi su tantissimi particolari tutti diversi, fiocchi rossi e sfere di carta dorata a parte, e a me ogni decorazione racconta qualcosa, dato che una parte l'ho fatta io da zero e una parte proviene dalle mani di tante amiche lontane. Tutto sommato pare quasi di avere compagnia in casa.

E "per me" ho allestito il primo "secondo alberello" di questa casa, in dimensioni MIE e in gusto MIO, e guai a chi me lo tocca. E' stato posizionato in ingresso. La scusa ufficiale è quella di dare un tocco "Christmas" anche in quella stanza, quella vera è che non volevo tenere nascoste fino al prossimo anno le decorazioni me-made che preferisco (sull'albero grande proprio non ci stavano, e lo dico fuori dai denti, meritano un posto in cui le si veda e non le si confonda, al diavolo la modestia).
Il bailamme che lo circonda è dovuto al fatto che il Power sta facendo i compiti sullo stesso tavolo.
Andiamo avanti con i soliti preparativi, con i soliti programmi culinari, con le solite discussioni che non dovrebbero esserci ma che ci sono (come in ogni famiglia che si rispetti), con la solita retorica del "a Natale si dovrebbe e non si dovrebbe"... il solito blablabla sterile sul social, vis-à-vis e davanti allo specchio. Chiacchiere.
Come al solito passerò metà mattina ai fornelli, si andrà in chiesa, passeremo a trovare la nonnina che abita dietro casa nostra per gli auguri (e questo è un appuntamento a cui non rinuncerei mai e poi mai, cascasse il mondo), un salto dall'altra vicina di casa come ogni anno, e come ogni anno da qualche anno in qua si andrà da mia madre, e anche senza giocare a tombola come fanno tante famiglie, si starà insieme. Lo abbiamo fatto il Natale dell'anno in cui i miei si sono separati e le cose andavano male per non dire peggio, lo abbiamo fatto l'anno in cui il giorno della vigilia io ero nella Big City a fare radioterapia e lo stesso giorno mamma stava nella Little City a fare chemioterapia, lo abbiamo fatto l'anno in cui due settimane prima di Natale la mamma si è rotta una gamba e la vigilia il Gatto Alfa si è strappato il tendine del braccio destro (una comica per metterli a tavola... non si sapeva come incastrarli), lo faremo anche quest'anno in cui i pensieri che abbiamo per la testa (io per dei motivi, l'omo per altri distanti milioni di chilometri dai miei) non sono, purtroppo, i migliori. Ma saremo insieme.

Ma quest'anno canterò alla Messa solenne del giorno di Natale con il coro, e sto aspettando questa cosa con gioia, per più di una ragione.

Auguri di cuore.

venerdì 11 dicembre 2015

Di strade, di gelo e di conquiste

E' arrivato l'inverno (nessuno se ne era accorto, vero?), e questa cosa mi fa felice. Perchè è tempo di stare acciambellati davanti alla stufa accesa
con la tisana calda in mano,

il silenzio, la partita a Candy Crush spappolata sul divano, lana e cotoni a portata di zampe, plaid, eccetera eccetera.
Però questo è stato anche un periodo di strade percorse. Non solo per le visite, per fortuna (che non sono ancora finite, tra l'altro), ma anche per due nuove esperienze piacevoli.
La prima: l'Hobby Show di Pordenone di metà novembre. Dicono che era piccola come fiera, ma calcolando che in Regione non ne hanno mai fatte altre del genere, credo che in quel "piccola" si sia riversato tutto il Friuli femminile, e parte del Veneto. A me è piaciuta. Se non altro perchè i miei uomini (che mi hanno accompagnato, solo e semplicemente perchè io a Pordenone non saprei come girarmi, e ho approfittato di un paziente servizio Taxi) mi hanno "mollata" libera di scorrazzare qui e là a mio piacimento senza sbuffare (il che è tutto dire).
La verità? Ho visto molto poco rispetto a quanto offerto. Era domenica mattina, c'era una massa di gente da paura, fermarsi ad ogni banco era impossibile perchè la folla trascinava via. Peccato. La prossima volta (perchè spero che ci sia) sarà da tentare il venerdì o il sabato.

La seconda: il mercatino. Non visto (o almeno, non solo visto) ma fatto.
Ne ho accennato nel post precedente. E' capitato che circa un mese fa o poco più la mamma del Gi sia arrivata a casa mia per riprendersi il pollo, e mi abbia buttato lì la proposta: "mi hanno chiesto di partecipare, è la prima volta in quel paese, vorrei dire di si, ma da sola non so, non mi va, sono timida... ci staresti a farlo con me?". Mi sono presa tre giorni per pensarci (tutto il giorno fuori al freddo... l'ansia... ma poi le mie cose piaceranno? Ha senso?), e poi ho detto di si solo per un motivo: la sfida. Qualche giorno prima ho detto con convinzione a una persona che le occasioni della vita vanno prese. Dare consigli e non seguirli in prima persona non è molto coerente. E mi sono detta "si, vado, se non tutto viene per caso prendiamo questa palla al balzo e saliamo su questa giostra, vediamo dove porta. Non sarà una passeggiata per il mio coraggio, ma se non provo non saprò mai se sono in grado".
Ho lavorato per un mese: dato il pochissimo tempo a disposizione per organizzarmi, ho scelto di preparare una varietà di oggetti molto contenuta, relativamente veloce da fare e che so essere già piaciuta a più di qualcuno, usando progetti che comunque stavo realizzando per i pensierini natalizi ad amiche e cugine lontane come faccio ogni anno. Ho dato vita a cose colorate: gufi, angeli, campanelle, e a dispetto del libro digitale che ormai la fa da padrone... segnalibri.


Ho stirato, inamidato, confezionato, decorato con nastrini, ideato e stampato bigliettini da visita, ho comprato il mio primo blocchetto di ricevute, abbiamo fatto una prova di allestimento in casa mia con i miei oggetti e quelli della mia amica (che realizza cose ad uncinetto completamente diverse dalle mie: borse e bijoux) per tutto un pomeriggio.
Sabato sera abbiamo caricato le macchine, e il mattino di domenica dopo essermi vestita a strati come se dovessi partire per l'Himalaya sono partita. Il Gatto Alfa ha contribuito ad allestire gazebo e impianto di illuminazione, per il resto ci siamo rimboccate le maniche e via (in foto ho il riflesso sugli occhiali... brrrrr... che orrore...).
E' andata... gelida. Il paesino che ci ha ospitato è davvero piccolo (settecento anime...), e infatti mi sono trovata a pensare che fare i mercatini deve essere una moda, dato che quest'anno pare che i mercatini natalizi siano stati organizzati praticamente ovunque. Gente ce n'era davvero poca, come poche sono state le vendite (per noi ma anche per gli altri, da quel che ho visto). Il mio migliore amico per quel giorno, a parte la mamma del Gi che ho scoperto (nonostante la notevole differenza di età, lei è molto più giovane) essere una persona con cui lego, è stato il thermos di tisana di malva bollente preparato al mattino, rimasto bello caldo fino a sera.
Però...
Però ci sono stata dall'inizio alla fine. E per una ansiosa come me è un traguardo. Non solo: ci sono stata volentieri, mi sono divertita tanto, ho riso tanto, ho fatto una cosa che ha coinvolto tutto quanto di positivo potevo tirar fuori, da quello che so fare a quello che ero tanti anni fa e ancora posso essere, adesso che il Power è grande e sono un po' più grande anch'io. Insomma, non ci ho recuperato le spese, ma per quel che mi riguarda ci ho guadagnato eccome. Niente ci vieta (e spero che se ne riparli) di ripetere l'anno prossimo nel paese dove viviamo entrambe, più grande e con più giro di gente.
 

domenica 29 novembre 2015

Ce l'ho! Ce l'ho!

E' sempre stato così: arrivo tardi. In quasi qualsiasi cosa che non sia un appuntamento. Ma arrivo eh.
Non lo volevo, perchè sono sempre stata dell'idea che se sto al pc è perchè o sono in pausa, o perchè devo fare qualcosa che posso fare solo con il pc. Quindi non vedevo la necessità nè l'utilità di avere un pc-ino in borsa: se ho con me la borsa evidentemente è perchè sono fuori casa, fuori casa di tecnologico ho bisogno solo del cellulare, e un cellulare deve fare il cellulare, cioè telefonare e mandare sms. Tutto il resto sono orpelli inutili.
Pare, però, che il resto del mondo non la pensi così, e si organizza diversamente. Così il chiederlo è stato quasi obbligatorio: le mamme della scuola hanno il gruppo whatsup per girarsi le comunicazioni e i verbali degli interclasse, il coro degli adulti della parrocchia (canto di nuovo dopo quindici anni, veh che novità?) si passa le novità dell'ultima ora e le variazioni in corsa tramite whatsup, la mia "socia" per il mercatino di Natale (faccio il mio primo mercatino, veh che altra novità?) ed io abbiamo un milione di cose da dirci ogni santo giorno per organizzare le cose e via sms o telefonata costerebbe un mutuo, insomma, se non hai whatsup oggi sembra che tu sia tagliata fuori da una fetta di mondo piuttosto consistente.
Insomma, con la scusa del compleanno mi sono "calata", ed è arrivato.
Signore e signori, squilli di trombe, da una decina di giorni ho il mio SMARFONO. Che non è lo Smartphone, io sono veneta, e i veneti hanno lo SMARFON, italianizzato SMARFONO.
 E direte, "e quindi? Lo abbiamo tutti, non sei l'unica".
Grazie, lo so. Ma se lo scrivo è perchè in questi giorni sto riflettendo su quanto un cosino così piccolo effettivamente può cambiarti le abitudini. Per la serie, "come cappero facevo prima?".

Stiamo facendo conoscenza.
Litighiamo per diversi motivi:
-scivola dalle mani. E' sottile, superliscio, la custodia deve ancora arrivarmi (ne ho ordinata una superfighizzima, nera con disegnate delle farfalle rosa e arancioni, con i gatti non c'era, mannaggia), sguscia come un'anguilla. E a me le anguille fanno senso, da vive e da secondo piatto.
-La tastiera è piccola, i tasti sono piccoli, anche a girarlo in orizzontale.
-Il T9. Ho dichiarato guerra aperta al T9. Scrivo, correggo, invio la parola alla barra di testo e me la ri-corregge come vuole lui, sequenza a ripetersi un milione di volte. Fa passare la voglia di scrivere e fa venir voglia di fare direttamente una telefonata, non fosse che io detesto comunicare per telefono a voce. Mette gli spazi dove vuole, non capisce che "Latisana" e "La tisana" non sono la stessa cosa, e io una la raggiungo in auto e l'altra la bevo due volte al giorno, che gli piaccia oppure no, e non sono interscambiabili nella stessa frase. Tanto per dirne una. Il T9 deve morire, o cambiare spacciatore.
-La batteria dura il tempo di un respiro. Il Gatto Alfa dice che finchè lo uso nel modo in cui lo sto usando in questi giorni, non può durare di più. Avrà anche ragione. Ma io ero abituata a mettere in carica il cellulare due volte a settimana, non due volte al giorno. Una sana via di mezzo sarebbe una cosa sana, no?
-E' meno intuitivo del mio pc. Non mi è stato fornito un manuale d'uso, sto imparando ad usarlo a naso e coadiuvata dall'esperienza di amiche e conoscenti (via whatsup, e come sennò?), ma sto coso è pieno di misteri. Per esempio la mission di questi giorni è imparare a spostare la maggior parte dei dati sulla scheda di memoria aggiuntiva, ed è una impresa che pare titanica.
-Appunto, la memoria del telefono è quella di un criceto. E qui mi fermo, per rispetto ai criceti.
-Ha un milione di funzioni, ma faccio ancora pasticci per rispondere alle telefonate. Facendo peraltro figure assai magre, e per fortuna ridendoci sopra la gente all'altro capo della linea si intenerisce e di solito mi tranquillizza con un "non preoccuparti, ci sono passata anch'io", come se fosse il morbillo. Vero o no, è imbarazzante. E quando parte la marcia a squilli di trombe che ho impostato come suoneria (ma quanto mi manca la mia cara vecchia registrazione del Power che urla "mammaaaaa rispondi al telefonoooooo!", devo vedere se riesco a metterla anche qui) e appare la malefica striscia rosso-verde che ammicca, parte qualcosa di paragonabile ad un mini attacco d'ansia.

Peeeerò.
E' anche vero che molte cose, con lui, sono più facili di prima.
Ho internet dove voglio. Ho tutte le informazioni che voglio dove voglio e quando voglio. L'altro giorno ero da mia madre, mi racconta che la nonna ha un problema col medico: ha cambiato numero di telefono, non sa come recuperare quello nuovo, con la zia ha litigato e non vuole darglielo, non vuole fare brutta figura a chiederlo in giro, sull'elenco non c'è ancora. Ho googolato il numero della farmacia del posto, ho chiesto il numero, l'ho passato. In meno di due minuti. Una stupidaggine. Ma non per una donna di novant'anni che vive da sola.
Ho perso la lista dei fogli da preparare sul libro del coro. Una mia compagna di gorgheggi ha fotografato la sua lista e me l'ha passata via whatsup in un secondo.

E poi...
Si ha un bel dire che la tecnologia ammazza la comunicazione. Va di moda dire che abbiamo la testa china sullo strumento elettronico e siamo soli anche in mezzo alla folla. Ma anche che la comunicazione tramite il virtuale è solo una illusione.
Fino a un po' di tempo fa mio marito aveva l'abitudine di portare l'arma su e giù da casa al lavoro e viceversa (ora la tiene per lo più in ufficio, per motivi che non sto a spiegare). Capitava che di ritorno dal turno di notte la dimenticasse in soggiorno, scaricata ovviamente, anzichè portarla di sopra al suo posto; in quindici anni di matrimonio più due di fidanzamento ho imparato presto a considerarla parte dell'arredamento, ma quando mia madre arrivava di prima mattina per il suo solito giro e se la trovava davanti sul ripiano della libreria partiva sistematicamente l'ululo: "aaaaah! Porta via quea roba! Che no succeda calcossa!". Non ho mai capito cosa debba succedere con un arnese scarico, per giunta con la sicura innescata, appoggiato come un soprammobile. Avrei potuto batterci le bistecche, o al massimo usarla come piantabulbi per i crocus prendendola per il manico e forandoci il terreno in giardino. Ma quello che rappresenta spaventa (non me, ma io non faccio testo, per lo stesso motivo per cui quando vedo la Gazzella nei dintorni anzichè allarmarmi accendo la macchina del caffè).
Insomma, sono convinta che gli oggetti siano solo dei mezzi, sta a noi usarli bene o male.
E io al mo smarfono ho trovato una utilità per comunicare mica da poco.
Sono molto meno sola, e contemporaneamente riesco a fare più cose. Perchè se prima per stare al pc e chiacchierare con le amiche (anche e soprattutto quelle reali, ce ne sono poche che non conosco ancora di persona tra quelle con cui comunico quasi quotidianamente) dovevo appiattarmi in postazione e attendere i comodi di sua maestà il pc stesso (e usare taaaanto tempo in più per niente), adesso mi porto messenger, telefono e whatsup ovunque in poco spazio. Certo, non è come prendere un caffè vero (quello è insostituibile), ma per me è una cosa preziosa. E' stato prezioso nei giorni scorsi durante le attese in ospedale, perchè non c'è di meglio per calmare l'ansia di quattro battute alla cavolo con chi sa dove andare a parare per farmi ridere, o anche per farmi spostare l'attenzione su cose piacevoli o frivole alternate alle partite a Tetris (odi et amo). Ed è prezioso in questi giorni in cui il gelo, sommato al lavoro per il mercatino, mi tengono inchiodata in casa per molte ore.


sabato 28 novembre 2015

Ancora sulla giostra, uno sfogo a caldo (poi mi passa, oh se mi passa)

Allora.
Lunedì sono stata a fare l'isteroscopia. Chi l'ha fatta sa che non è una passeggiata, ma sinceramente da come mi era stata raccontata la pensavo un'esperienza peggiore di quello che poi è stata.
L'attesa è stata lunga: sono stata ricoverata alle sette e mezzo e visitata all'una e un quarto. Normale quando si va in ospedale, anche se ho atteso con altre tre donne in vena di chiacchiere. Normalmente non chiacchiero volentieri in queste situazioni, ma stavolta mi sono lasciata trascinare, e non è stato spiacevole. Ha ridotto drasticamente l'ansia.
Il dolore è stato piuttosto intenso, ma breve e tollerabile, accentuato sicuramente dal fatto che avendo l'utero antiverso ed essendo in menopausa chimica ormai da cinque anni, non ero proprio nelle condizioni fisiologiche migliori per il migliore degli esami. Ma insomma, c'è di peggio. Vivo peggio la paura del dentista.
E' stata fatta la biopsia, a vista sembra solo un "coagulo" di endometrio, ma attendiamo gli esiti dell'istologico verso fine anno per tirare il fiato. Anche perchè il medico ha fatto più prelievi, dato che c'era, tutto attorno. E' stato pheeghizzimo stare a guardare il monitor che avevo accanto mentre venivano fatti esame e prelievi: ho visto l'interno del mio utero a colori, in 3D e ingrandito, con tanto di pinza a bocca di coccodrillo ingrandita che strappava qui e là pezzi di tessuto. La curiosità ha alleviato la tensione.
Infine mi sono "goduta" un pomeriggio spossante in poltrona, davanti al fuoco, tisanE (non tisanA) alla mano, coi gatti che si alternavano al mio fianco, senza cenare, a letto presto.

Si lo so, posso sembrare strana, ma in questi anni ho imparato che concentrarsi sull'aspetto drammatico di queste cose (a posteriori, perchè "durante" sfido chiunque a non essere teso) non aiuta per niente ad affrontarle, non le migliora, anzi le peggiora solamente, e non cambia gli esiti finali.
E' con questo spirito che ieri sono stata a fare la risonanza magnetica al seno con mezzo di contrasto. Mai fatta prima. A pancia in giù, che pensavo fosse di un fastidioso incredibile, e invece è stata più comoda di quella in posizione supina, meno claustrofobica. Controllo, semplice controllo ordinato dall'oncologo, così da confermare ulteriormente anche gli esiti delle due ecografie e della biopsia di febbraio e maggio 2015 (il granuloma sul seno operato).
Un quarto d'ora di esame, poi mi fanno accomodare in osservazione per una mezz'ora prima di togliermi l'ago dal braccio. Ad un certo punto esce il medico, e mi chiede il dischetto dell'ultima ecografia fatta per verificare alcune immagini, il referto lo avevano già in fotocopia. Glielo porgo, me lo restituisce dopo un quarto d'ora. Alle dieci circa esco e vado a fare colazione (ero digiuna).
Per fare contenti i suoceri, dato che al ritorno è bastata una deviazione di pochissimi chilometri e il Power non sarebbe stato a casa prima delle cinque, siamo stati a pranzo da loro. E mentre pranzavamo è arrivata la telefonata.
"Signora, è la Radiologia dell'ospedale della Big City, ci siamo viste circa tre ore fa". E già lì...
"Dovrebbe tornare... dovremmo vedere... le abbiamo fissato una ecografia per martedì prossimo".
Credo di essere diventata di un colore indefinibile, perchè a tavola mi guardavano con gli occhi sgranati.
"Ma l'ho fatta a maggio e tre mesi prima, c'è la biopsia, avete tutto... La risonanza serviva a ratificare le due eco. Avete trovato qualcosa d'altro???"
"Si, no, ma dovremmo verificare, analizzare meglio, a volte dopo la risonanza si fa l'eco per confermare l'esito".
"Ma ho già una ecografia fissata per il prossimo febbraio, non mancano secoli".
"No, dobbiamo farla subito, ma stia tranquilla". 

AAAAAHAHAHAHAHAH. Bella battuta.


Tranquilla un par di ciufoli. Vorrei vedere voi. Soprattutto dopo che i medici, nonostante passino gli anni dal tumore (ormai quasi SEI), vi trattano come foste bombe ad orologeria, vi continuano a fissare i controlli a sei/otto mesi anzichè portarli ad annuali (come hanno fatto con la mia mamma, che secondo loro l'aveva peggiore della mia, la menata), ad ogni spillo fuori posto vi fanno passare sotto ad uno scanner random, MA vi congedano costantemente con un "signora stia tranquilla".  Ecco, questo mi da profondamente ai nervi. Mi fa sentire un tichinin presa per il sedere. D'altra parte non vedo che altro potrebbero dirmi, umanamente non è facile trovare le cose giuste da dire, ricordo perfettamente come ragionavo prima della malattia, e so quanto suscettibili si possa diventare "dopo". Ma quel "stia tranquilla" mi urta. Come mi urtano i "pensa positivo". No, cacchio. Io non penso positivo, non in questi frangenti. Io penso che non mettere sul piatto la realtà dei fatti, il rischio, è fare come gli struzzi. Accetto meglio un "non annegarci, cerca di distrarti, non concentrarti solo sul peggio", è più realistico, e così ho sempre fatto e lo farò ancora, perchè ho anche altro a cui pensare (fortunatamente) durante il giorno, e non sono mica in punto di morte. Non mi sento la terra mancare sotto ai piedi come succede a tante (purtroppo) ad ogni controllo anche dopo anni ed anni, non sono angosciata. Forse è fortuna, forse è questione di carattere, o forse è tutte e due.  Ma "pensa positivo" non ditelo. MAI. Perchè se foste al posto mio, nostro, capireste che è non impossibile, ma irrazionale.

E così martedì altro giro, altra corsa.

La verità? Ieri sera non ero in ansia, non lo sono nemmeno stamattina. Assurdo? Forse.
Non ero in ansia, ero solo incazzata, e tanto. L'assurdo è che non so il motivo, e non so nemmeno con chi fossi incazzata, ma lo ero terribilmente, profondamente, furiosamente. Era più forte di me. Ero incazzata e stufa, stufissima, con poca voglia di parlare e tanta di concentrarmi su cose più interessanti, come il mio primo mercatino del sei dicembre, ho tante di quelle cose da fare ancora per allestire il banco. Non ho nè voglia nè energie da regalare ad una malattia che non c'è (perchè NON c'è più, non deve esserci e non c'è, lo dico io e basta), alle ipotesi, alle corse alla Big City come a Tisanville, agli scanner, e soprattutto agli imprevisti che non regalano niente in cambio, anzi, fanno solo perdere tempo. Prego e spero solo che i markers che andrò a fare a metà dicembre non abbiano nemmeno una virgola fuori range, o chissà dove altro mi spediscono a farmi rabaltare. E anzichè a febbraio andro avanti ad oltranza anche stavolta.
Sicuramente con il passare delle ore questa cosa andrà a scemare, ma intanto c'è, è la sensazione di essere su una giostra che non si ferma, e io non ho mai amato le giostre al pari di quanto non amo le maschere. Voglio decidere io come girare, non lasciar decidere a un giostraio che non vedo nemmeno in viso.